Un’altra ruga di Palermo

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Ricopio il bell’articolo di Daniele Billitteri uscito ieri sul Giornale di Sicilia. Da due anni il quartiere Vergine Maria di Palermo ha ripreso una storica festa di borgata, unendo all’intrattenimento anche la denuncia sul rischio che si perda tutto un mondo, una cultura e un’identità storica locale che per secoli ha ruotato intorno alla meravigliosa tonnara Bordonaro.

Ufficialmente è una festa. Di fatto è una protesta. Ma le due cose decidono di convivere e mettono su casa insieme diventando una festosa protesta. La borgata di Vergine Maria, per il secondo anno consecutivo (e dopo una pausa, chiamiamola così, di 30 anni), ha festeggiato i pescatori con una serie di manifestazioni iniziate giovedì scorso e finite ieri sera. Per rinfrescare la memoria, per parlare a tutta la città, per dire che il destino di una borgata non può essere quello di un satellite che gira attorno al Pianeta, che c’è una cultura che non va persa. Specie se con essa si perdono identità, connotati e cuore a vantaggio di un concetto di divertimento uguale dappertutto.

Gisella Taormina è la presidentessa dell’associazione “Nostra Donna del Rotolo”. “Noi – dice – con questa festa abbiamo raccontato la storia di Vergine Maria, una borgata bellissima, dal passato prestigioso”. E uno dei responsabili dell’associazione, Giuseppe Alessi, sottolinea: “Tanti anni fa Vergine Maria era un opificio a cielo aperto. Ma lei lo sa che qui si costruiva il cordame usato nella marineria di tutta Italia?”. E Agostino Prestigiacomo, 84 anni, racconta di essere stato anche lui un cordaro al punto di avere fatto di tutto con le corde: modellini di barche, perfino un presepe lodato dall’Arcivescovato. Ora lo invitano nelle scuole a insegnare ai ragazzini a fare i nodi marinari: il Savoia, il Parlato, le Gasse d’amante, la Bandiera.

Andrea D’aiello, cultore di tradizioni e poeta, è prossimo agli ottant’anni e sa tutto ciò che c’è da sapere sulla Tonnara Bordonaro, croce e delizia della borgata: “Risale – racconta – al 1400 e ha funzionato sino a metà degli anni Cinquanta. C’erano quattordici tra vascelli, muciare e caicchi. I primi delimitavano i bordi della Camera della Morte, i secondi guidavano i tonni verso di essa, nel caicchio stava il rais, il capo. Ebbene, di tutto ciò sono sopravvissuti solo due vascelli o, per meglio dire, ciò che resta di loro. Non è il massimo per un posto che ha vissuto sulla cultura del tonno per secoli e secoli”.

Qui tutti hanno fatto di tutto ma tutti hanno dedicato parte della loro vita a questa cultura. Corrado Richichi ha 90 anni e ha lavorato una vita ai Cantieri Navali (come molti qui), operaio metallurgico. “Ma ero – dice – molto bravo a cucire le reti e mio padre lavorava nella tonnara”. E Pietro Giovenco, cantante dalla bella voce di tenore, è uno dei “Cialuma”, un gruppo folk che prende il nome dal verbo cialumare come veniva definito il chiacchiericcio a distanza dei pescatori durante le battute. Notizie, bugie, scherzi, liti. Cialumare. Sabato sera i Cialuma hanno cantato quel chiacchiericcio affacciandosi dai balconi delle case di piazza Vergine Maria davanti a una borgata adorante e anche un po’ commossa. Dice Giusi Bonura: “Giorni di festa e di maretta perché si testimonia e si lotta”. E aggiunge Pia Prestigiacomo, consigliere comunale e insegnante: “La borgata va difesa e noi lo facciamo anche così. Ma non solo”. Per la cronaca esiste una denuncia in Procura per mancata tutela di bene culturale. Per ora senza l’indicazione di possibili responsabili.

Domenica mattina ecco la gara di pesca. Alle sei si parte,con grande disappunto, dal porto dell’Arenella. “Qui – dice Giuseppe Aiello – avevamo un imbarcadero ma il mare se l’è mangiato, il porticciolo si è insabbiato e con questa perdita se n’è quasi andata pure la cultura della pesca. Adesso a mare si va solo per passione. Sono pochissimi quelli che ci campano. Per questo consideriamo la gara di pescato come una delle cose più importanti della Festa”.

Non si può capire, se non si condivide, la sensazione di uscire nel mare scuro alle sei del mattino con barche dai motori infernali e allegri e andare incontro a una promessa di bagliore, gusto il tempo di andare verso Levante per poi puntare a Tramontana verso i Rotoli. Si, proprio quelli che danno il nome al secondo cimitero di Palermo dopo Sant’Orsola. Il rotolo era una pietra che veniva usata come peso per il pescato e a mare ci sono tre scogli lungo la costa che hanno proprio la forma del rotolo ma molto più grandi. Così questa parola è diventata la “targa” di una borgata e ha dato nome a moltissime cose, a tanti luoghi comprese alcune perigliose e misteriose risalite che portano in vetta al Montepellegrino. La Montagna Incantata dei palermitani, offre da questo versante, un volto corrugato tipico delle strutture carbonatiche responsabili del carsismo che nel monte ha scavato ben 134 grotte. Di fronte alle pareti rugose, dove macchie di verde scendono come lacrime di gioia, c’è il Levante del giorno che arriva e il sole viene fuori con l’aria di uno che si sveglia di buon umore. In quel momento la luce disegna la sagoma delle barche che arrancano verso Punta Priolo, campo di gara. Barche di ogni genere, quasi tutte senza nome. Come quella di Diego Patti, 38 anni, che mi ospita per assistere alla gara che lo vede impegnato col fratello Salvo, 39 anni.

“Nessuno di noi – spiega – è un pescatore nel senso che vive di questo mestiere. Io sono saldatore ai Cantieri e mio fratello, purtroppo, è disoccupato ma la pesca qui l’abbiamo tutti nel sangue e, appena possibile, saltiamo giù dal letto quando è buio e corriamo a mare. Abbiamo paura solo dello Scirocco, per il resto andiamo armati di canna e bolentino a cercare i pesci piccoli. Per quelli più grandi ci vuole ben altra attrezzatura e ben altro tempo a disposizione”.

Diego e Salvo armano le lenze (cinque ami per lenza) col “verme coreano” o con pezzetti di gambero sgusciato. Infallibile richiamo per una lunga serie di pesciolini. Serrani e viole, ecco un nome noto pure ai palermitani che non sanno nuotare. Pesce tipicamente da frittura, povero e introvabile dai pescivendolo perché pescato solo dagli amatori. O le lappane, diventate famose per irriferibili e derisorie analogie anatomiche. O, ancora i Pettini, pesce da sabbia, cattivo e combattivo ma prelibato quando ha l’onore di finire sulle tavole dei palermitani. Poi ci sono i Pratoli, della famiglia dei saraghi, i prelibati “sparagghiuni” (tipico pesce da brodo). O le precchie che quando le vedi capisci perché è diventato un aggettivo al femminile per definire una donna non proprio attraente.

Diego e Salvo sanno tutto. Conoscono i pesci, conoscono i fondali dove c’è la sabbia o quelli dove ci sono le distese di Posidonia, paradiso di questi piccoli pesci che si nascondono così a quelli grandi ma razzinano quelli più piccoli. La dura lex del mare. E non solo. I due fratelli “calano e ghisano” e ricordano tempi che non hanno vissuto quando, prima dell’interruzione trentennale, la gara si faceva con le lenze di fondo, tenute a mano, senza canna e bolentino. Ma indovinano i posti e ad ogni calata, tirano su la lenza con cinque pesciolini e gridano “en plein” come se avessero centrato un numero pieno sulla roulette. E poi non perdono occasione di “cialumare” con gli altri pescatori: battute, sfottimento senza cattiveria, abbordaggi a regalare un po’ di esca a chi l’ha finita. Roba da marinai, fratelli della costa, avversari e solidali.

Diego e Salvo pescano 5 chili e due etti di pesce. Alla “pesata” davanti alla tonnara, arrivano secondi (ma l’anno scorso avevano vinto loro) dietro Salvatore Ciulla e Toni Prestigiacomo e davanti a Nunzio Lamattina e a suo figlio Riccardo. Totale del pescato 22 chili che nel primo pomeriggio viene ripulito prima di essere portato in piazza dove Vincenzo e Maurizio Taormina eAntonino Caltagirone lo friggono dopo che Giuseppe Prestigiacomo e Agostino Patti lo hanno infarinato. Alla distribuzione Giusi Bellante e Concetta Prestigiacomo.

Così si consuma, è il caso di dire, l’ultimo atto di una festa che appende alle canne, come in una bancarella di vucumprà, le foto storiche del quartiere. Come a dire: ecco cosa state facendo di noi. E sul volto di Palermo si affaccia un’altra ruga.

Dal 1981 racimola una laurea del primitivo ordinamento con tesi in semiotica della letteratura sul tempo nei racconti di Borges; un paio d’anni a scrivere per La Sicilia e un pirandelliano tesserino da giornalista professionista; diversi e non conclusi anni di teatro per ragazzi a muovere e suonare per i burattini; un progetto di digitalizzazione bibliotecaria alla Sapienza, qualche poesia sparsa in varie antologie e l’attuale attività di traduttore e lettore. Adora religiosamente i classici e la poesia.

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