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Marco Zak

CineZak | Il principe cerca Iron Man

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Breve rant su Black Panther.
Ho letto le critiche su BP e mi stupivo nel vederlo descritto come un film importantissimo nel suo trattare con rispetto le etnie africane. Ho pensato che soltanto la critica che ha descritto Wonder Woman come film femminista avrebbe potuto pensarla così perché, insomma, il film contiene una serie di stereotipizzazioni imbarazzanti:

  • i reali di Wakanda che si salutano con i gang sign
  • la camminata da gangsta dell’aristocrazia
  • una civiltà ipertecnologica che comunque si affida a riti tribali per la successione
  • l’idea che per definire una cosa come africana basta mettere un po’ di graffiti “etnici” nella città iperavanzata e nei suoi laboratori (accidenti, sei il top della tecnologia e sembri un ghetto)

Poi mi sono ricordato però che sto vedendo tutto questo con gli occhi di un europeo.

La Marvel ha effettivamente proposto un blockbuster al pubblico americano in cui gli scarsissimi personaggi statunitensi sono relegati a ruoli assolutamente marginali e in cui tutti i personaggi principali sono di colore. Un film che lascia lì un paio di riferimenti alla storia recente della comunità afroamericana che male non fa mai.

Onore al merito, anche se pure in questo caso, come con Wonder Woman, ci stiamo scordando di esempi illustri del passato. Va detto che a differenza di WW, qui questi esempi (categoria “film di intrattenimento leggero di alto profilo commerciale con praticamente solo attori di colore”) sono tutti più lontani nel tempo: il più diretto è “Il principe cerca moglie” che è un film di TRENTA anni fa; forse da quegli esempi avremmo dovuto trarre miglior insegnamento.
E invece oggi ci ritroviamo ad apprezzare per questo un film scritto e diretto con il pilota automatico frullando stereotipi razziali e di genere (accidenti, hanno saccheggiato persino l’ultimo Tron!), e che si regge su attori mostruosi che pure quando fanno il minimo sindacale (come qui) risultano comunque notevoli.

 

Marco Zak

CineZak | Un’acqua molto in forma. Sott’acqua con Del Toro

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Da oggi collabora con Pupi di Zuccaro anche Marco “Zak” Marincola che si presenta così:
“Studi classici. Ingegneria. Economia.
E quantità non convenzionali di arti grafiche.
Ha 2 figli che educa in base a tutto quanto scritto nelle righe sopra”.
Debutta sulle nostre colonne con le sue visioni. Iniziamo con il capolavoro di Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua.
Le sue vignette sono caratterizzate da un tratto nervoso ed essenziale che spalancano piccoli mondi, anche l’illustrazione del pezzo è ovviamente sua.

Prima analisi superficiale: Del Toro, con il personaggio di Abe Sapien, ci è entrato in fissa. La creatura è praticamente identica (sempre di Doug Jones si tratta), fino anche alla dieta.
Volendo parlarne un po’ più seriamente, Del Toro un giorno ha guardato il calendario e ha detto “Ohibò, sono più di 10 anni non faccio un film devastante che usi il fantasy per parlare di questioni personali e politiche che si intrecciano, devo rimediare!”. E ha rimediato.
Il paragone più diretto con i suoi film è con Il labirinto del Fauno, ma qui va oltre.
In particolare, lì l’elemento fantastico sottolineava il rifiuto di un mondo grigio e sterile, mettendone in evidenza i limiti. Qui questo stesso elemento evidenzia da una parte l’assoluta alterità del diverso, con tutte le paure, le differenze, ma anche le meraviglie e i doni che questa diversità porta con sé.

In entrambi i casi comunque, come sa fare lui, Del Toro utilizza come già detto questo elemento fantastico per parlare di due questioni: una personale, della costruzione di un rapporto, del superamento di barriere, l’altra è politica, di opposizione a un modo di intendere i rapporti sociali che è praticamente fascista.

Poco importa che Strickland sia americanissimo: è un parente stretto del capitano Vidal. È la prepotenza di un potere che non vede dignità in chi potere non sembra averne, di chi si fa forte di un sistema che lo protegge per aggredire chi non ha i mezzi per reagire.

E la sconfitta arriva quando chi è ultimo entra in contatto con qualcosa che trascende la realtà, con l’aggiunta, qui, che questa esperienza il prepotente di turno la può vivere, ma è incapace di viverla in senso costruttivo (ed è una colpa personale: essere immersi in un sistema non è una scusa per restare ciechi, e il film lo fa vedere chiaramente).

Poi c’è il piano personale, di un incontro che nobilita chi è ultimo e calpestato, di una relazione così piena di difficoltà da non sapere dove iniziare. Una relazione vera, che è mistica (godetevi i versi a fine film) e carnale, che parte da piccole cose concrete e poi viaggia alto.

Tutto ciò, raccontato per immagini, coreografie e colori (gustatevi l’uso precisissimo del rosso in una fotografia fatta di colori freddi).

Del Toro dà al suo film un’atmosfera da Amélie dark, con questi colori ipersaturi. Però prende Amélie e la rende densa di contenuti e invece di una cartolina (che a distanza di anni dall’averla ricevuta possiamo definire un po’ stucchevole) ci regala un quadro surrealista (forse più Ernst che Dalì).

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