Correre in un formicaio

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Caro Marco,

ho smesso di scrivere da un paio d’anni. Scrivo così tanto al lavoro che quello che era un canto libero e vivificante s’è imbrigliato nelle bardature della routine. A creare nuove storie mi divertivo, mi ci perdevo.
Ne avrei voluta scrivere una sul posto da dove vengo, e da dove vieni pure tu, per far capire anche agli altri dove si nasconde quella bellezza che acceca e si fa pietra incandescente come chi guardò la Gorgone.
Scendere in fondo sino a dove l’Italia cede il passo ai mari d’Africa con lo scirocco che ti asciuga la voce e i pensieri. Tutto è sospeso qui. Si diventa via via più cinici, tanto che alla fine quel che è diritto via via assume i contorni sfumati del privilegio.

Da un paio di mattine però ho iniziato a correre. Tu in bicicletta, io su questi piedi che già una volta mi hanno portato nell’altro emisfero.
Pure che l’Isola è lontana, è difficile restare in forma quando si passano tante ore seduti. E allora alle passeggiate verso le fermate della metro ho aggiunto i primi tentativi di emulare Forrest Gump. Quando la città dorme ancora c’è tutto un piccolo popolo di runner che corrono, ciascuno alla ricerca del proprio ritmo.
Attrezzati con tute attillate e sgargianti che io mi rifiuto ancora solo di pensare di acquistare. Quindi con la tuta di felpa scendo nei primi freddi dell’autunno, spezzando il fiato, andando a strappi, secondo la buona regola che in poco tempo dovrebbe portarmi dal divano alla smagliante forma fisica. Smagliato già ci sono, mi porto sempre un po’ avanti.

Leggo sempre, famelico. La carta l’ho momentaneamente salutata. Di tutte queste battaglie sul feticcio libro me ne zufolo beatamente il sottopancia. Avevo un’invidiabile biblioteca personale, ma in questa vita in giro per il globo a cui ci ha destinato il mestieraccio che ci siamo scelti, non si possono portare dietro. Ripenso all’edizione di Conversazione in Sicilia della BUR celeste e grigia col bel baffo di Vittorini in copertina, ai libri di Stephen King che mio padre mi regalava a ogni compleanno, ne ricordo sopraccoperte e dediche. Ma il kindle mi permette di avere sempre una buona scorta di storie e stimoli nello zaino. E nel labirinto milanese serve sempre, da una zona all’altra ci sono chilometri e chilometri da attraversare nella pancia della metropolitana. E i viaggi sono un po’ più brevi se c’è una bella storia a tenerci compagnia.
Non so se abbia senso accostare la sensazione della fatica fisica che lasciano le prime corsette e la nostalgia per gli spazi nostri che abbiamo salutato più o meno definitivamente.

Sono pure diventato zio nel frattempo, una piccoletta così bella che profuma di buono e di vero. A guardarla viene voglia di fare qualcosa di buono per riprendere la barra di questa vita.
Ti aspetto ancora qui, in questo dedalo che cambia e non si ferma. Di tutti quei libri che ho letto dall’ultima volta che ci siamo fumati una sigaretta insieme – ho detto addio pure a quel vizio! – ce n’è uno che ti consiglio. Si chiama “La vita in generale”. L’ha scritto Tito Faraci, uno degli sceneggiatori di punta del fumetto italiano. Che sicuramente avrai letto o su Topolino, o su Tex o su Diabolik. O su tutte e tre.
Prima aveva pubblicato un paio di libri per giovani lettori. Questo è per gli adulti. Racconta la vita del Generale, un capitano d’industria tradito e abbandonato, che ha scontato il suo fallimento e uscito dalla gattabuia è finito in strada. Pure lì però il suo carisma l’ha messo a capo di una piccola armata Brancaleone.
Amaro ma diretto come una storia d’altri tempi. Si legge d’un fiato e per me che vivo qui a Milano da quasi sei anni ha il valore aggiunto di uno scenario condiviso. Ti ricopio qui un passaggio che mi sono annotato:

“A Milano ci si perde. In macchina, a piedi, con i mezzi pubblici. Tutti si perdono. I milanesi per primi. Perché Milano non la conosce nessuno. O meglio, se ne conosce veramente soltanto un pezzo. […]
A Milano ci si rintana. Tutti trovano un posto per loro, alla fine. E dopo diventano troppo pigri o impauriti, o svagati o ciechi o sospettosi per andare oltre, per scardinare i percorsi della città diuturna, ma anche di quella notturna. Si rintanano perché non riescono a vedere lontano, disabituati ai boulevard, al longitudinale, al diametrale, nonché al respiro vasto di piazze vere. Lo sguardo non può mai spingersi troppo in là. C’è sempre qualcosa davanti. C’è sempre la stratificazione curvilinea di una cipolla, il verticalizzare oscuro delle foglie di carciofo.
Questa città, che è folla innumerevole e dispersa, formicaio senza geometria”.

Ecco, per ora mi muovo anch’io in questo formicaio. Ho iniziato a correre sulla Martesana, lì accanto all’acqua che placida scorre tra i tuffi delle nutrie proprio perché volevo scoprirne un altro pezzo di questo puzzle. Perché adesso Bagheria e il suo corso principale mi sembrano così lontani e così piccoli, come la città di Kandor, quell’ultima città di Krypton rimpicciolita da Brainiac che Superman tiene sotto vetro, la stessa città in cui nelle storie più belle ha lasciato un posto d’onore nella Fortezza della Solitudine.

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