I ragazzi di via Coffaro e il dinosauro

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Dieci anni fa, mentre gli altri avevano già appeso le penne al chiodo, quando il mondo ancora si trovava incastrato tra la bolla della new economy già scoppiata e prima del fallimento della Lehman Brothers, in una piccola città della periferia dell’Isola triangolare, un manipolo di giovani, convinto che il mondo non dovesse per forza finire lì, in provincia del nulla, dava vita a un progetto editoriale che prendeva semplicemente il nome dal codice avviamento postale della città.
Se a Beverly Hills avevano il 90210, a Bagheria ci facevamo bastare il 90011. Un’intuizione di una testa lucida di sogni e d’incipiente e prematura calvizie come quella di Giusto Ricupati che, fresco di studi in tecniche pubblicitarie, voleva creare un contenitore capace di attirare gli investimenti dei negozi del circondario. Ancora gli smartphone non c’erano, solo i manager e gli spacconi avevano i BlackBerry.

Nacque così 90011.it, con una frase di George Orwell subito sotto la testata (“La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”) e i pupi della villa Palagonia come laicissimi numi tutelari. Se uno non mira in alto a vent’anni, quando potrebbe poi ancora farlo?
Una squadra di agguerritissimi cronisti, con il direttore e il vice che si occupavano di seguire scalcagnate partite di calcio in campi in cui perfino Rambo avrebbe rifiutato di allenarsi. Erano piccoli cerchi concentrici di notizie locali che si allargavano e diventavano immagine di quel che succedeva al di là dello Stretto. Ci guardarono prima compatendoci, poi prendendoci sempre più sul serio. Tanto che la storica concorrenza della tv locale ci usava come canovaccio per imbastire il tiggì. I vecchi leoni del giornalismo bagherese ci presero in simpatia. Poi scesero in campo anche loro nello stesso terreno dello sconfinato web e da lì sorsero prima Bagheria.News e poi La voce di Bagheria. Nel nostro piccolo avevamo dato nuovo slancio alla stampa cittadina, come novelli corsari col web al posto del ciclostile.

Di quegli anni son rimasti colleghi diventati presto carissimi amici, l’attenzione alle fonti, la scrittura guascona e iperbolica che faceva diventare anche piccole beghe di piccolissime città metafora del mondo sterminato. Quando son arrivato qui a Milano ho continuato per qualche tempo a tener su 90011 un diario milanese, poi ci guardammo tutti, capendo che quegli anni erano passati per sempre, che dovevano guadagnarsi lo status di ricordi belli e lontani, che il giornalismo a distanza senso non ha.

 

L’ultima redazione (2010)

C’erano anche gli editoriali disegnati di Zarpa Vignette, le inchieste di Nino Fricano, le cronache di Alessandro, Anna, Fabrizio, Giusi… Se dovessi ricordare un solo momento, un’istantanea da portarci quando ci ritroveremo ancora più vecchi a ricordare quegli anni verdi, dubbi non ne ho, il riuscitissimo scherzo del pescione preistorico ritrovato a Bagheria. La madre di tutte le burle, per far pagare pegno ai tg e ai giornali che campavano di rendita del nostro lavoro e della nostra passione. Ci credettero tutti!
E avevamo appena soffiato sulla nostra prima candelina!
Tanti auguri a quei ragazzi che riuscirono a dare forma a un sogno.

 

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