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Creazioni - page 3

Perché pubblicare un libro non serve a niente e perché siamo tutti MOSTRI

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Spieghiamoci. Pubblicare un libro di per sè non serve a niente e non significa niente. In Italia si pubblicano circa 70mila libri l’anno. Circa 20 libri al giorno. Abbiamo credo il maggior numero di case editrici in Europa, gran parte delle quali non sono altro che trafficanti di illusionicriminali profittatori pronti a spennare il pollo di turno, lo scrittore ingenuo e sognatore, fotterlo definitivamenteingannarlo metterlo alla berlina senza che lui se ne accorga e probabilmente non se ne accorgerà mai. Ricordiamoci SEMPRE che meno del dieci per cento della popolazione legge più di un libro al mese.E che praticamente 99% delle pubblicazioni cartacee sono nient’altro che puri sollazzi ombelicali di gente che scrive per sentirsi qualcuno, farsi figo o pompare il proprio ego malato. Scrittori ingenui e sognatori si, ma anche tanta tanta malattia e tanta vanagloria. Tante illusioni, cantonate e giudizi sbagliati che finiscono immancabilmente per diventare cattiveria professionale e umana. Perchè il 99% di quello che si scrive e si pubblica non è altro che carta da macero, frattaglie scarti cerebrali pronti pronti per finire presto nell’immondizia e riempirsi di vermi. Paradossalmente – ma mica tanto- vale di più pubblicare su un giornale locale, una testata giornalistica anche di scarsissima qualità, un quotidiano che già il giorno dopo è già vecchio esuperato, buono soltanto per incartarci il pesce, che pubblicare un libro. Tutta sta paranoia di pubblicare e promuoversi a tutti i costi, e farsi leggere, ha molto poco senso. O meglio, serve quasi esclusivamente per rifocillare il mercato dei criminali profittatori pronti a spennare il pollo di turno. A far girare l’economia dei trafficanti di illusioni.
Ecco, se si vuole ragionare su che senso ha scrivere e su come si può scrivere nel modo più autentico e sensato possibile, bisogna partire per forza da questi presupposti. Chi scrive non può dimenticarsi per un attimo del mondo che lo circonda. È obbligato ad addentrarsi nel bestiario intellettuale che lo attira e lo minaccia, questa oscena mostra delle atrocità che ci troviamo di fronte, attorno, e sopra e sotto, e dovunque. Un qualcosa di abnorme e inumano che produce immancabilmente MOSTRI.  Keep Reading

Cosa bolle in pentola?

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Stiamo lavorando per voi…

C’è anche un po’ di Pupi di Zuccaro nella nuova trasmissione dedicata ai libri e ai lettori che sbarcherà presto su Televisionet.tv, la web tv di tvn media group. Stay Tuned!

Marco Candida vince il Premio Nabokov
per “Il ricordo di Daniel”

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Si è aggiudicato il Premio Nabokov (sezione narrativa) l’ultimo romanzo di Marco Candida, Il ricordo di Daniel, Edizioni Anordest. Con sei romanzi all’attivo, lo scrittore di Tortona, 35 anni, è uno dei talenti più interessanti del panorama italiano. Di seguito un commento di Angelo Marenzana, autore del romanzo “L’uomo dei temporali”, pubblicato nell’estate 2013 da Rizzoli.

Io non ricordo niente. E’ la sola certezza che illumina l’opaco risveglio di Daniel dopo i lunghi giorni di coma seguiti a un incidente. Dopo un iniziale smarrimento, al punto da non fargli riconoscere nemmeno il suono del proprio nome, una lucida consapevolezza del suo nuovo stato si agita dentro di lui, tanto da fargli considerare, altrettanto lucidamente, “di non avere più nessuna parte, nessun ruolo nella grande recita che è la vita”. Tutti concordano. Si tratta di amnesia. Una diagnosi che, nella nuova realtà quotidiana di Daniel, si tradurrà in una frattura netta con un passato per lui del tutto sconosciuto se non addirittura inesistente, e nel senso di vuoto che si fa strada in chi, come lui, era destinato ad una vita ben strutturata e dal futuro luminoso. Keep Reading

Dammi recensioni complesse

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Credo che Leopardi, dopo aver scritto o solo ispirato il testo della prima pagina (7), abbia deciso di cambiare arte e di riporre con Gipi la sua fiducia nell’acqua (8). Si narra per sottrazione: le parole sono stanche, infide. Così il tema numero uno (9. – 10.) ti arriva diretto, senza mediazioni, dentro la testa (11. – 13.) spingendoti ai limiti dell’autismo (14. – 15.), finché non resta da dire: come ci sono finito qui (16)? In fondo questo è un fumetto. Perciò facciamo qualche disegno (17), magari lo capisci.

Lo vedi l’uomo? E l’altro uomo? Fanno un gioco che si chiama potere (18), stai attento. Ma forse a te piace di più il tennis col bisnonno, sì. Bene. Tanto la gente parla (21. – 24.) sempre e comunque, tu non preoccuparti, fai scelte tue. Il rischio, certo, è di cadere giù (25) ma volenti o nolenti siamo tutti in trincea (29. – 31.), e questo potrebbe essere il tema numero due (32): si va tutti incontro alla morte (33. – 37.), dalle baronesse ai cocchieri (38. – 41.), e anche quella che sembra un’altra storia (42) in realtà si lega al resto, ti lega al resto, ci lega al resto. Difficile è capirlo.
La gente non lo capisce (44. – 45.) questo legame; il lettore forse sì, se accompagnato da un’epoca all’altra (46), invitato a metterle in relazione, a vedere che fra le due epoche non c’è tempo ma solo uomini, che passano. Deh, lo capisce anche una scarpa! Non una qualunque: la scarpa di Luca (47. – 48.), a due passi da una violenza incomprensibile (49. – 50.), straniera, che ti viene solo da chiedere aiuto (51. – 52.).

E mi chiedo se sia altrettanto difficile capire che ognuno è solo, solo con le proprie storie (53. – 55.). È l’abc: solitudine (59) e neve (60. – 61.). Il bianco apre emorragie mentali, rimanda al tema numero uno (62. – 65.) e a te non resta che piangere (66). Però – io sono qui per questo – sappi che anche lei ti vuole bene (67. – 68.) e l’amore per le storie (69) che provi quando rileggi Emerson (70. – 71.) nessuno te lo potrà portare via. È il tuo marchio, nel bene e nel male.

Sarà con te, questo amore, quando ti misurerai con la tua coscienza (72. – 73.) e rivedrai lucidamente Caino e Abele (77. – 81.), prima di scegliere una volta per tutte come stare al mondo (82). Allora, un giorno, qualcuno potrà dire di te «era un poeta (83. – 84.) e la vita, per lui, era una promessa da mantenere (85. – 87.), attraverso il fuoco (88. – 89.) e la pioggia (90)». A questo qualcuno, tu da lontano risponderai in sussurri: «Il nostro cielo è lo stesso (91. – 94.), non parlare (95) né ora né quando la morte viene (96), stai zitto (97): tutto dipende da te (98)». Allora ci sarà soltanto la strada (99), ello dirà «sono pronto» (103. – 105.) rispondendo così al tuo invito: «silenzio: guarda e ascolta, amore» (106. – 110.).

Perché, ora mi chiedo, lei afferma di esistere davvero (111. – 112.) solo poco prima di abbandonarlo, quindi sparendo, non esistendo più, e facendolo in quattromila pezzi (113. – 114.)? Ricordo una poesia di Borges che si intitola Adamo è la tua cenere (115): qui sembra declinata al rovescio, ma il ritmo è lo stesso e il tempo, goccia dopo goccia, secondo dopo secondo, ci fa essere tutti parte di Unastoria (116. – 117.).
Una storia in cui, alla fine (118), cosa vale? Perdonarsi (119) e dall’abisso (120) tornare (121. – 122.), un giorno qualunque (123), forse al crepuscolo (124. – 125.) e ritrovarsi nuovamente uno davanti all’altra (126).

[in parentesi tonda, i numeri di pagina che per i loro contenuti – grafici, testuali, ritmici – hanno guidato ogni passo di questa perifrasi emotiva del nuovo libro di Gipi]

DIARIO INGLESE
La neve a Windy Birmy

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di Donatella Piazza

Eccomi qui. È già trascorso un mese dalla prima puntata, dove vi ho raccontato la serie di fortunati eventi che mi ha portato a Birmingham. E cosi è trascorso anche il secondo mese qui a Birmy: io la chiamo affettuosamente così, ma qui la sentirete chiamare Brums.Windy Birmy, ebbene sì, ho scoperto che è una città ventosa. Del resto le mie origini sono a Bagheria, la porta del vento, ed il vento è destinato quindi a seguirmi in tutti i miei spostamenti.

È arrivata la primavera. Fin da piccoli ci insegnano che il 21 di marzo l’inverno si fa da parte: il freddo che ci ha costretti a casa o ad uscite più sporadiche si fa da parte per lasciare spazio alla colorata e fiorita primavera,  gli  animali escono dal letargo e con le camicette a fiori si va in campagna per un picnic. Immagine di altri tempi? Ebbene, il 21 di marzo, qui a Birmy è arrivata la neve. Ma non una leggera spolverata di fiocchetti bianchi, come da saluto ad una stagione che rivedremo tra qualche mese, ma una nevicata di quelle che in Inghilterra non si vedeva da decenni,  come titolavano i giornali accompagnando il titolo alle immagini delle principali città inglesi completamente imbiancate.

Così, come una gigante gomma bianca, ma un po’ più fredda e scivolosa, le lastre di ghiaccio hanno cancellato l’immagine retrò della primavera per qualcosa di innovativo. Keep Reading

La deca-danza di Giulio Mozzi

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La lista delle cose che ogni giorno ci possono irritare è infinita e altrettanto variegata. Ognuna di queste, poi, risulta più o meno fastidiosa in base al grado di cazzeggio in cui scivolano i giorni a bassa intensità lavorativa o, ugualmente, sfiata il contraccolpo dello stress feriale. Di solito, maggiore è il livello di nullafacenza e distrazione, maggiore è l’orticaria trasmessa da quelle che, in altre circostanze, definiresti ragionevolmente inezie.

A questo proposito, tempo fa, una visita al blog di Giulio Mozzi mi regalò un prurito molesto. Il motivo, all’inizio, pensai fosse solo l’antipatica frequenza con cui vibrisse sfornava elenchi in dieci punti per argomentare su tematiche diverse, non solo legate al mondo della scrittura. Poi ho capito che c’era qualcosa di più, che andava oltre il primo addebito: in una parola, l’uso ripetuto e il consumo di forme espressive che presto diventano cliché e il tedio che la loro deteriorante meccanicità mi trasmetteva. E non parlo solo della suddetta deca-danza, ma anche di altri “topoi” che circondano artificiosamente la figura, l’immagine di Mozzi, che sul web diventa lo stereotipo di se stesso.

Niente è più detestabile della noia, ancor più se registri che tanti altri non si stufano come te. Anzi, più loro si mostrano interessati e stimolati da una cosa per te uggiosa, più te la prendi non capendo il motivo di questa differenza. Dici, cambia canale. Ma l’ho detto: ero in fase di cazzeggio. (Domanda lecita: come ora?).

Così dedico al curatore di vibrisse la mia giocosa impertinenza azzardando un esercizio di stile – inutile e antipatico per chi non coglie i riferimenti o non ne condivide le premesse – che proietti alcuni fastidiosi cliché della comunicazione telematica mozziana in un testo iperbolico, nato più per sfogare il suddetto prurito che per velleità letterarie. Come (quasi) ogni parto della noia, incompleto. Il dedicatario lo consideri, in extrema ratio, come un appello all’autoironia. Keep Reading

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