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Il veleno nero

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Solo negli ultimi due giorni ha proposto il ritorno alla leva obbligatoria, giudicato l’Islam incompatibile con la Costituzione (benché essa garantisca libertà di culto, e cambiando idea rispetto al 2001) e detto di preferire l’anagrafe canina a quella antifascista. Ma si dichiara non violento. Certo, la sua campagna elettorale non fa alcuna violenza – anzi, dà una bella carezza e un trampolino – al fanatismo di un terrorista che spara ai passanti senza pentirsi e vanta il plauso e la solidarietà manifesta di molti movimenti. Come quello di Generazione Identitaria, che in una palestra romana organizza sessioni di addestramento “per combattere la feccia e il meticciato imposto”, come scrivono nel loro manifesto intitolato “dichiarazione di guerra”.

Salvini dice che lo fanno sorridere quelli che parlano di un pericolo di ritorno fascista, e io sono d’accordo con lui. Non tornano i fascisti né gli antifascisti, nessuno torna: le strade e le piazze saranno presto deserte, come a Macerata, azzerate dalla paura di possibili scontri che fa chiedere al sindaco la revoca dei cortei in programma. Anche adesso, in questo momento, nel silenzio di una pace terrificante riesco a sentirlo. Senti come ride. Sarà perché pensa a chi teme il ritorno fascista, o perché è felice del nuovo gioco che porta il suo nome? “Vinci Salvini” è il nuovo concorso a punti che regala una foto, un caffè o una telefonata con il leader della Lega. Più mi piace metti, e più veloce sei, più punti accumuli!, recita il volantino con la sua faccia da iena ridens. Sorridere, aizzare, ribattere.

Del resto, oggi il Corriere.it intitola un video sulla fiaccolata a Macerata così: Omicidio Pamela, Mamma scusa e abbraccia un nigeriano. E mi chiedo, perché la mamma scusa un nigeriano? Un nigeriano a caso? Lo perdona di essere nigeriano? Sorridere, aizzare, ribattere è facilissimo anche grazie alla sciatteria – non volendo pensare sia malafede bavosa – del nostro giornalismo. L’altro giorno, leggendo questo titolo da Palermo (“Studentessa di un liceo molestata da un immigrato a Ballarò”) ho pensato: forse, più che immigrato era un porco; più che “di colore” era un molestatore. Impariamo a scrivere e definire le cose per quello che sono: non avremmo mai scritto “Studentessa di liceo molestata da un residente bianco di quartiere”. I colleghi giornalisti sanno che per modificare questo trend dovrebbero fare titoli e scrivere pezzi andando contro le regole automatiche del mestiere, difficili da bypassare al desk. Ma è questo che serve: scardinare certi automatismi.

Aiutateci a casa nostra. Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani. Venite, anzi, e fate presto. Fate le manifestazioni contro la mafia locale e lo sfruttamento schiavistico nelle campagne al posto nostro; fate rivivere i tantissimi piccoli paesi delle province dove ci sono ormai solo anziani e case vuote: riempitele con la vita che siete venuti a cercare e fatele abitare dai vostri figli. Ci darete una nuova educazione, non ci farete nessuna concorrenza: nessun italiano sgomita per andare a raccogliere i pomodori o coltivare la terra; nessun italiano mette più al mondo delle creature se non ha la casa di proprietà e un lavoro fisso di cui lamentarsi. Venite, fate presto e abbiate pazienza. Poi, quando avrete un attimo di fiato e di pietà, raccontateci per bene cosa siamo diventati, abisso sempre più scavato tra accoglienza e rigetto; persone pensanti e umane da un lato, pecore misere e violente dall’altro.

Il veleno nero ammorba tutti, non solo chi lo beve compiaciuto di organizzare ronde sugli autobus e collette per difendere Traini. Il veleno nero ammorba anche me che negli ultimi quattro giorni ho scritto e commentato sulla mia bacheca in facebook soltanto episodi legati a questa inquietante deriva. E quasi non mi riconosco. Il veleno nero mi ha suscitato un fiotto di retorica opposta, una compulsione inedita a manifestare tutto lo sbalordimento e poi la gelida rabbia davanti alla violenza di questi giorni, forse nella speranza che rispondere ai fanatici con altrettanta fanatica veemenza possa far sentire la voce di quella che sogno sia ancora la maggioranza delle persone, qui in Italia.

Il commento e l’atteggiamento comprensivo di Salvini all’attentato di Macerata ci regala il principale motivo per andare a votare, anche se siamo indecisi su chi preferire: diluire nel quorum più ampio possibile le sacche minoritarie ma compatte di fanatici fascisti incoraggiate dal topo di fogna che ha detto, appunto, sbaglia chi spara ma il vero problema – la causa – sono i migranti. Morirai nel mio voto, nel nostro voto ad altri che si tengono ben lontano da te, parassita. Annacqueremo il vostro veleno con il nostro voto, come si disperde il maligno nel canto di una poesia.

Non c’è nessuna emergenza, dici
ma gli alberi non scrivono da soli
sulle colline i nomi incendiari
che hanno fatto cenere dei fratelli
d’Italia, né i terroristi di oggi
possono ripararsi nel tricolore
col bianco ripulito dallo stemma
in base al dodicesimo articolo
della carta scritta col nostro sangue.
I piccoli maestri morti sui sentieri
ci richiamano a piantare altri alberi
e coprire di verde tutta la neve
per risanare i fianchi delle colline
liberandoci ancora una volta
dalla brutalità recidiva dell’ignoranza.

Io non mi scandalizzo dei cuori

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loveIo non mi scandalizzo dei cuori. E non mi scandalizzo dei verbi inglesi declinati in italiano: ti lovvo. Perché scandalizzarsi è il primo segno di un limite che ti impedisce di conoscere l’altro. Così, se ora molti giovanissimi e non, considerati inferiori dai principi del foro, usano dire ti lovvo, io non entro in pena. Ma divento curioso ed entro in modalità ricerca: cosa dice questa parola che nessuna altra in italiano dice? Lovvare qualcuno non significa certo amarlo per come intende la nostra lingua. È un passo indietro sull’amore, ma forse uno avanti sull’affetto; uno indietro sull’esclusività di un rapporto, ma uno avanti sulla sintonia e l’euforia. È un’espansione, una cosa diversa, un’arma in più – una sintesi, certo, di cose che potrebbero essere dette anche meglio con la nostra musica naturale.

Ma non faccio finta che la lingua sia un marmo estraneo alla perenne evoluzione. È invece un corpo vivo, e io non mi reputo in diritto di dire cosa deve e non deve passare il sigillo dell’italiano. Posso solo confermare le mie preferenze e sorridere, quasi, all’idea che le mie produzioni linguistiche potranno apparire estranee già a lettori contemporanei e molto più giovani, come una musica di Beethoven è ascoltata oggi da orecchie più votate allo swing elettronico: sanno che la musica da loro lovvata ha un debito inestinguibile con le produzioni meno amate e pur miracolose dell’Omero del pentagramma.

Così, questo è solo un pensiero e un invito, soprattutto, a non avere paura del meticciato. Sempre dalle colonie culturali (qual è stata ed è ancora la nostra rispetto all’imperio tecnologico e mediatico americano e inglese) è risorta una lingua nuova e persino in grado di toccare gli alti profili della letteratura, grazie a una sana digestione e rielaborazione dei materiali stranieri imperanti. Certo, non credo che usando un italiano misto a inglese, qualcuno potrà scrivere nei prossimi anni i nostri Figli della mezzanotte, ma ribadisco, e non so come mai mi è venuto in mente oggi: questo è un invito a non avere paura e a fidarsi, fidarsi del patrimonio che trasmettiamo a chi viene dopo di noi (ammesso che la cosa ci importi) e dell’uso che potranno farne i nostri figli, i figli di questa mezzanotte.

Non basta riporre ogni speranza letteraria nelle anime vere che trovano questo continente scappando dalla morte nera in Africa. Io in prima persona confido e so che una bella letteratura italiana nascerà in Italia da questi figli del mare. Ma ecco, ci siamo anche noi, superstiti dignitosi di un nuovo dominio. Senza paura. Aperti.

Uno vale uno, sempre lo stesso

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Il Movimento 5 Stelle, circa due mesi fa, ha mandato alle redazioni dei giornali una sorta di glossario “di riferimento” con cui è preferibile esprimersi tutte le volte che lo si nomina. L’iniziativa poteva sembrare eminentemente fascista, ma denotava anche la consapevolezza che una grande rivoluzione culturale, in quanto tale, deve investire anche il linguaggio. Parole nuove in base al contesto veicolano significati nuovi perché il M5S propugna una nuova chiave di interpretazione del mondo odierno, per dire. Discutibile o meno, mi aveva colpito questa attenzione al linguaggio. Ora, però, l’incombente campagna elettorale, trasformando quel linguaggio in slogan, ha messo le parole sottovuoto e io non posso fare a meno di notare certe sue derive ridicole che ricordando il mitico Flaiano (La situazione politica italiana è grave ma non seria) tendo a definire potenzialmente drammatiche.

Parole, ovvero quando gli slogan non funzionano e, anzi, nascondono la verità o qualche magagna da infiocchettare. “Uno vale uno”, per esempio: suggestivo ma ingannevole più di ogni altra cosa in un contesto che si definisca politico, promotore cioè di una visione del mondo condivisa, rispetto alla realtà circostante, che poi riesca a trasformarsi anche in processo decisionale collettivo. Tralasciando le molteplici varianti del primo aspetto, quello positivamente visionario per cui (quasi) ogni idea di Paese deve avere diritto di cittadinanza, si può infatti sindacare sul secondo aspetto: quello del processo decisionale.

In tal senso, “uno vale uno” sarebbe slogan onesto e verosimile in qualunque ambito decisionale in cui gli individui aventi diritto di parola fossero solo due, una situazione in cui entrambi possono esprimere liberamente ciò che pensano e valutare ascoltando le opinioni dell’altro, le quali, a loro volta, devono avere lo stesso peso specifico, quindi garantire a ciascuno il diritto di veto. Naturalmente, in caso di disaccordo, questa organizzazione immobilizzerebbe il processo decisionale in una tipica situazione di stallo alla messicana, tanto cara al regista Tarantino. Essendo invece il M5S una realtà fatta da più di due persone, il suddetto slogan non può che definirsi disonesto, inverosimile, fuorviante. Il tentativo forzato di farlo diventare onesto, verosimile, rappresentativo, anzi, basta a smascherare la realtà che esso cerca di promuovere. Mi spiego. Keep Reading

José Saramago (1922-2010)

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Le parole, le vane parole, e nient’altro per esistere.

Il pubblico dei lettori di poesia non esiste

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pasolini autoritrattoC’è chi vende il proprio corpo per campare. C’è anche chi, non avendo problemi così stringenti, fa comunque di tutto per vendere il proprio corpo 12 o 14 incolonnato nei pixel di un foglio elettronico. Siamo un popolo di poeti (anche a pagamento), un Paese di versificatori indefessi che con la poesia contribuiscono a campare le famiglie. Di chi ci specula sopra. Oggi, giornata mondiale della poesia, non basterebbero le gambe di un millepiedi per contare gli eventi a tema organizzati. L’iniziativa promossa dall’Unesco non è affatto la causa di tutti i mali, ma è l’esempio di come le buone intenzioni non sempre producano azioni virtuose. La bolgia che annualmente si crea intorno a questa etichettatura – “importanza della poesia” – incarna l’ennesimo sfruttamento di un interesse adattato alla promozione e al commercio della sua rappresentabilità. Biglietti d’ingresso alle manifestazioni, banchetti di librerie pronte a vendere. Nessuno è costretto a partecipare, è vero. Ma, anche quando il visitatore se ne esce con le tasche inviolate, la sensazione che accompagna il ritorno a casa risulta scarsamente significativa. Forse, prossima alla vacuità. Perché la poesia non è roba da palchetto. E non è nemmeno qualcosa da promuovere, perché non ha pubblico, ma solo lettori.

Invece anche il lettore di poesia è stato raggiunto nel suo remoto nascondiglio ed è stato trasformato in pubblico. Il passaggio da lettore a pubblico è forse sottile ma totalmente depistante nell’ottica di un discorso sulla poesia. Non penso che Leopardi, Borges o Pasolini (per parlare di epoche diverse) si considerassero come gente che avesse un proprio pubblico. Ogni scrittore pensa/sogna solo di avere dei lettori (l’esposizione mediatica che ha impoverito l’ultima produzione di Alda Merini, tentazione travestita da antidoto alla drammatica solitudine della poetessa, è forse prova di questa deformazione). Del resto, la deriva che ha portato il lettore allo status di pubblico fa parte di quel processo mercificatorio dell’editoria che si evince oggi dagli eventi culturali più in d’Italia. Nello specifico, uno dei primi festival di poesia divulgato dai media in Italia è stato quello di Castel Porziano nel 1979.

Le origini della poesia come fatto economico in Italia si potrebbero collocare intorno al 1981, anno di nascita della Biennale di Poesia di Alessandria. Il passaggio dallo status di lettore a quello di pubblico si fonda su una ripresa della poesia come fatto d’ascolto e non di lettura. Un ripescaggio storico che annovera precedenti di spessore (ormai quasi esclusivo oggetto dell’etnologia o dell’antropologia) come le vecchie gare estemporanee d’improvvisazione in ottava rima che si consumavano allegramente in Toscana o nel Lazio. Per farla breve, visto che già trent’anni fa veniva sconfessata la stretta dimensione privatistica del poetare, si è andati verso la manifestazione pubblica, conseguentemente strutturata con tutti i necessari adempimenti. Come riscontrabile in questa breve esposizione del compositore Aldino Leoni, nacquero su iniziativa periodica o duratura tutta una serie di pratiche che accompagnavano la commercializzazione di questa genetica predisposizione nazionale: indirizzari da aggiornare, spedizioni, pratiche fiscali, pubbliche relazioni. Una macchina che avrebbe privato l’ascoltatore-lettore di qualunque parte attiva nella creazione della situazione poetica (che sia un testo masticato privatamente, o una gara popolare aperta a tutti).  Il pubblico, per definizione, può usare le proprie mani per applaudire o tirare fuori soldi dal portafoglio, è un ente passivo. Nulla di più contrario a ciò che sostiene invece la ricchezza e l’imprescindibililtà che nel discorso sulla poesia costituisce la figura del lettore – per cui ogni giorno è un giorno “mondiale” – molto più che negli altri generi letterari.

* * *

Un vero lavoro di poesia potrebbe intitolarsi “Partiture”. Inteso come la traccia di un pentagramma che aspetta l’esecuzione della lettura per acquisire il suo senso. Inteso come lirica in attesa di un viaggio, prossima a incontrare la terra dell’altro da sé. Questa idea è figlia del lavoro di Gadamer che appare nel suo commento a Paul Celan, Chi sono io, chi sei tu? (del poeta si è occupato egregiamente il nostro Tonino Pintacuda). Gadamer attribuisce all’esecuzione del lettore il compito di far giungere a destinazione il “messaggio” che i versi racchiudono.  Solo così si realizza pienamente la poeticità del testo e la sua verità di creazione unica che testimonia e risponde solamente di sé. Il dire poetico compie il suo passaggio finale: dal semplice essere scritto all’essere detto, secondo quella promozione di grado del linguaggio che è la poesia, un qualcosa che mi parla, oltre ciò che è pure scritto e tutti possono leggere come riportato sulla pagina. D’altro canto, l’accento posto sul dato soggettivo della ricezione, non implica affatto una rinuncia alla coerenza e alla precisione del testo poetico; non si può far dire al testo ciò che si vuole. Sarà compito di un sapiente intreccio di immaginazione e intelletto la manifestazione dei livelli diversi e non contemporanei interni alla parola poetica. Poesia e interpretazione si intrecciano senza confondersi, indicano entrambe verso l’aperto, nella pluriprospettica e sconfinata pianura del linguaggio.

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Molta parte della Terra in quest’ultimo periodo sta cadendo a pezzi. Letteralmente. Terremoti e frane d’ogni sorta toccano l’uomo a parecchi meridiani di lontananza. Al cuore infranto non serve andare oltre oceano: noi abbiamo l’Aquila e soprattutto l’84% dell’oscurata provincia messinese a rischio idrogeologico. Famiglie regolari, persone umane, esseri viventi completi, interi, pieni, nella loro umiltà, come Pasolini descriveva gli abitanti di Sabaudia, sono stati costretti a lasciare la propria casa (in tutta l’espansione simbolica cui allude questo termine). Bisogna trovare un luogo nuovo. Ma il fisico del pianeta ben riflette lo spirito dell’uomo che ci abita. La storia sociale, politica e culturale italiana è in grande sofferenza e, pensando alle ultime manovre in tema di sistema scolastico, il dissesto ci raggiungerà ben presto fin dentro la culla. Si possono anche mal giudicare questi pensieri esaltandone il tono lamentevole, secondo l’opinione per cui è facile lasciarsi andare e non muovere un dito. Molti serbano a-priori la convinzione che il pensare stesso includa una natura di sconforto. Eppure anche loro condivideranno che la suddetta conclusione vale pure in questo caso. Bisogna trovare un luogo nuovo.

Mi perdoni chi riterrà futile e oltraggiosa la seguente connessione o, se può aiutare, sia clemente perché parlo di qualcosa in cui credo. Per quanto violente e inaspettate possano essere le catastrofi che costringono le persone allo sfratto dalla propria vita, l’uomo non uscirà mai dall’indistruttibile casa del linguaggio. Quale che sia, musicale, filosofico, teatrale, cinematografico, artistico, letterario, non esiste paragone più alto per esprimerne l’efficacia che quello di accostarne la misura al termine di poesia. Perché? Il punto è proprio questo: perché la poesia è un luogo nuovo. Anzi, la poesia è l’arte di scoprire il nuovo all’interno del luogo in cui innegabilmente siamo rinchiusi. Il linguaggio. E per questo è così difficile da trovare. La poesia è il ritrovamento di un posto sconosciuto, nonostante l’esplorazione sia condotta da una gabbia. La poesia sta fuori e, in sé, racchiude tutto. Nella mia personale esperienza, la poesia è stata un’autentica sciabolata. Poi è stato un problema di connessione, tra me e il mondo. In seguito è diventata una sfida di precisione, sulla capacità di restituirne l’esperienza. Negli ultimi tempi invece rifletto sul suo essere pura e trasparente membrana, un’interfaccia che non indica nulla ma ci consegna realtà viva; l’opera inserita da qualcuno che mi giunge nello scorrere della vita e di cui prendere possesso, aggiornando al mio spirito il referente.

(Sopra, un autoritratto di Pasolini; sotto, Alda Merini secondo Paolo del Giudice)
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