Author

Pupi

Pupi has 156 articles published.

CineZak | Solo, a Star-Wars Story?

by
Solo a star wars story

Fai più film collegati e quelli, più o meno lentamente, non saranno più giudicabili come pellicole singole, ma come qualcosa di diverso.
Qualcuno, giustamente, ne parlerà come si parla di ogni altro singolo film, ma sarà un pallido esercizio intellettuale.
A partire dal secondo film gli spettatori non cercheranno più una storia, un messaggio, l’opera di un autore, ma cercheranno la compagnia di qualcuno, cercheranno di tornare in un mondo nel quale si erano trovati bene.
Il primo grande esempio è forse James Bond, ma i casi più eclatanti sono il MCU e Star Wars.
Non è quindi possibile parlare di Solo come un qualunque film, per sua fortuna (risulterebbe deboluccio), ma solo in relazione alle aspettative.
Cosa ci si aspetta da un film su Han Solo?
Il suo incontro con Chewbacca.
Lui che vince il Millenium Falcon da Lando.
La rotta di Kessel.
C’è tutto.

L’unico problema è che, narrativamente parlando, è tutto troppo per un solo film, e forse avrebbe meritato una trattazione più estesa. E questo è un problema enorme, non c’è che dire.
Però alla fine il film è molto rispettoso dell’universo in cui si inserisce, ed è questo a salvarlo.
Molti piccoli dettagli che vengono dati in pasto al fan che conosce a memoria gli altri film e tutto il resto del materiale a contorno. I riferimenti sono molti e fatti bene, alcuni attesi altri inaspettati, e ognuno è un grande divertimento.
Insomma più che un bel film un bello spettacolo (imperdibile) per un fan di Star Wars.
Rimane solo un dettaglio: Han Solo, in tutto questo?
Al dettaglio delle polemiche sul casting (Anthony Ingruber sarebbe stato meglio?), quello che salta fuori è un Han Solo meno “canaglia” di quello che conosciamo all’inizio di A New Hope. Personalmente non ci vedo un gran male: quella è una patina che ha messo su (e la vediamo come si costruisce) e che poi verrà tolta; rappresentarlo da subito in quel modo avrebbe forse stonato con quello che succede dopo l’incontro con Luke, Leia e Obi-Wan.
Il punto invece è Lando. Lando è assolutamente perfetto. L’interpretazione di Donald Glover fa dimenticare quella di Billy Dee Williams. Lasciando il dubbio se il titolo scelto per il film sia quello giusto…

 

Marco Zak

CineZak | Ready Player One

by

C’è un momento, in “Ready Player One”, in cui il film si sottopone al giudizio dello spettatore. Ed è nel primo confronto faccia a faccia fra il protagonista e l’antagonista.
“Un fanboy riconosce sempre un hater”.
Noi, fanboy, riconosciamo l’hater o riconosciamo uno di noi?
Di più: il fanboy presente nell’autore del romanzo ha trovato l’easter egg o ha ceduto alle lusinghe del mondo corporate?
Di certo c’è che Spielberg è un regista che ha l’intrattenimento nel sangue, e saprebbe girare film anche bendato e legato meglio del 99% dei suoi colleghi. Parlare di come abbia gestito i ritmi e le inquadrature è del tutto superfluo.
La domanda a cui siamo chiamati a rispondere è: se Ernest Cline è Wade Watts, Steven Spielberg è Ogden Morrow o Nolan Sorrento?
Diciamo subito che Spielberg come regista ha due problemi. Anzi, due caratteristiche (dal momento che le rivendica):
1) è didascalico fino all’eccesso e in modo terribilmente esplicito
2) è leggero, quindi quando prende dei libri li edulcora in maniera pazzesca (vedi Jurassic Park)

Al netto di queste due caratteristiche, Spielberg qui si pone come Ogden, non come Nolan.
In tutti i cambiamenti (e non sono pochi) rispetto al libro ne infila uno. Il più esteso. Il più dettagliato. Il più nascosto e inaspettato (non appare mai in nessun trailer).
Il più personale.

È una citazione, un omaggio alla sua arte (il cinema), un omaggio a un suo amico e collega.
In quel momento Spielberg è il Grande e Potente Og che ancora frequenta Oasis.
In quel momento Spielberg è un fanboy come noi, e il suo film si scagiona da qualunque accusa gli si potrebbe rivolgere di essere un prodotto commerciale senza anima, rivelandosi come un atto di amore per la cultura pop.
È edulcorato rispetto al libro?
Molto, e in quasi tutti gli aspetti, ma questo non lo priva, appunto, della sua anima.

CineZak | Il principe cerca Iron Man

by

Breve rant su Black Panther.
Ho letto le critiche su BP e mi stupivo nel vederlo descritto come un film importantissimo nel suo trattare con rispetto le etnie africane. Ho pensato che soltanto la critica che ha descritto Wonder Woman come film femminista avrebbe potuto pensarla così perché, insomma, il film contiene una serie di stereotipizzazioni imbarazzanti:

  • i reali di Wakanda che si salutano con i gang sign
  • la camminata da gangsta dell’aristocrazia
  • una civiltà ipertecnologica che comunque si affida a riti tribali per la successione
  • l’idea che per definire una cosa come africana basta mettere un po’ di graffiti “etnici” nella città iperavanzata e nei suoi laboratori (accidenti, sei il top della tecnologia e sembri un ghetto)

Poi mi sono ricordato però che sto vedendo tutto questo con gli occhi di un europeo.

La Marvel ha effettivamente proposto un blockbuster al pubblico americano in cui gli scarsissimi personaggi statunitensi sono relegati a ruoli assolutamente marginali e in cui tutti i personaggi principali sono di colore. Un film che lascia lì un paio di riferimenti alla storia recente della comunità afroamericana che male non fa mai.

Onore al merito, anche se pure in questo caso, come con Wonder Woman, ci stiamo scordando di esempi illustri del passato. Va detto che a differenza di WW, qui questi esempi (categoria “film di intrattenimento leggero di alto profilo commerciale con praticamente solo attori di colore”) sono tutti più lontani nel tempo: il più diretto è “Il principe cerca moglie” che è un film di TRENTA anni fa; forse da quegli esempi avremmo dovuto trarre miglior insegnamento.
E invece oggi ci ritroviamo ad apprezzare per questo un film scritto e diretto con il pilota automatico frullando stereotipi razziali e di genere (accidenti, hanno saccheggiato persino l’ultimo Tron!), e che si regge su attori mostruosi che pure quando fanno il minimo sindacale (come qui) risultano comunque notevoli.

 

Marco Zak

CineZak | Un’acqua molto in forma. Sott’acqua con Del Toro

by

Da oggi collabora con Pupi di Zuccaro anche Marco “Zak” Marincola che si presenta così:
“Studi classici. Ingegneria. Economia.
E quantità non convenzionali di arti grafiche.
Ha 2 figli che educa in base a tutto quanto scritto nelle righe sopra”.
Debutta sulle nostre colonne con le sue visioni. Iniziamo con il capolavoro di Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua.
Le sue vignette sono caratterizzate da un tratto nervoso ed essenziale che spalancano piccoli mondi, anche l’illustrazione del pezzo è ovviamente sua.

Prima analisi superficiale: Del Toro, con il personaggio di Abe Sapien, ci è entrato in fissa. La creatura è praticamente identica (sempre di Doug Jones si tratta), fino anche alla dieta.
Volendo parlarne un po’ più seriamente, Del Toro un giorno ha guardato il calendario e ha detto “Ohibò, sono più di 10 anni non faccio un film devastante che usi il fantasy per parlare di questioni personali e politiche che si intrecciano, devo rimediare!”. E ha rimediato.
Il paragone più diretto con i suoi film è con Il labirinto del Fauno, ma qui va oltre.
In particolare, lì l’elemento fantastico sottolineava il rifiuto di un mondo grigio e sterile, mettendone in evidenza i limiti. Qui questo stesso elemento evidenzia da una parte l’assoluta alterità del diverso, con tutte le paure, le differenze, ma anche le meraviglie e i doni che questa diversità porta con sé.

In entrambi i casi comunque, come sa fare lui, Del Toro utilizza come già detto questo elemento fantastico per parlare di due questioni: una personale, della costruzione di un rapporto, del superamento di barriere, l’altra è politica, di opposizione a un modo di intendere i rapporti sociali che è praticamente fascista.

Poco importa che Strickland sia americanissimo: è un parente stretto del capitano Vidal. È la prepotenza di un potere che non vede dignità in chi potere non sembra averne, di chi si fa forte di un sistema che lo protegge per aggredire chi non ha i mezzi per reagire.

E la sconfitta arriva quando chi è ultimo entra in contatto con qualcosa che trascende la realtà, con l’aggiunta, qui, che questa esperienza il prepotente di turno la può vivere, ma è incapace di viverla in senso costruttivo (ed è una colpa personale: essere immersi in un sistema non è una scusa per restare ciechi, e il film lo fa vedere chiaramente).

Poi c’è il piano personale, di un incontro che nobilita chi è ultimo e calpestato, di una relazione così piena di difficoltà da non sapere dove iniziare. Una relazione vera, che è mistica (godetevi i versi a fine film) e carnale, che parte da piccole cose concrete e poi viaggia alto.

Tutto ciò, raccontato per immagini, coreografie e colori (gustatevi l’uso precisissimo del rosso in una fotografia fatta di colori freddi).

Del Toro dà al suo film un’atmosfera da Amélie dark, con questi colori ipersaturi. Però prende Amélie e la rende densa di contenuti e invece di una cartolina (che a distanza di anni dall’averla ricevuta possiamo definire un po’ stucchevole) ci regala un quadro surrealista (forse più Ernst che Dalì).

Quel peso di male

by

Estratto da Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Riportiamo la conversazione tra due partigiani, dove uno esprime all’altro i suoi dubbi sull’usare la stessa violenza, le stesse armi dei fascisti. E l’altro risponde:

Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto.
Ma allora c’è la storia.
C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra.
Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.
L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi.

L’antagonista e le orme sulla spiaggia

by

antagonista

Chi è il vero antagonista del romanzo d’esordio di Edoardo Zambelli?
Un trentenne osserva il volo di una mosca sul televisore e decide di cambiare vita. Un matrimonio naufragato alle spalle, le aspirazioni di critico cinematografico frustrate dal mestiere di web content manager, il direttore che gli impone il taglio da dare ai pezzi a seconda delle inserzioni, un romanzo da scrivere fermo solo all’immagine iniziale. La stessa che campeggia sulla bellissima copertina realizzata da Patrizia Mastrapasqua.

Ero fermo a poco più di un’idea. Anzi, un’immagine. Una ragazza che cammina a piedi nudi sulla sabbia in una giornata di pioggia, alla fine dell’estate. Questo e poco altro. Solo il vago sentore di una storia possibile dietro la tela di quell’immagine. Un richiamo. Chi era? Da dove veniva? Cosa l’aveva portata lì? Pressapoco queste le domande attorno alle quali avevo intenzione di sviluppare la storia. In realtà, nella scena che avevo immaginato vi era anche altro. Un ulteriore dettaglio. Mentre lei camminava sola sulla battigia, un uomo la osservava dalla finestra di una casa sulla spiaggia.

Il romanzo segue il viaggio del protagonista senza nome. Dal buen retiro di Torre dell’Orso sino alla bruma di Gonzaga, passando per il caos delle strade romane.
Un viaggio che sferraglia di treno in treno, viaggiando di notte, in quella terra di nessuno che è il vagone inghiottito dalla campagna. Keep Reading

1 2 3 26
Go to Top