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Creazioni - page 2

Dittico, al genitore e all’amico

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Il genitore che soffre a leggere
poesie del figlio
dove manca un altrimenti detto
che gli sia già noto.
Il genitore che di quei versi
non misura candore e spavento
ma una distanza siderale
mai saputa prima.
Il genitore che non ha mai sentito
uscire quelle parole
di bocca al bambino, ormai
estraneo al suo cono d’ombra.
Il genitore che di questo non parla
perché, soffrendo, tocca
diminuire se si vuole
che l’altro cresca.
Il genitore che soffre quel suo lembo
staccato, dentro il figlio
da ricucire col filo invisibile
della speranza amorosa.

***

Impossibile riempirli
i tanti vuoti di esperienza
non condivisa,
ci saranno altre emozioni.
Ci saranno altre emozioni
se è inutile il resoconto dettagliato
o gli occhi ancora negli occhi
a cercare l’antico sapore.
Quella parte resterà dimenticata e muta
anche se ora pare che basti
il fianco delle parole,
ci saranno altre emozioni.
Ci saranno altre emozioni
anche se quello che ti sei perso è perso
ed è poco ripetere
ti voglio bene.
Allora le righe bianche, lo spazio vero
lasciato ad altre partenze
che presto ci faranno
insieme di nuovo.

Tre novembre

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C’è un giorno dopo i morti, ed è questo
piccolo miracolo del calendario
che inchioda la realtà a un elenco
spudorato, dopo i morti

la scadenza delle uova
il ritiro in tintoria
la rata da pagare
il senso della parola data.

Questo giorno più degli altri
batte sulla riva dei fiumi
e nel cuore che abbiamo ribatte
orbite alla vita di terra

ma è stato il cielo del due novembre:
ha dato respiro ai silenzi
alle carezze, ai dolori
come ancore dei semi più verdi.

Così è vero
c’è un giorno dopo i morti, ma è stato
il cielo del giorno prima.

Mi dicono che è bel tempo lì da voi

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Mi dicono che è bel tempo lì da voi
che ancora andate a mare
come qui non si fa più,
escluso per il fiume
che non lo ferma niente
nella corsa al sale tutto l’anno.
E l’estate che avete ancora dentro
si dà all’acqua bruna
per gli scossoni di ottobre
sulle alghe del fondale
che turbina di smania per natura.

Ad agosto non c’era questo vento
che alza tanto la sua voce.
C’era solo pelle dentro i costumi
sabbia nel mosaico di teli
noia di cosa facciamo stasera
e hai visto che sbaglio
le ferie in questo periodo.

Adesso, anche tardi la mattina
la spiaggia è un deserto grigio
silenzio di barche al sole
rete di pallavolo ferma
e baracche di legno inclinate.
Si fa un bagno veloce
ma come veloce passi
dove ormai non è il tuo posto.

Il posto è delle barche a pancia sotto
abbandonate, ferme e violate
dalla luce africana:
sanno dei pesci sott’acqua
e aspettano che passi il vento,
quando voi sarete a casa
e io pronto a dirvi di quel fiume
che non lo ferma niente
nella corsa al sale tutto l’anno.

Più di mille parole

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Vale più di mille parole: non un silenzio, né un gesto, in questo caso, ma un’immagine. Esperimento: se valga più un articolo di critica argomentata sui rischi delle nuove dipendenze da abuso telematico oppure – visto il predicato di questa società – non basti un’immagine a illustrare tutto il discorso. Il formato del manifesto è volutamente enorme (cliccare per credere).

Sto diventando calvo. Una nota di Matteo Bussola

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Matteo Bussola. Segnatevi questo nome, perché siamo sicuri che presto ne sentirete parlare al di là del mondo delle nuvole parlanti di cui Matteo è già un valente esponente. Dopo il tramonto dei blog, il Bussola ha preso ad aggiornare la sua pagina facebook con note via via più dense che ti conquistano con il loro stile piano e concreto. Che sa di buono, come il vin cotto quando soffia il vento di neve o il pane appena scaldato nel forno a legna. Quella di oggi è solo uno dei tanti esempi. Chiedegli l’amicizia nel regno dei pollici alzati, non ve ne pentirete. 

Sto diventando calvo.

Ormai è un fatto. In realtà, è un processo che è in corso da parecchi anni, più o meno da quando ne avevo ventuno.

Dato che fino a un lustro fa avevo capelli lunghissimi e lisci, come quelli di Daniel Day Lewis ne “L’ultimo dei mohicani”, potete ben capire che è (stato) un processo graduale. Ma ormai, ci siamo. Quando dietro ti compare un principio di “piazzetta”, significa che hai finito.

La cosa bella è che non me frega niente.

In passato, lo ammetto, me ne sono fatto un cruccio. Ho affrontato varie *terapie* nel corso degli anni. Non che stessi tecnicamente diventando calvo già allora, ma notavo la stempiatura che arretrava, i capelli che si assottigliavano, e vivevo la cosa come una profonda ingiustizia alla quale non intendevo rassegnarmi senza combattere.

Ne ricordo una in particolare, fatta nella seconda metà degli anni novanta. Si chiamava: “Rigenera”. Credo che oggi la usino per curare la cellulite nelle donne, immagino senza esiti nemmeno lì. Funzionava col principio della vacuum terapia. Nella pratica, mi venivano applicate delle pompette in testa che si incollavano al cuoio capelluto come ventose. Queste ultime, erano collegate a un macchinario che “richiamava” il sangue, riattivando la circolazione periferica del bulbo. Una specie di succhiotto sulla testa, via. Non servì a un cazzo, a parte a farmi girare con dei bozzi rossi che duravano cinque giorni – e la terapia era settimanale, perciò. In compenso, mi fece venire la forfora.

Con l’esordio del nuovo millennio, caddi anch’io nel tunnel degli shampoo fortificanti, le lozioni e tutto il resto, ma il risultato fu solo che mi aggiravo per il mondo con lo scalpo perennemente profumino alle essenze più esotiche. Il sabato sera, quando uscivo, pareva sempre avessi appena abbracciato Moira Orfei.

Quattro o cinque anni fa, ho tentato l’ultima con il Proscar a base di finasteride, di cui si dicevano mirabilie. “Funziona sul 90% degli uomini, mentre nel rimanente 10% non sortisce alcun effetto”, diceva il bugiardino. Però come effetti collaterali potevano esserci – così stava scritto – “un aumento delle dimensioni delle ghiandole mammarie” (ce le hanno pure gli uomini, sì).

Riassumendo: sui capelli non funzionò ma mi vennero le tette. Furono sei mesi interessanti. Keep Reading

Madrid e la riscoperta della lentezza

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di Silvia B.

Alle otto e mezza del mattino a luglio c’è già un sole splendido, ma ancora non caldo. La luce bacia qualsiasi superficie e il concetto di ombra appartiene a un passato recente. Sento i gabbiani, nonostante io sia nel centro della città, e mi sento vicina al mare. Gli spazi ampi della Gran Via e il bianco della maggior parte degli edifici, altissimi, imponenti, rendono tutto ancora più luminoso e lo spazio tra una persona e l’altra diventa quello giusto, non troppo stretto, non accalcato e intollerante, non troppo largo, non freddo e solitario.
La gente cammina senza il timore di incontrarsi, e per questo non si scontra mai. Nessuno ha da difendere il proprio spazio, nessuno impone la propria traiettoria.

Il buongiorno non è uno solo, qui mi augurano “buoni giorni”, un plurale che ad ogni saluto ti fa sentire un po’ al 31 dicembre, come se nei sorrisi degli occhi fossero riflessi i bicchieri di un brindisi alla gioia. È un po’ questa l’aria che si respira intorno alle 10 di mattina, quella di una festa a sorpresa in cui siamo tutti festeggiati e nessuno sa di esserlo. L’allegria è la stessa di quando finisce la scuola e finalmente si possono mettere via i libri. Keep Reading

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