Una cannonata nello stomaco

"71/365 - If I had a heart" © Paolo Castronovo
"71/365 - If I had a heart" © Paolo Castronovo

Wolverine: Te lo descrivo; è come se qualcuno ti avesse sparato una cannonata nello stomaco, lasciando un enorme buco, ma a un certo punto comincia a chiudersi… E un giorno sarà diverso. Non sarà più così pesante. Ovviamente prima o poi sentirai una canzone, o qualcuno riderà in quel modo, o il vento soffierà nella direzione sbagliata… e il buco si aprirà di nuovo.
Spider-Man: Preferivo quando facevi finta di volermi far sentire meglio.
W: Che tu ci creda o no, ogni volta si richiude più velocemente.
S: E quand’è che si chiude per sempre?
W: Una morte non è come perdere un lavoro o divorziare. La morte non passa. Devi integrarla nella tua vita. Imparare a conviverci. Ma… Le cose andranno meglio…
S: …Un giorno?
W: È quello che devi sperare.
S: Un giorno.

La morte di Capitan America,
capitolo III – Depressione
,
trad. di Giuliano Cremaschi

Pagine d’umanità profonda nella Siracusa delle anime perdute

Geoanatomy III © Paolo Castronovo
Geoanatomy III © Paolo Castronovo

Una rivelazione, un pugno allo stomaco, una stretta al cuore. Una storia d’amore estrema e insensata. Un giovane polacco bellissimo e alcolizzato che vive la sua esistenza tra gli spiantati dei semafori, alloggi di fortuna, vino e vodka, e una donna di Siracusa, ancor più giovane,  ancor più folle. È “Sangue di cane” di Veronica Tomassini, pubblicato da Laurana Editore. Un romanzo di una forza e una profondità – un’umanità profonda –  che sconvolgono. Già, è l’unico verbo adatto. Sconvolgere.

Slawek non era un barbone. No, Slawek era l’angelo nero, gentile, gonfio soltanto un pochino, ma riuscivo ad intercettare i suoi occhi da slavo, origini ucraine, occhi allungati, non so spiegare. Era slavo.

Oggi sono adulta, posso ricordare. “Poco spicci, signora, poco spicci”. Io mi avvicinai, io ero lì, ero già lì, china sulla sua cinta, giù, non una parola. Giù. La mano sopra la mia testa. Giù.

E invece ero ancora al rosso. Rosso. Traffico fermo. “Poco spicci”, angelo mio. “Poco spicci”.

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Buzzati e il logorio dell’attesa

"I'm waiting for Alice" © Paolo Castronovo
"I'm waiting for Alice" © Paolo Castronovo

«Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo: quello di raccontare delle storie».

Questa frase di Dino Buzzati (1906-1972) sintetizza perfettamente il senso del suo narrare eclettico. Il Deserto dei Tartari è il suo capolavoro che festeggia proprio quest’anno i settant’anni, originale e profondo, troppo spesso accostato e schiacciato dal paragone con le pagine di Kafka.

Il Deserto è una grande metafora, lo stesso Buzzati raccontò più volte la genealogia del suo romanzo. Lo spunto gli venne dalla monotona routine redazionale notturna, che faceva in quei tempi: “Molto spesso avevo l’impressione che quel tran-tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita. E’ un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nella esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva: nulla di meglio di una fortezza all’estremo confine, mi parve, si poteva trovare per esprimere appunto il logorio di quell’attesa” (Il Giorno, 26 Maggio 1959). Leggi tutto “Buzzati e il logorio dell’attesa”

Viveva in lui

My Granpa's wall © Paolo Castronovo
My Granpa's wall © Paolo Castronovo

«La sua salute malferma, disse, glielo impediva. Nel 1901 Marcel Schwob, che era di salute altrettanto fragile, aveva intrapreso un viaggio in condizioni peggiori per visitare la tomba di Stevenson in un’isola del pacifico. […] Una volta Schwob, sdraiato nella sua cabina si sentiva morire quando si accorse che qualcuno gli si sdraiava a fianco. Allora si girò per vedere chi fosse l’intruso e scoprì il suo servitore orientale, con la pelle verde come la lattuga. Forse solo in quel momento si rese conto dell’impresa in cui si era cacciato. Quando giunse, dopo molte sofferenze, a Samoa, non visitò la tomba di Stevenson. Da un lato stava troppo male e, dall’altro, perché visitare la tomba di qualcuno che non è morto? Stevenson, e questa semplice rivelazione la doveva al viaggio, viveva in lui»

Roberto Bolaño, 2666

L’inferno dei viventi

The Love Silent © Paolo Castronovo
The Love Silent © Paolo Castronovo

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Italo Calvino, Le città invisibili