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Metafora viva - page 2

Lode della cattiva considerazione di sé

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La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita
sul terzo pianeta del Sole.

Wislawa Szymborska (Grande numero, 1976)

Lo scorso numero della rubrica l’abbiamo dedicato a Montale nel giorno di primavera, non con una poesia ma con un introvabile articolo di Dino Buzzati. Ora riprendiamo col normale formato di Metafora viva! Pietro Marchesani ha curato e tradotto divinamente per la Scheiwiller tutti questi libretti azzurri, tutte le raccolte della Szymborska, premio Nobel nel 1996, a molti nota per la sua cipolla. Ironia, intelligenza, chiarezza, metafisica, respiro, acuta leggerezza, sono i tratti caratteristici della sua poesia che con una semplicità disarmante abbatte ogni ostacolo di comunicazione tra lei e te. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Biglietto lasciato prima di non andare via (G. Caproni)Ringraziamento (W. Szymborska) >

Biglietto lasciato prima di non andare via

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Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

Giorgio Caproni (Stringendo da “Il franco cacciatore”, 1973-1982)

Persona o luogo che sia, quando parti ti dividi in due. Rimani un po’ nel posto che hai lasciato, di cui a volte negheresti persino l’esistenza quando ormai sei lontano. Magari è il tipico posto fuori dal mondo, quello delle “parentesi di vita”; magari è un posto importante che non rivedrai più. Persona o luogo che sia, la nostra privata isola che non c’è. Ma chi è che non esiste più? Noi che andiamo o quello che lasciamo? Il nostro spirito resta nelle persone e nei luoghi che ci portiamo dietro quando ormai non esisteremmo più senza. Sappiamo abitare e siamo abitati da posti che amore tiene insieme. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< 2. (A. Ripellino)Lode della cattiva considerazione di sé (Wislawa Szymborska)>

 

2.

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Guai a chi costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickerìa.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra i neri ceffi di lupi digrignanti.

Angelo Maria Ripellino (Lo splendido violino verde, Einaudi 1976)

Riprende oggi l’appuntamento settimanale con la nostra rubrica di segnalazioni poetiche, La Metafora viva! Rinnovo l’invito a inviare a pupidizuccaro@gmail.com le poesie che vi sono più care, scortate da poche parole libere che ne suggeriscano agli altri i motivi di bellezza. Angelo Ripellino, palermitano, per me è una recente scoperta. Passerò con lui altro tempo, perché la sua lingua barocca non è erudizione gratuita, ma ricerca e veicolo musicale di un’autenticità poetica, un vissuto di carne trasfigurato. Questo testo è il disperato ritratto di un contesto italiano che più attuale non saprei definire. Qui c’è altro materiale. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Il giorno è andato lontano (“Scipione”) – Biglietto lasciato prima di non andare via (G. Caproni)>

 

Il giorno è andato lontano

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Il giorno è andato lontano
e io mi sento un uomo di grande statura:
non c’è ombra attorno al mio corpo,
io vedo i monti, io sento il fiume.
I colori si sono spenti,
le radici degli alberi frugano la terra.
Nel mondo opaco i desideri prendono corpo,
i rospi si strofinano contro la corteccia dei grossi tronchi
la terra ha tutti i nascondigli,
gli scarabei ronzano nell’aria.
Se una femmina cantasse…
Gli odori colpiscono le narici,
le mani s’alzano a cercare
per toccare le cose create:
la pietra è fredda – la carne è calda
e trascina intorno un fiato
che confonde la terra con il cielo.
Dio, poni il tuo braccio sopra la mia testa
E fa’ che io veda il giorno di domani.

Gino Bonichi – “Scipione” (Carte segrete – Vallecchi, 1942)

A un vero poeta bastano dodici componimenti. Gino Bonichi, in arte “Scipione”, è stato un pittore, uno dei fondatori negli anni ’50 della nota scuola romana. Quasi nessuno, prima che pubblicassero le sue carte segrete, seppe della sua importante scrittura, lettere, diari e dodici poesie. Eppure tra i suoi lettori illustri si può fare il nome di Amelia Rosselli. Bonichi morì a 29 anni di tubercolosi, e di certo lo stato cagionevole affinò i tratti spirituali della sua vena lirica, dignitosamente autonoma rispetto a quella dell’attività figurativa. Conservo il suo piccolo libretto con gelosia e amore. E questo è solo il primo suo gioiello che riempirà la nostra Metafora viva. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Il martin pescatore (May Oliver)2. (Angelo Ripellino) >

Il martin pescatore

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Traduzione di Marco Bisanti

Il martin pescatore spunta dall’onda nera
come un fiore blu, nel becco
ha una foglia d’argento. Credo che questo sia
il migliore dei mondi – finché morire un po’
non ti spiace, come potrà mai esserci anche
un solo giorno senza il suo sprizzo di gioia?
Su un migliaio di alberi ci sono più pesci che foglie,
eppure il martin pescatore non è nato per pensare
a questo, come a qualsiasi altra cosa.
Quando l’onda s’increspa sulla sua testa blu, l’acqua
rimane acqua – la fame è l’unica storia
di cui ha mai sentito parlare e a cui crederebbe.
Non dico ha ragione. Non dico nemmeno
che ha torto. Ingoia religiosamente la foglia d’argento
col fiume rosso spezzato e, anche fossi morta per questo,
non sarei uscita allo scoperto dal mio corpo pensoso
con uno strillo facile e acuto. Si avvita all’indietro
sul mare lucente per rifare la stessa cosa, per farla
(come voglio farla io, qualsiasi cosa) perfettamente.

Mary Oliver (House of Light, 1990)

L’hanno definita “una pattugliatrice delle paludi allo stesso modo in cui Thoreau era un’esploratrice delle bufere di neve” e “una infaticabile guida al mondo naturale”, la Oliver osserva con sguardo fresco la Natura e ne ricava immagini potenti. Il martin pescatore le regala uno dei suoi più bei versi: “how could there be a day in your whole life/ that doesn’t have its splash of happiness?”. Il fiume e il martin pescatore ci ricordano che ogni giorno nasconde uno schizzo di felicità. (Tonino Pintacuda)

< Il tango (Borges) Il giorno è andato lontano (Gino Bonichi – “Scipione”) >

Il tango

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Dove saranno? Chiede l’elegia
di quelli che oramai non sono più,
come esistesse un luogo dove l’Ieri
possa esser l’Oggi, l’esser Ancora, il Sempre.

Dove sarà (ripeto) la teppaglia
che in polverosi vicoli sterrati
o in perduti villaggi istituì
la setta del coltello e del coraggio?

Dove saranno quelli che passarono
lasciando all’epopea un episodio,
una favola al tempo, e si affrontarono
al coltello, senz’odio o ardore o lucro?

Nella leggenda li cerco, nell’ultima
brace che serba, come vaga rosa,
qualcosa dell’intrepida canaglia
che stava a Balvanera o ai Corrales.

Quale deserto, quali oscuri vicoli
dell’altro mondo abiterà la dura
ombra di chi era già un’ombra oscura,
di Muraña, coltello di Palermo?

E quel fatale Iberra (i santi ne abbiano
pietà) che su di un ponte uccise il Ñato,
suo fratello, che morti ne doveva
più di lui, e così furono pari?

Una mitologia di pugnali
lentamente si annulla nell’oblio;
una canzon di gesta è andata persa
in sordide notizie poliziesche.

C’è un’altra brace, un’altra ardente rosa
di quella cenere che li conserva;
lì sta la gente altera del coltello,
lì il peso della daga silenziosa.

Benché la daga ostile o l’altra daga,
il tempo, li dissolsero nel fango,
oggi, al di là del tempo e dell’infausta
morte, quei morti vivono nel tango.

Vivono nelle corde e nella musica
della tenace chitarra operosa
che concerta in milonghe fortunate
la festa e l’innocenza del coraggio.

Gira la gialla ruota della giostra
di cavalli e leoni e mi raggiunge
l’eco dei tanghi di Greco e di Arolas
che vidi un tempo danzare per strada,
in un istante che affiora isolato,
senza prima né poi, contro l’oblio,
e ha il sapore di quel che abbiamo perso,
che abbiamo perso e a un tratto ritrovato.
Vi sono cose antiche in quegli accordi,
la pergola intravista, l’altro patio.

(Dietro, i suoi muri sospettosi il sud
ha in serbo una chitarra e un pugnale).
Quest’incantesimo, questa ventata,
il tango, sfida gli anni affaccendati;
di polvere e di tempo, l’uomo dura
meno della leggera melodia,
che è solo tempo. Il tango crea un torbido
passato ch’è irreale e in parte vero,
un assurdo ricordo d’esser morto
in duello, a un cantone del sobborgo.

L’Antologia di Spoon River di Borges non poteva che essere un tango in cui i piani temporali scivolano verso l’indistinto, l’irreale, tra duelli in punta di pugnale e assoli di chitarra che si nascondono dietro ogni muro del Sud. Dove sono i morti dell’America del Sud? Ballano, ballano ancora sfidando l’oblio.

El tango

¿Dónde estarán ?
pregunta la elegía
de quienes ya no son, como si hubiera
una región en que el Ayer pudiera
ser el Hoy, el Aún y el Todavía. Keep Reading

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