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Metafora viva - page 3

Meditazione

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La nostra paura più profonda
non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda,
è di essere potenti oltre ogni limite.

È la nostra luce, non la nostra ombra,
a spaventarci di più.
Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?”
In realtà chi sei tu per non esserlo?

Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo,
non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato
nello sminuire se stessi cosicché gli altri
non si sentano insicuri intorno a noi.

Siamo tutti nati per risplendere,
come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta
la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi:
è in ognuno di noi.

E quando permettiamo alla nostra luce
di risplendere, inconsapevolmente diamo
agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure,
la nostra presenza
automaticamente libera gli altri.

Marianne Williamson (A Return to Love: Reflections on the Principles of “A Course in Miracles”, 1992)

Poesia o semplice meditazione. Questo brano è l’emblema del fatto che le stesse parole hanno un valore diverso a seconda della bocca da cui escono e che certe scritture appartengono davvero al lettore, anche se lui in parte non esiste! Talvolta in letteratura gli equivoci sono fondamentali, in un certo senso ne sono la materia stessa. La storia di Meditazione – nel mio caso – ha seguito tre tappe. Prima pensavo fosse di Mandela. Poi ho scoperto che il brano è della Williamson ed è stato citato nel discorso di insediamento di Mandela nel 1994. Infine, vengo a sapere  da più parti e leggo che la stessa scrittrice smentisce: Mandela non l’ha mai pronunciata. Intanto, sostenuta dal fiato mai uscito di un celebre lettore, la poesia aveva fatto il giro del mondo. (Marco Bisanti)

La Metafora viva!

< Ouverture (Franco Marcoaldi)Il tango (J. L. Borges) >

Ouverture

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Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai
si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che
hanno moglie, vivano come se non
l’avessero; coloro che piangono, come
se non piangessero e quelli che godono
come se non godessero; quelli che
comprano, come se non possedessero;
quelli che usano del mondo, come se
non ne usassero appieno: perché passa la
scena di questo mondo!

Paolo, Prima lettera ai Corinzi

Per Paolo il tempo sta ammainando
le sue vele. Però non c’è motivo
di angosciarsi, perché quale che sia
il periodo d’intervallo che ci separa
dalla parusìa, resta acquisito
che resuscitato il Cristo, il mondo
futuro è già presente. Ecco perché
ci invita a fare ‘come se’: come se
non si avesse moglie, come non si
godesse, o per converso si piangesse.

Chi mosso dalla medesima
attenzione al tempo breve,
è però estraneo alla credenza
della resurrezione, non può
seguire Paolo fino in fondo.
Quel tempo che si apre al ‘come se’
anche per lui implicherà una dura
prova, ma di segno opposto –
giacché proprio l’aculeo
della finitezza gli farà amare
con struggente attaccamento
il palpitante, momentaneo resto.

È nell’istante, e solo in quello,
che balena per noi la parusìa:
presenza dell’ideale essenza
nel mondo del sensibile. Magia
di un’ape che divina succhia
da un fiore e vola via.

Franco Marcoaldi (Il tempo ormai breve, 2008)

Ho incontrato qualche difficoltà nel decidere quale poesia della raccolta inserire, perché distratto da un’aura che aleggia nell’intera selezione, un ritmo e un tempo intratestuale che si sottraggono al mero incolonnarsi di un singolo brano. Per questo segnalo il primo pezzo. E per questo, forse il miglior modo di condividere l’intera opera è appuntarne almeno un’altra traccia, e lo faremo in un altro numero della rubrica. La cosa che mi preme far notare qui è l’importanza dell’espressione “come se” che,  secondo Ricoeur, è la definizione del principio che regola la meccanica di redenzione della nostra vita, creandole in seno un tempo nuovo, un “tempo umano” nell’unico modo possibile: attraverso la forza rigenerante del racconto di finzione e della metafora viva. È quello che lui chiamava “l’essere-come”. (Marco Bisanti)

< senza titolo (Eugenio Montale) –         – Meditazione (Marianne Williamson) >

senza titolo

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Terminare la vita
tra le stragi e l’orrore
è potuto accadere per l’abnorme sviluppo del pensiero
poiché il pensiero non è mai buono in sé.
Il pensiero è aberrante per natura.
Era frenato un tempo da invisibili Numi,
ora gli idoli sono in carne e ossa
e hanno appetito. Noi siamo il loro cibo.
Il peggio dell’orrore è il suo ridicolo.
Noi crediamo di essere imparziali
o plaudenti e ne siamo la materia stessa.
La nostra tomba non sarà certo un’ara
ma il water di chi ha fame ma non testa.

Eugenio Montale (Quaderno di quattro anni, 1977)

Nessun titolo per quello che sembra più di uno sfogo. Un’immagine, un pensiero così nero che l’autore non ha avuto la forza (forse la paura invece) di suggellare con un titolo definitivo. In questa assenza è la segreta speranza di Montale. Del resto, colui che crea – ancor più un creatore di parole – deve dare un nome alle proprie creature, per farle infine esistere. Proporre una visione così cruda senza poi battezzarla, equivale forse a esorcizzarla. Una reazione che potrebbe essere perfettamente la nostra davanti agli orrori quotidiani dei nostri giorni. (Marco Bisanti)

< E gnacche alla formica (Fosco Maraini) –     –  Ouverture (Franco Marcoaldi) >

E gnacche alla formica

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Io t’amo o pia cicala e un trillargento
ci spàffera nel cuor la tua canzona.
Canta cicala frìnfera nel vento:
E gnacche alla formica ammucchiarona!

Che vuole la formica con quell’umbe
da mòghera burbiosa? È vero, arzìa
per tutto il giorno, e tràmiga e cucumbe
col capo chino in mogna micrargìa.

Verrà l’inverno sì, verrà il mordese
verranno tante gosce aggramerine,
ma intanto il sole schìcchera giglese
e sgnèllida tra cròndale velvine.

Canta cicala, càntera in manfrore,
il mezzogiorno zàmpiga e leona.
Canta cicala in zìlleri d’amore:
E gnacche alla formica ammucchiarona!

Fosco Maraini (La Gnosi delle Fanfole, 1994)

Scrittore, antropologo, etnologo, fotografo, Fosco Maraini è l’autore di alcuni scritti letterari concepiti come puro divertissement. Ci ricorda che la poesia non è solo cosa da aristocratici della cultura e insieme dà lustro e splendore a uno dei tratti che più caratterizzano l’essere intelligente: l’ironia. La sua invenzione è stata ciò che lui stesso battezzò come linguaggio “metasemantico”. Fosco Maraini spiega: “Nel linguaggio metasemantico, proponi dei suoni e attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. È dunque la parola come musica e come scintilla”. Consigliabile da declamare in stati moderatamente alterati. (Marco Bisanti)

<Io sempre in prima fila quando c’è da sperare (A. M. Carpi)[…] (Eugenio Montale)>

Io sempre in prima fila quando c’è da sperare

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Dicono tutti:
“Ah, la voluttà del proibito!”
Io non capisco.
Io non ho mai cercato che il permesso,
le porte aperte,
le stanze calde,
e come arrivare alla sala del trono.

Io sempre in prima fila
quando c’è da sperare,
sempre in ammirazione
per chi fa qualche cosa,
forse, mi dico,
mi prenderà con sé,
poi son delusa a morte e mi ubriaco
di utopie e apocalissi.

Per fortuna gli altri non lo sanno,
i cari altri
che tutto possono,
da cui tutto dipende:
io sono peggio del cucciolo che sbrana
il cuscino, la cuccia
se lo lasciano a casa,
io sbrano anche me stessa.

Anna Maria Carpi (Compagni corpi, 2004)

Pochi versi per mostrare tutta l’anima primitiva, infantile, onnipotente di una donna che con parole semplici e crude esprime una condizione comune alla maggior parte degli esseri umani. Lo stesso titolo della raccolta in cui è contenuta questa poesia, “Compagni corpi”, è un riferimento esplicito all’autodistruttività insita in ogni uom-bambino che rimane deluso dall’esistenza e che reagisce con primitiva violenza. L’unico strumento di cui dispone. Le tre metafore, scandite e icastiche, che si susseguono nei versi non fanno altro che denotare una mancanza e suggerire una soluzione che, invece del bianco e nero, del tutto o del nulla, sembra condurre alla strada della riflessione e del dialogo. (Vittoria Dragotta)

< I giusti (J. L. Borges) –     – E gnacche alla formica (Fosco Maraini) >

I giusti

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(Traduzione di Domenico Porzio)

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges (La cifra, 1981)

Fra pochi giorni si ricorderà la grande strage di Capaci, terrificante precedente dell’eco al tritolo che bruciò via D’Amelio poche settimane dopo. Ancora oggi non sappiamo – se mai un giorno arriverà – la verità su questi e sugli altri episodi che sono l’humus di uno Stato i cui pezzi non hanno smesso di cadere. Ma una cosa la sappiamo, almeno io la so. Tutte quelle persone sono state eliminate perchè erano dei Giusti. Scommetto quello che volete che a Paolo e Giovanni queste righe sarebbero piaciute. Anche se troppo spesso le nostre gambe camminano sulle loro idee. (Marco Bisanti)

< Io so (Paul Celan) –   –  Io sempre in prima fila quando c’è da sperare (A. M. Carpi) >

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