
window © Paolo Castronovo
Angelo aveva le mascelle al posto delle ascelle. Pareva disegnato male. Manco che Dio si fosse ubriacato quando toccava sfornare quello lì.
Camminava sul suo motoruzzo, una strana mutazione indopakistana di Vespa, e pareva il cavaliere senza testa, il casco era sospeso tra il petto e la panza. Non c’era traccia di collo.
Lui ci soffriva e cercava di alzarsi un po’ la testa, pensava pure di ficcarsi un cavatappi proprio sul cucuzzolo della capa e tirare sino a quando ci riusciva per far uscire la sua testa di tartaruga dalla zona su cui si dovevano appoggiare le dolci testoline di carine biondine minigonnate.
No. Niente da fare. Aveva speso tutta la sua prima tredicesima in giro da esperti più o meno famosi. Niente. Provò pure coi cinesi che vendevano quelle cianfrusaglie vicino alla stazione. Niente. Provò a farsi scazzottare il mento e la pappagorgia da suo cugino Mariuzzu che aveva un bicipite grosso quanto un tacchino. Niente. Solo che ora aveva pure la mascella spaccata in tredici punti. Gli misero dei perni e un filo metallico a tenerci su la mandibola e lui chiese al dottore di tirargli su, dato che c’era, pure la testa. Niente da fare. Tartaruga cagona era nato e tartaruga cagona sarebbe morto.
Solo che il buon vecchio barbabianca che pullula su tutti gli altari col suo occhio uno trino e triangoleggiante aveva provveduto ad alzargli qualcos’altro. Compensazione. Semplice compensazione.
Già, perchè ad Anjiluzzo mancava il collo ma sotto aveva una mazza d’impareggiabile sfilettitudine. Sì, la chiamava così quella sua dote. Per gli altri era solo “Anjilu u sceccu”.
Si diceva che tutto fosse successo ai tempi dell’infanzia. La madre di Angelo era Teresona Succhiacucuzze, una buttanissima buttana conosciuta sino alle pendici dei Nebrodi. Teresona stava facendo il bagnetto al pupo (che ai tempi aveva ancora un piselluzzo inesistente) e l’aveva messo ad asciugare sul lavello, Il piccolo Angelo si girò per prendere una luccicante mannaia che pendeva dal posto del pentolame. La madre per evitare la tragedia si gettò sotto la lama tagliandosi di netto mezza faccia, il bimbo si prese in faccia le famose minnazze di sua madre: due sommergibili conosciuti da Palermo e provincia martellarono la testa del caruso. La testa rientrò, il collo era sparito.
E qui la verità si insugava di leggende spuntate tra buttigghiuna di vinazzo di casa. Continue reading



