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Parole - page 3

Elsa Morante, L’isola di Arturo

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arturo moranteIn questa conversazione, s’era fatta sera scrive Elsa lasciandomi incredulo davanti a tanta bellezza, e decido per me che fu una poetessa. Perché con queste parole, nelle ultime pagine di Arturo la sera, la chiusa, il momento finale si innesta nelle cose, non viene dopo di esse; la sera non arriva dopo un dialogo, un fatto, un evento; ma si fa nella durata, impregna di sé quello che accade, compresa la lettura del libro, che per me si è conclusa ieri nel vespro di villa Celimontana.

Avrei potuto scegliere molti passaggi, molto più lirici, come ho già fatto qui. Ma Mi raccomando, eh: i fogli scritti prendili tutti, non lasciarne nessuno, che quelli sono importanti, perché io sono uno scrittore, dice Arturo al balio Silvestro, ricordandomi che è un organismo indivisibile l’opera di Elsa e, per quanto validi, nessun estratto restituirebbe per intero l’incanto della sua isola. Sì, ho il fondato sospetto che quel discorso non fosse del tutto sbagliato. Il sospetto, non proprio la certezza… Così dunque la vita è rimasta un mistero. E io stesso, per me, sono ancora il primo mistero!, confessa in terzultima pagina il moro dandomi l’onestà di una vita com’è la vita, irrisolta linea anche dove incontra una cesura, interrompendosi e quindi in teoria diventando fase circoscritta e comprensibile – quella dell’infanzia – che però conserva i suoi misteri fino al presente.

Potrei dilungarmi sulla trascinante capacità di Arturo nel farti amare e poi odiare la stessa isola nei momenti in cui è lui stesso ad amarla e poi odiarla, contagiandoti la medesima voglia di partire per sempre e abbandonare, per una volta serenamente, un gran libro. Tanto più che, iniziando a leggerlo a settembre e vivendo più volte il ritorno alle sue pagine dopo lunghe e improvvise assenze, identiche a quelle cicliche del padre di Arturo dall’isola, alla fine avevo sviluppato un insolito desiderio di finirlo. Invece, alla fine effettiva mi ha preso quell’incantevole smarrimento già provato al termine di altre grandi letture, che fa del mondo un immenso orfanotrofio a cui tornare con un nuovo bagaglio di misteri orfici, come dopo un’altra iniziazione.

Potrebbe già essere solo questo Elsa Morante, potrebbe la sua opera intera e la sua vita tutta giustificarsi per me sull’esclusiva base di questo romanzo. Ma il fatto stesso che trovando altri motivi abbia scritto altri libri, validi o meno validi, mi dice una qualità che d’ora in poi riterrò misura di valore e condizione di riconoscimento del vero scrittore: la generosità. Generosa donna e artista vera proprio perché generosa, sovrabbondante grazia nelle pagine e frequente rilancio di un amore, in parte rimasto a lei stessa misterioso, che però mi è arrivato. Eccome se è arrivato.

[Il post è già apparso su L’esageratOre]

Franco Scaldati, poesie

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ScaldatiIn genere sono paziente e metto il giusto tempo nel canto a raccogliere notizie e fare ricerche, prima di dare alla luce un Pupo nuovo. Ma è successo già più volte che il sangue superi in prorompenza la ragione e il gusto di argomentare. Così ora, bruciato dalla poesia di Franco Scaldati e stanco di chiedermi se esista davvero un volume che raccoglie tutti o parte dei suoi versi (su amazon restano tracce di sue opere teatrali), ho deciso di proporne alcuni da me trascritti sull’esclusiva base audio di alcuni video in youtube.

Si tratta di quattro componimenti, sparsi tra questo documentario co-diretto dallo stesso Scaldati sulle tracce di Falcone e Borsellino, e un documentario di Franco Maresco, Gli uomini di questa città io non li conosco – Vita e teatro di Franco Scaldati, presentato Fuori Concorso a Venezia 72. Di nessuno sono riuscito a rintracciare il testo né il titolo (qualora esista). L’ultima di queste liriche però l’ho isolata in un contributo che trovate nel nostro canale: sentite il Sarto e questa sua voce unica; voce che dice cose, voce di una città perduta. Lacrimevole l’impossibilità di saggiarne le versioni originali, chiedo scusa per il risultato: nient’altro che un mio gusto o intuito personale ha dovuto imporre gli accapi e la punteggiatura. Chiunque avesse modo di indicare la corretta versione da un raffronto con i testi (se mai) pubblicati, lo segnali nei commenti e fin d’ora lo ringrazio. Keep Reading

Sinestesia romana, cartoline migranti

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francobollo_leonardo_sciascia_ALTA_RISOLUZIONEL’altro giorno ricordavo i tempi in cui si andava in vacanza, nelle estati a mezzo tra gli anni della scuola, e dall’Inghilterra o dalla Spagna – come da Venezia o da Firenze – si decideva di mandare una bella cartolina all’amico (ma più spesso all’amica), al cugino o al fratello che erano rimasti in Sicilia, ormai incalliti dalla noiosa routine sveglia tardi, bagno a mare, riposo al pomeriggio e interminabile ricerca di cosa fare in serata. Si sceglieva con cura l’immagine, frutto di lunghissimi girotondi attorno agli espositori del tabaccaio o del negozio di souvenir; si tirava fuori dalla tasca il pizzino con l’indirizzo del destinatario appuntato prima di partire e poi si cercava di riprodurre, nei minuscoli centimetri quadri sul retro, l’umore del momento o anche solo la dolcezza del pensiero avuto per l’altro, imbrattando il saluto di punti esclamativi, disegni e faccine e persino – ricordo – messaggi diretti al postino, che facesse bene il suo mestiere consegnando il messaggio in bottiglia di noi viaggiatori.

La cosa oggi ormai impensabile, dinamica allora frequentissima – specie se la cartolina veniva mandata dall’estero – era tornare dal viaggio prima ancora della stessa e riabbracciare il destinatario dicendo (a meno di non volergli fare una sorpresa), ah senti, quand’ero lì ti ho spedito una cartolina, prima o poi ti arriverà. Passato qualche giorno o settimana, ti arrivava una telefonata – pronto, casa Bisanti? sono ***, c’è Marco? – e finalmente sapevi che il destino del messaggio era compiuto: la cartolina era arrivata e l’evento diventava una scusa per riprenderne il racconto o semplicemente rivedersi con il destinatario. Quanta familiarità avevamo con questa dinamica straniante, ma dolce e ancora romantica – nell’accezione che romantico oggi guadagna, di spazio concreto e tempo irreale, mediano, che si fa occasione di racconto – se pensiamo al cinismo del tempo reale che oggi si concretizza nei click su Instagram.

Ad ogni modo, per smentire immediatamente il luogo comune dei “bei vecchi tempi andati” – che secondo Vonnegut non sono mai esistiti – e sfruttare questo mezzo come in fondo facciamo ormai dal 2009, abbiamo deciso con Tonino di sperimentare un botta e risposta sinestetico verbo-visivo da Roma a Milano e viceversa, così, per vedere l’effetto che fa e, in fondo, anche mettere insieme nell’ennesima forma diversa il nostro vivere l’espatrio lavorativo come opportunità notoriamente data agli occhi forestieri per cogliere gli aspetti di un luogo ormai semi invisibili allo sguardo abituato dell’autoctono.

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Mario Vargas Llosa a Palermo

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Una nostra lettrice racconta l’ultima visita dello scrittore a Palermo.

di Rossana Giglio

Mario Vargas Llosa Vucciria 2015Non ero mai stata a Palazzo Steri prima di allora, perlomeno non per un appuntamento così elettrizzante. Sì, elettrizzante calza proprio a pennello, perché varcata la soglia con due ore di anticipo (non voglia il cielo che finisca ignobilmente nella sala dove allestiranno il proiettore) avrei quasi potuto illuminare l’intero edificio per quanta carica avevo addosso! Palazzo Steri – sala magna – ore 18:00. Queste semplici indicazioni mi martellavano in testa da settimane ormai, da quando durante un’incursione annoiata in internet avevo avuto notizia dell’evento:  il 14 settembre 2015 Mario Vargas Llosa sarebbe stato insignito della laurea ad honorem in Lingue e letterature moderne dell’occidente e dell’oriente. Dovevo esserci, a tutti i costi.

Mi presentai alla portineria del rettorato fingendomi una studentessa disorientata in cerca di indicazioni. Sì, in maniera riprovevole aggirai la rigida sorveglianza che imponeva l’ingresso solo venti minuti prima della cerimonia, ma la mia coscienza era davvero a riposo quel giorno, fatta fuori da un’esaltazione simile solo a quella di un tifoso di fronte alla finale dei mondiali di calcio. Così, eccomi seduta nella sala, io e pochi eletti. Impietositi da un gruppo di ragazze visibilmente in ansia, avevano pensato bene di consentirci l’ingresso anticipatamente con sincera ammirazione, o compassione, chissà.

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La notte della donna nera. Marco Candida sulle tracce di una serial killer

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Una sera tornando dall’ufficio l’Ispettore Balti apre la porta di casa e si ritrova una pistola puntata davanti. Un individuo avvolto nell’oscurità lo stava aspettando. È la Donna Nera un serial killer che sta terrorizzando la città di Pavia dal 2007. La Donna vuole sbarazzarsi dell’Ispettore colpevole di essersi spinto troppo in là con le indagini. Ma vuole farlo a modo suo costringendo l’uomo a prestarsi a una sorta di rituale sadico e assurdo. Dovrà essere Balti stesso infatti ad architettarsi da solo il delitto che lo condurrà a morte. Keep Reading

Sarà che eravamo all’inizio

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influencer dart fenerDicono che i social media ormai hanno preso il posto delle “vecchie” fonti di informazione. Eppure ricordo che quando lavoravo al giornale e il direttore doveva decidere a chi affidare un editoriale su un tema delicato, c’era sì il desiderio di essere la penna prescelta – a conferma della stima guadagnata – ma più di tutto fra i colleghi aleggiava un clima da interrogazione a scuola. Sarà che eravamo tutti all’inizio: nessuno voleva essere scelto davvero perché sentivamo il peso di un compito del genere, dire la propria, esprimersi su un fatto più che raccontarlo o dare una notizia; responsabilità verso chi leggeva la nostra quotidiana opera collettiva e verso i colleghi su cui, in qualche modo, si sarebbe riflettuto quel pezzo di opinione.

Sarà che eravamo tutti all’inizio, ma se c’è una cosa che ho imparato dal tanto vituperato giornalismo ufficiale, oggi, è la prudenza nell’esternare con leggerezza a centinaia di lettori quello che penso, l’inutilità e anche l’idiozia di scoprirmi l’ombelico davanti a tutti. Per questo, ognuno preferiva fare soltanto il suo lavoro e in fondo era contento se quella volta riusciva a tenere soltanto per sé le proprie idee confuse dall’emotività legata all’ultima ora di turno. In quei giorni eri ben felice di sapere tutto sull’ennesimo corteo dei senza casa a Palermo, sull’inaugurazione dell’emporio pizzo free, sulla conferenza di ecoturismo a villa Igiea, sulla rassegna di cortometraggi all’Agricantus, sulla campagna dell’ospedale Civico per la prevenzione del tumore al seno, sui bilanci sociali dei centri di volontariato, sulla protesta degli agricoltori arrivati in città da Vittoria, e niente sulle ultime novità dell’attentato terroristico in Francia.

Perché quelle notizie testimoniavano la realtà nostra, la piccola realtà vicina e comunque più grande dei grandi fatti lontani; distrazione, ma anche confortante promemoria di un’altra vita ancora nostra. In corteo poteva anche capitare di conoscere uno straniero, un emigrato, un musulmano, inserito nella comunità dei disgraziati locali, tanto da protestarci insieme ed essere tenuto in gran conto, fare magari da portavoce e parlare con te a nome di tutti. Finito il giro, si tornava sempre in redazione e, per quanto fosse grave la tragedia lontana, il collega al desk si fermava sempre per l’intervista al telefono, per darti la misura del pezzo da scrivere in massimo mezzora, per ingabbiare le brevi di cronaca o scherzare col caposervizio di sport sulla sfiga della squadra provinciale di basket in trasferta a Lamezia.

La vita al giornale, insomma, ti dava sempre conto del violento e cinico, ma salubre, relativismo di qualunque catastrofe dolorosa potesse consumare tutti quelli che non facevano il nostro mestiere, l’uomo comune, quello in balia dell’onda anomala nel mare opinionista dei social. Quello che in fondo non esiste ma fanno di tutto per chiamare in vita ogni volta.

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