Crolli, il tempo a Palermo

La Vucciria si sgretola, ma ormai Palermo esercita la sua vocazione turistica. I rimasti sognano di farci l’ennesimo B&B, gli emigrati si sentono più simili alla città che soccombe alle pose da cartolina.

palermocasaOggi è crollata parte di un’altra palazzina alla Vucciria; nessun ferito, nessun morto: era abbandonata, aspettavano scientificamente che facesse il suo tempo. Il tempo è la più rapida impresa di demolizione a Palermo. Forse perché è l’unica, non ha rivali. Non fu demolizione, infatti, quella delle bombe che cancellarono nel Sacco la bellezza delle ville. Al contrario, fu l’edificazione dell’osceno a cui ci si doveva abituare a dire grazie. Oggi Palermo ringrazia i turisti stranieri, e brulica di turisti della gioia tra gli stessi abitanti della sua versione rispolverata, grati di strusciare al Cassaro la sera o nei giorni di schiffaramento; lieti di esporre in vetrina questa nuova Palermo che, impacchettata a favore di pubblico, non teme di perdere l’ossigeno della sua veracità e cambiare pelle ritrovandosi nella plastica di una Barbie gigante.

Nel frattempo gli americani chiedono e ottengono di andare a visitare la casa dove abita il figlio di Provenzano, pagano per parlarci e lui ne gode – la mafia è diventata pop. Ma a Palermo c’è il turismo serio, adesso, e tutti sono orgogliosi. Certo, questi felicissimi non possono essere gli stessi che da anni lamentano la morte dei mercati popolari, né quelli che subiscono il parassitismo esattoriale degli autovelox. Di certo, non sono gli stessi che vedono i figli partire perché vogliono fare altro che non aprire un B&B o dare da mangiare e bere ai passeggiatori. E non sono gli stessi che imprecano perché un masso blocca da molti anni una strada di accesso al Pellegrino costringendoli a fare il giro dalla Fiera. Non sono gli stessi che hanno sentito il tonfo del crollo oggi, dove le balate sono ormai asciutte. Chi sono allora?

Saranno quelli che hanno ormai assimilato al paesaggio della Vucciria i muri di tufo che ne accecano i vicoli per impedire di camminare all’ombra dei palazzi pericolanti. Ci saranno passati un giorno e, scattando una foto all’ultimo vicolo cieco posticcio, avranno detto: che furbi questi del Comune, hanno alzato i muretti aspettando che il tempo tiri giù i palazzi. Soldi sparagnati per innalzarci poi un altro alveare in cui fare dormire i tedeschi, da aprile a ottobre. Qui si demolisce pure il Palermo; ma Palermo ormai è stupendissima, ha scoperto la sua vocazione turistica. Chiedetelo alle schiere autoctone che si votano alla santuzza (e speriamo solo a lei) per conquistare la tessera di guida certificata, ultima chiamata alla vita attiva per i trentenni maturi e ancora digiuni, che ha aumentato esponenzialmente il potere in mano a organi ed enti abilitanti. Insomma, chi è lo scemo che ancora può parlarne male – classifiche universitarie a parte? Zitto, che i turisti si scantano! Un’altra birra?

Ma forse mi sbaglio. Forse, chi ormai ha costruito fuori qualcosa, che Palermo non gli dava, è più contento se la città rimane tale e quale; incazzato, se davvero rialza la testa. Perché sa che lui non sarà tra quelli adocchiati e prediletti dalla nuova felicissima. Se ne è andato novecento chilometri più a nord e ricorda solo gente che scuoteva la testa, dicendo fai bene. Ora invece sembrano tutti felici, c’è il mare anche a novembre, i turisti, i piccoli editori che espongono in città, lo street food in via Roma.

Sarà che le cose a Palermo, per passare, solo col tempo possono passare. E finalmente lui ha demolito l’ombra scura, l’incanto obliquo di Circe che immobilizzava l’animo degli abitanti, diventati ora tutti albergatori, guide, ristoratori, o eterni turisti in casa propria. Chi abita fuori, qui, si sente però molto più simile a quella palazzina della Vucciria che non ai banchetti messi la sera ai Quattro Canti di città, e misura il senso di un tradimento, chiedendosi se gli otto anni passati fuori non corrispondano al crollo scientificamente atteso, alla demolizione della sua voglia di tornare, un giorno, nella città che recinta e aspetta gli edifici cadere.

Scrittori a Palermo, una nuova stagione

Non siamo spariti, forse solo indaffarati più del solito (per mesi consecutivi, sì). Ma PdZ è anche questo: masticare il tempo dell’assenza, per poi tornare a condividere gli interessi che continuiamo ad alimentare e che ci sostengono (se non nel portafoglio, almeno nello spirito). Nel frattempo, riporto l’interessante articolo di Matteo Di Gesù uscito oggi sul Manifesto, sulle correnti d’aria fresca che a Palermo ultimamente sembrano risvegliare incoraggianti focolai di interesse (veramente) culturale.
Stay tuned!

– Nel capoluogo siciliano crescono le sigle editoriali, le librerie indipendenti, le rassegne letterarie: anche se i segnali di rigenerazione non possono occultare gli strappi causati da anni di degrado, il tessuto culturale della città si rinsalda e produce un clima favorevole all’affermarsi di giovani voci

di Matteo Di Gesù

Nel primo fine settimana di giugno, quando una primavera fino a quel momento insolitamente riluttante rompeva gli indugi e la luce gialla di tufo di quei suoi lunghissimi, impareggiabili tramonti la inondava, Palermo poteva perfino atteggiarsi a piccola e intrepida capitale europea e mediterranea della cultura. La lunga, estenuante campagna elettorale si era da poco conclusa, la destra che per dieci anni l’aveva malgovernata aveva appena lasciato il campo, ritirandosi piuttosto malconcia, e centinaia, anzi migliaia di cittadini si disperdevano tra le mura quattrocentesche del complesso dello Steri, dove si svolgeva il festival dell’editoria indipendente «Una Marina di Libri», il cinema Rouge et Noir, dove si inaugurava la settimana di proiezioni del «Sicilia Queer Filmfest», e i vari luoghi che ospitavano seminari e presentazioni del ciclo «Letterature Queer» curato da Silvia Antosa (di Feticci di Massimo Fusillo e del Porno espanso di Biasin, Zecca e Manina, giusto per citarne un paio).

Due importanti manifestazioni, entrambe alla seconda edizione (se non si tiene conto dell’esordio sperimentale e circoscritto della Marina di Libri di tre anni or sono) che è opportuno nominare e celebrare, dovendo dar conto della letteratura che si fa e si pratica, oggi, a Palermo: sia per la qualità dell’offerta culturale che hanno saputo proporre, ovviando quest’anno allo spiacevole inconveniente della parziale concomitanza consolidando la collaborazione e incrociando alcuni appuntamenti, sia per il fatto di essere nate e cresciute nella più totale autonomia finanziaria e organizzativa, avendo potuto contare solamente sull’apporto di decine di volontari che hanno lavorato a titolo gratuito (un novero che comprendeva studenti universitari appassionati, librai indipendenti, associazioni di artisti e operatori, cineasti, lavoratori della conoscenza e intellettuali altrettanto entusiasti) e sull’appoggio di istituzioni e associazioni culturali autonome (tra gli altri gli istituti culturali francese, tedesco e spagnolo per il Queer, l’Università di Palermo, il consorzio «Piazza Marina e» e due associazioni studentesche per la Marina di Libri). «Sei proprio sicuro che non ci sia nessun simbolo istituzionale da inserire tra i partner sul risvolto del programma del festival?», chiedeva stupito il grafico veneziano ad Alessandro Rais, raffinato e infaticabile direttore artistico del Sicilia Queer.

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