Abbiamo dato molto

Una strigliata ogni tanto, contro lo svanire del tempo umano

facebookAbbiamo dato molto, forse troppo. Abbiamo ricevuto un nuovo potere: comunicare da lontano senza più obbligo di pazienza, svincolati dal tempo in cui pure nasciamo ancora e resta la condizione della nostra vera vita (da quello necessario a imparare bene una cosa nuova, a quello da attendere perché nasca un figlio). Abbiamo ricevuto molto dunque, quasi un nuovo potere, ma in cambio di una cifra vitale. Ormai però è tardi per cancellare tutte le foto e tornare a vivere senza questo potere e in modo più autentico, in un tempo irreale che possiamo raccogliere in delle cisterne come gli antichi (lo sono già anche quelli della generazione che ci precede) per poi vendemmiarlo a noi stessi e agli altri come un buon vino.

A volte, per festeggiare certe ricorrenze il real tempo del social più usato ci propone rimaneggiamenti del materiale che abbiamo pubblicato negli anni. Ma questi teatrini non richiesti e fatti di nostri sorrisi rubati sono delle crepe da cui filtra l’agghiacciante reperibilità telematica della nostra vita – impostata già sulla finta perdita della sua condizione imperdibile, quella temporale. Possiamo decidere o meno se condividere la proposta di turno coi nostri contatti, certo, ma di fatto la nostra vita divisa in “momenti” è già a disposizione di chi volesse rovistarci dentro, innestata in una corteccia metallica che finora ci ha lasciato solo la libertà di scegliere se farla vedere agli altri pesciolini dell’acquario.

Quindi: una vita finta (perché senza più tempo da far sedimentare prima di esprimerlo) e nemmeno più solo nostra. Una guerra vera e propria, guerra all’ultimo presente: nessuna possibilità di vittoria, in questa casa senza mattoni, ma fatta col tempo personale di cui ciascuno non è più padrone. Quando capiremo di doverne fare a meno, so che saremo pronti a rinunciarci per poi – spero – non ricascarci più; ché altrimenti siamo punto e accapo e i pezzi tuoi chi più e ancora li raccoglie, dolce – chi?

Nel mezzo però, tra una prima rinuncia e una prima ricaduta, so per certo che riotterremo un vecchio potere: vedere e sentire tra i rami quante piste al volo di eros ancora sono intatte e percorribili, come tanti spazi bianchi dell’esistenza che faranno anche scontornati i nostri giorni, ma tutti parte di un disegno composto in autonomia e consapevolezza. Contro lo svanire del tempo, inghiottito senza essere masticato dal suo gemello cattivo: il reale. Non è che ogni volta che definiamo “reale” qualcosa vuol dire che ce l’hanno rubata? Reale… come dire, non più modificabile: impossibile da umanizzare.

Più di mille parole

Vale più di mille parole: non un silenzio, né un gesto, in questo caso, ma un’immagine. Esperimento: se valga più un articolo di critica argomentata sui rischi delle nuove dipendenze da abuso telematico oppure – visto il predicato di questa società – non basti un’immagine a illustrare tutto il discorso. Il formato del manifesto è volutamente enorme (cliccare per credere).

Le puppe “mi piacciono sul”… serio

Da un po’ di tempo molte mie amiche su facebook esternano spudoratamente dove “gli piace”. Benché troppo ovvia l’associazione con cui la mente maschile può riempire il mancato riferimento predicativo, tutta la faccenda restava un mistero. Oggi mi è stato finalmente svelato. La sorella di un mio contatto su facebook ha scritto la sua opinione su questa iniziativa che ha intenti giusti ma, forse, forma sbagliata. Molte cose sul social network, dopo aver vinto la battaglia per la “visibilità”, soddisfano virtualmente stimoli reali confondendo spesso la pubblicizzazione delle giuste cause con il conseguimento delle stesse, svuotandone invece di concretezza i frutti potenziali. Copio, incollo e ringrazio Annalisa. (Marco Bisanti)

di Annalisa Pacinotti

Noi donne dovremmo fare qualcosa di speciale su Facebook al fine di aumentare la consapevolezza e visibilità di Ottobre come mese per la lotta contro il cancro al seno… Se per essere visibili dobbiamo passare attraverso un giochino di parole, che tra l’altro si basa su una ambiguità tipicamente maschile, preferisco essere invisibile. O forse antipatica, però, per favore, non mandatemelo più.

Adesso mi spiego, perchè ci tengo a precisare che non sono arrabbiata con tutte le donne che hanno condiviso quell’iniziativa o che mi hanno chiesto di condividerla, però, non appena ho ricevuto la prima mail al riguardo è stata proprio di rabbia, la prima sensazione che mi è scoppiata dentro.

Lì per lì ho pensato che da malata di cancro qual sono (e spero prossimamente di poter scrivere ero), forse il malessere che provavo era legato a un problema mio, dopo otto mesi e passa di ospedali e malattia non avevo nessuna voglia di dovermene ricordare ancora, e forse un pò è vero, ma non sta tutto lì.

Il disagio che provo credo sia dovuto al fatto che chi ha promosso quest’ iniziativa, pur essendo magari anche molto coinvolto e informato sul problema cancro al seno, nella pancia, in realtà delle donne malate di cancro sa “una sega lui” (lessico familiare), altrimenti non avrebbe inventato due iniziative (il colore del reggiseno l’ altr’anno e il dove mi piace [mettere la borsa], che omesso lascia ovviamente immaginare ben altro di quest’anno), così dolorose per tutte coloro che il problema tumore lo vivono sulla propria pelle. Questi riferimenti sessuali (al di là del fatto che ricalcano un linguaggio molto maschile) sono assai lontani dalla realtà delle donne malate, direi quasi offensivi, perchè non tengono conto che la prima cosa che perdi, quando ti ammali, è proprio la tua sessualità e la cosa non è poi così divertente!

Tutti coloro che l’altr’anno si son divertiti a giocare sul colore del loro reggiseno forse non sanno che molte donne operate di cancro vengono sottoposte a mastectomia e che i loro reggiseni, fossero anche viola a pallini verdi nascondono una mutilazione senza pari. Lo stesso per il “dove mi piace”.

Durante la chemioterapia non piace da nessuna parte, quando non vomiti o rutti o vai in bagno venti volte a fila, hai tutte le mucose irritate, quando stai meglio devi combattere con la paura, lo sfinimento fisico, vi giuro, anche per la donna più innamorata, poco è lo spazio che resta per la sessualità.

Se in più aggiungiamo che si perdono i capelli e si gonfia come ranocchi per il cortisone, è difficile sentirsi non dico belle, ma anche solo passabili tanto da sentirsi ancora oggetto di attenzioni sessuali. Anch’io che ho avuto la fortuna che non tutte hanno di avere accanto un compagno meraviglioso, che non perdeva occasione per dimostrarmi non solo il suo amore ma anche la sua attrazione per me, che mi vedeva bella anche con la testa lucida, ho passato momenti tremendi quando mi son vista calva e ancor più grassa del solito. Non riuscivo a vedermi come una donna, io che mi ero sempre curata poco del mio aspetto ho iniziato a truccarmi, a mettermi gli orecchini, avevo bisogno di “vedermi femmina”, perchè è doloroso non sentirsi più tale.

Il giorno che mi hanno comunicato che mi sarei dovuta sottoporre alla mastectomia ho sofferto come un cane, nessuna parola, nè quelle di Gianni nè di Fabrizio nè delle mie bimbe amorevoli, riuscivano a consolarmi, l’unica cosa che sentivo era che io ero io, con le mie due puppe, brutte o malate non importava, ma io ero quella lì, dopo sarei stata un’altra cosa, se è vero che poi noi siamo quello che siamo, cioè il nostro corpo.

Poi ci si fa una ragione a tutto, si va e si cammina in avanti, a tutti quelli che mi dicevano “sei brava, che coraggio che hai” io ho sempre risposto che non dovevo fare un grosso sforzo, io ho sempre amato la vita, per cui pur di star al mondo s’affronta tutto, e siccome al mondo mi piace starci bene era normale poi trovar da ridere anche nella difficoltà.

Però la gioia grande che ho provato risvegliandomi dall’anestesia, nell’accorgermi che io ero rimasta io, con tutt’e due i miei seni, me la ricorderò per sempre, ma molte donne quella gioia lì, purtroppo mica l’hanno potuta avere.

Quelle donne devono fare i conti col loro reggiseno vuoto, con una sessualità mutilata e non mi par poco.

Allora forse per ricordare che ottobre è il mese del cancro al seno forse sarebbe meglio che so, non fumare per una settimana e fare una donazione alla ricerca, insomma, qualcosa che magari costi davvero un pensiero in più.

Poi può darsi che io sia una bacchettona, una che non sa ridere, mi si potrà dire che giocare proprio su queste cose è un modo per alleggerire un dramma, ma io sono antica, credo che questa roba somiglia un po’ alle barzellette sugli ebrei nei campi di concentramento, quando non mi fanno incazzare mi sembrano sceme, e viceversa.