La deca-danza di Giulio Mozzi

La lista delle cose che ogni giorno ci possono irritare è infinita e altrettanto variegata. Ognuna di queste, poi, risulta più o meno fastidiosa in base al grado di cazzeggio in cui scivolano i giorni a bassa intensità lavorativa o, ugualmente, sfiata il contraccolpo dello stress feriale. Di solito, maggiore è il livello di nullafacenza e distrazione, maggiore è l’orticaria trasmessa da quelle che, in altre circostanze, definiresti ragionevolmente inezie.

A questo proposito, tempo fa, una visita al blog di Giulio Mozzi mi regalò un prurito molesto. Il motivo, all’inizio, pensai fosse solo l’antipatica frequenza con cui vibrisse sfornava elenchi in dieci punti per argomentare su tematiche diverse, non solo legate al mondo della scrittura. Poi ho capito che c’era qualcosa di più, che andava oltre il primo addebito: in una parola, l’uso ripetuto e il consumo di forme espressive che presto diventano cliché e il tedio che la loro deteriorante meccanicità mi trasmetteva. E non parlo solo della suddetta deca-danza, ma anche di altri “topoi” che circondano artificiosamente la figura, l’immagine di Mozzi, che sul web diventa lo stereotipo di se stesso.

Niente è più detestabile della noia, ancor più se registri che tanti altri non si stufano come te. Anzi, più loro si mostrano interessati e stimolati da una cosa per te uggiosa, più te la prendi non capendo il motivo di questa differenza. Dici, cambia canale. Ma l’ho detto: ero in fase di cazzeggio. (Domanda lecita: come ora?).

Così dedico al curatore di vibrisse la mia giocosa impertinenza azzardando un esercizio di stile – inutile e antipatico per chi non coglie i riferimenti o non ne condivide le premesse – che proietti alcuni fastidiosi cliché della comunicazione telematica mozziana in un testo iperbolico, nato più per sfogare il suddetto prurito che per velleità letterarie. Come (quasi) ogni parto della noia, incompleto. Il dedicatario lo consideri, in extrema ratio, come un appello all’autoironia. Leggi tutto “La deca-danza di Giulio Mozzi”

“A Palermo non c’è il lavoro”…né la voglia di lavorare

probabili canicole di Paolo Castronovo

… si opta per rimanere a casa a mandare curricula, con capatina a Mondello nel pomeriggio, invece di imparare qualcosa di pratico seppure pagati “poco”. Troppo ardito pensare che una risorsa lavorativa che impara velocemente e produce possa ambire a un velocissimo aumento di stipendio e a ruoli manageriali (avendo a che fare con imprenditori onesti, s’intende). O peggio si va a Milano a farsi sfruttare a 1000 euro al mese, il che vuol dire che (tenuto conto del costo della vita) a fine mese non rimane nulla mentre qui qualcosa sarebbe rimasto… salvo poi tornare tra qualche anno e finire risucchiati dal vortice clientelare/affaristico di cui sopra.[…]

Ma non dobbiamo contare anche il “problema climatico”? Ad aprile, prima di partire per New York, c’era gente che sollecitata a “quagliare” su alcune cose mi diceva: «Ma ora c’è l’estate…». Tradotto: se ne parla a ottobre! […]

La beffa? Non è un problema di incapacità. È come se il contesto contribuisse a questa lagnusìa. Gli stessi palermitani appena vanno fuori diventano attivissimi e finiscono in posti chiave. Persino qui in America succede. Perché?

Tony Siino, Rosalio.it

la foto è di Paolo Castronovo