Il figlio del Maresciallo

Questo ricordo, lo vorrei raccontare…
Ma così, si è già spento…non resta quasi niente
Perché lontano, ai miei primi verdi anni sta
Kavafis

fatmanIn tv passavano le improbabili cotonature dei protagonisti di Beverly Hills 90210. Il massimo di tecnologia disponibile era l’agendina elettronica che permetteva di fare le facce degli amici, caricature da pochi pixel per portarsi dietro i numeri di casa. Perché il cellulare era un mattone, privilegio di manager e medici reperibili. In tv passava ancora Batman, l’uomo pipistrello. E il bimbetto e il suo cuore di ciccia adorava le avventure dell’alter ego di Bruce Waine. Superman veniva da un pianeta lontano lontano su una navicella spaziale finita nel Kansas, là dove la Dorothy del Mago di Oz aveva iniziato le sue mirabolanti avventure. Tutti gli altri erano diventati supereroi con un’esplosione atomica o incidenti in laboratorio. No, Bruce s’era messo d’impegno per vendicare i genitori e con dedizione quotidiana era diventato l’Uomo Pipistrello. Perfino l’Uomo Ragno aveva avuto bisogno del morso del ragno radioattivo. Quel bimbetto voleva solo una cosa, mentre in tv passavano i coloratissimi Power Rangers. Voleva indossare per il Carnevale sempre più vicino il costume del suo eroe. Che era più in carne di tutti i coetanei l’aveva sempre saputo. La certezza però arrivò nel negozio di giocattoli. Il costume di Batman era solo per bambini “normali”. La commessa di Disneyland era stata diretta come uno starnuto: li abbiamo solo per bambini NORMALI. L’aveva detto così, tutto in maiuscole. Il cuore del ragazzetto accelerò, se lo sentì in gola. I genitori lo guardarono come se avessero sempre evitato di pensare che quella ciccia fosse attaccata alle ossa del loro picciriddo. Smise d’essere piccolo proprio in quel momento. Se Bruce era diventato Batman a forza di piegamenti e addominali, lui avrebbe detto addio a quella panza che lo ancorava alla terra e non gli faceva spiccare il volo tra i tetti di Bagheria. Iniziò così l’inutile tour di nutrizionisti e dietologici. Leggi tutto “Il figlio del Maresciallo”

LIOTRU di Salvatore Piombino

liotruIl cielo mattutino era terso, privo di nuvole, sulla città di Catania. Leone II ormai noto ai più come “il Taumaturgo” osservava dalla sua finestra le volute di fumo che si dipartivano dalle case ricoperte da un sottile strato di fuliggine. In silenzio il vescovo accarezzava l’estremità della sua barba scura. Foschi pensieri si addensavano nella sua mente mettendolo in uno stato crescente di inquietudine e rabbia. Quel demonio del Copronimo era ormai adulto sullo scranno di Imperatore di Bisanzio e, neanche a dirlo, aveva deciso di continuare la scellerata politica iconosclasta di quel miserabile di suo padre. A complicar le cose poi ci si era messo pure Liodoro: il dannato necromante che teneva in pugno la città di Catania.

Leone II volse lo sguardo verso i fogli sul tavolo al centro della stanza. Il suo giovane fidato Matteo inviava con regolarità dispacci narranti le mirabolanti imprese di Liodoro. Scriveva che i suoi incantesimi riuscivano a distorcere la realtà e che i più poveri, i malati e gli indifesi sembravano essere i suoi obbiettivi prediletti. Faceva apparir loro vicine le cose lontane, sapeva tramutare uomini e donne in bestie e donare l’illusione della ricchezza e del benessere. Pur riconoscendo la natura infernale dei suoi poteri la gente lo amava perché era in grado di creare per loro un regno ingannevole e colorato in cui ridere, burlarsi del colpo gobbo al proprio vicino e dimenticare la natura miserrima della propria condizione. Matteo lo descriveva come un uomo basso, quadrato, dall’espressione artefatta e ferina, diceva avere occhi piccoli e pelle stranamente traslucida, infine – summa della vanità – aveva lo scalpo calvo pittato con un certo unguento segreto dello stesso colore dei pochi capelli che gli erano rimasti sulle tempie e sulla nuca.

“Monsignore. Monsignore mi perdoni è appena arrivato Matteo e chiede di essere ricevuto”.

Leone il Taumaturgo si girò e guardò la donna che aveva osato disturbarne i ragionamenti con occhi dardaneggianti che però stemperarono presto in una frugale e sbrigativa dolcezza.

“Oh Agatina sei tu, perdonami, ero in preghiera.-E si capisce Monsignore, allora faccio entrare Matteo?”

“Sì Agatina cara digli pure di salire”.

“Sta bene Monsignore”.

Dopo una rapida occhiata in sù Agatina si profuse in un inchino (che al vescovo sembrò troppo pronunciato) e uscì dalla stanza.

Matteo non tardò e entrato corse a inginocchiarsi al cospetto del Taumaturgo che però lo invitò subito ad alzarsi per raccontare ciò che stava accadendo intorno a quell’imbonitore di Liodoro.

Matteo si mise a sedere senza togliersi la cappa scura e prima di iniziare a parlare bevve un generoso sorso d’acqua dalla brocca sul tavolo. Leone II aveva notato la secchezza delle labbra del suo fidato e il colorito emaciato delle sue gote nonché i graffi e il fango incrostato sui suoi stivali. Doveva aver viaggiato molto all’inseguimento del necromante. Leggi tutto “LIOTRU di Salvatore Piombino”

Cucuzze

window © Paolo Castronovo
window © Paolo Castronovo

Angelo aveva le mascelle al posto delle ascelle. Pareva disegnato male. Manco che Dio si fosse ubriacato quando toccava sfornare quello lì.

Camminava sul suo motoruzzo, una strana mutazione indopakistana di Vespa, e pareva il cavaliere senza testa, il casco era sospeso tra il petto e la panza. Non c’era traccia di collo.

Lui ci soffriva e cercava di alzarsi un po’ la testa, pensava pure di ficcarsi un cavatappi proprio sul cucuzzolo della capa e tirare sino a quando ci riusciva per far uscire la sua testa di tartaruga dalla zona su cui si dovevano appoggiare le dolci testoline di carine biondine minigonnate.

No. Niente da fare. Aveva speso tutta la sua prima tredicesima in giro da esperti più o meno famosi. Niente. Provò pure coi cinesi che vendevano quelle cianfrusaglie vicino alla stazione. Niente. Provò a farsi scazzottare il mento e la pappagorgia da suo cugino Mariuzzu che aveva un bicipite grosso quanto un tacchino. Niente. Solo che ora aveva pure la mascella spaccata in tredici punti. Gli misero dei perni e un filo metallico a tenerci su la mandibola e lui chiese al dottore di tirargli su, dato che c’era, pure la testa. Niente da fare. Tartaruga cagona era nato e tartaruga cagona sarebbe morto.

 

Solo che il buon vecchio barbabianca che pullula su tutti gli altari col suo occhio uno trino e triangoleggiante aveva provveduto ad alzargli qualcos’altro. Compensazione. Semplice compensazione.

Già, perchè ad Anjiluzzo mancava il collo ma sotto aveva una mazza d’impareggiabile sfilettitudine. Sì, la chiamava così quella sua dote. Per gli altri era solo “Anjilu u sceccu”.

Si diceva che tutto fosse successo ai tempi dell’infanzia. La madre di Angelo era Teresona Succhiacucuzze, una buttanissima buttana conosciuta sino alle pendici dei Nebrodi. Teresona stava facendo il bagnetto al pupo (che ai tempi aveva ancora un piselluzzo inesistente) e l’aveva messo ad asciugare sul lavello, Il piccolo Angelo si girò per prendere una luccicante mannaia che pendeva dal posto del pentolame. La madre per evitare la tragedia si gettò sotto la lama tagliandosi di netto mezza faccia, il bimbo si prese in faccia le famose minnazze di sua madre: due sommergibili conosciuti da Palermo e provincia martellarono la testa del caruso. La testa rientrò, il collo era sparito.

E qui la verità si insugava di leggende spuntate tra buttigghiuna di vinazzo di casa. Leggi tutto “Cucuzze”

La Venere di Siracusa di SALVATORE PIOMBINO

There's always something missing © Paolo Castronovo
è la donna così com’è, così come la si ama, come la si desidera, come la si vuole stringere. (…).
La Venere di Siracusa è una donna, ed è anche il simbolo della carne.
GUY DE MAUPASSANT

travestirsi, la censura, l’oppio, la religione…
BLUVERTIGO, L’Assenzio

Di lamatina

Sono seduta su una poltrona di fronte al muro nella grande camera da letto che la signora Rosa ci ha allestito al secondo piano. Ci piace stare qui, dove si sentono solo le risate delle belle picciotte nostre, il tintinnio dei portagioie sulle grandi consolle di legno e le molle dei materassi quando una delle disgraziate ci si butta di peso. Da dove sono seduta riesco a vedere la Venere di Siracusa. Si sta provando una redingote grigio fumo su una camicia maschile che immacolata le ricade sulle cosce tornite e nude. Adelina gioca ad alzargliela continuamente mentre Mariuccia finge di prenderle le misure come una sartina navigata, ma lo sappiamo tutte che lo fa solo per poterle mettere le mani addosso. Le sistema le spalline, poi sbuffando dice che bisognerà imbottirle i fianchi per mascherare la curva fimminina.

Allungo una mano verso il tavolino per raggiungere la mia boccetta di etere persa fra portasigarette di legno, nastri e ampolle di profumo. Ne diluisco una parte in un bicchiere colmo a metà di Nero d’Avola per berne una lunga sorsata.

 

«Cretiiina ma che fai! Vedi che poi stasera non puoi neanche muoverlo quel culo secco che ti ritrovi di fronte al colonnello!»

 

Mi grida Adelina mentre ripone nell’armadio la redingote. All’ombra dell’anta pittata intravedo un pantalone scuro ripiegato con cura e una cravatta appesa al gancio di rame. Tiro la testa all’indietro sulla spalliera mentre ogni rigidità naturale si scioglie e braccia, gambe e schiena diventano come ricotta lavorata. Sprofondo nella mia poltrona mentre mi accorgo che dalle finestre sprangate filtra un po’ di luce. Non ho la forza di dire a una delle ragazze di tirare le tende di velluto – che qui nessuno può guardare fuori e viceversa – percepisco solo l’orrore affiorare sotto le palpebre insieme alla solitudine e alla rabbia per aver dimenticato ogni volto che ho sfiorato, il sapore delle mele cotogne col primo freddo e la neve come lontano sbuffo bianco all’orizzonte.

Tanto che mi rimane?

I capelli colorati di Mariuccia raccolti in un tuppu dietro la testa, le braccia bianchissime di Adelina e il suo neo disegnato con la matita scura vicino all’ombelico, ecco cosa. Mi accorgo che vicino a me qualcuno sta parlando, non riesco a girare la testa se non di poco per guardare nello specchio. È la signora Rosa che mi passa un grosso bicchiere pieno d’acqua con quelle sue mani incartapecorite e macchiate. Accanto alla sua figura la mia immagine riflessa è quella di una povera derelitta con la bocca aperta per metà e gli occhi a pampineddra. Lei si alza sistemandosi la gonna e quasi grida con quella sua parlata ragusana menando l’indice per aria come un direttore d’orchestra all’opera. Leggi tutto “La Venere di Siracusa di SALVATORE PIOMBINO”

Giovanni Canzoneri, il colore di una Sicilia che forse non c’è più

conti zaffarani“Tu pensi che la moneta faccia la felicità?”…
“Minchia!”…
“Può darsi, ma senza sticchio l’uomo cos’è?”
“Di nuovo questa storia! Tempo al tempo. Non ti preoccupare, bisogna avere un po’ di pazienza, e vedrai che arriverà il giorno che ti farai pure gli arretrati”…
“Ho quarantasette anni, e in quest’arco di tempo l’unica cosa che mi ha dato benefici sessuali è stata questa…” mostrandogli la mano dritta “…manco le buttane mi vogliono. Una volta sola sono andato, era una sera d’inverno e faceva un freddo cane ed ero ammantato sino all’osso, la signorina si rese molto disponibile quando le feci vedere i soldi e sorridente ‘ncuminciò a spogliarsi. Man mano che si levava un pezzo mi allisciava facendomi acchianare le quaranate. Rimasta nuda, come mamma l’ha fatta, cominciò a denudarmi. Ci accuminciò di sutta, prima ‘i cavusi poi ‘i mutanni e via discurrendo, e mentre mi svestiva, si stricava come una gatta in calore, ma quando mi scoprì il volto, rimase paralizzata, appresso cuminciò a vociare come una pazza, tanto che richiamò la presenza del magnaccio, che mi pigliò per i capelli e mi buttò giù per le scale nudo e crudo, dopo una bella passata di legnate”.
“Una volta…sentii dire che ogni uomo, sulla terra, ha a disposizione sette donne”
“E chi è questo cornuto che ne ha quattordici?”
“Pensi che sono minchiate?”
“Non lo so, di una cosa sono certo, venderei l’anima al diavolo per farmi una santa fottuta”.


Giovanni Canzoneri
ha 36 anni ma racconta un mondo antico, usi e costumi, modi di pensare di una Sicilia scomparsa. Humus arcaico, valori lontani, umorismo “diverso”. Il tutto con una lingua inconfondibile, imbevuta di dialetto, snella, agile, appassionante, spesso esilarante. Già, perchè Canzoneri – della Sicilia passata – non si concentra sul melodramma, sull’epica, sul pomposo, quanto piuttosto sui piccoli siparietti comici, sulle furbizie e le stupidità del popolo, sui dettagli di colore. Leggi tutto “Giovanni Canzoneri, il colore di una Sicilia che forse non c’è più”