Le cover non esistono

Il verbo to cover significa coprire o rivestire, occuparsi di, proteggere e persino coprire le spalle; cover, invece, sta per copertina, coperchio, rivestimento e tutto ciò che ha a che fare con la protezione, per cui anche manto, riparo e persino nascondiglio. È un inglese usato anche da noi per indicare la versione di una canzone rifatta da qualcuno che non sia l’autore o l’interprete originario. Ribadisco l’ovvio, sottolineando comunque la questione (da me) irrisolta del perché lo stesso temine non valga anche per la musica classica, in cui si eseguono cover da Beethoven e compagnia bella (forse perché lì non si lascia tanto spazio all’interpretazione, ad esempio, nel canto che invece può cambiare davvero i connotati di un brano pop; come la mettiamo allora con l’opera? Lì si canta…).

Scordatevi ora il pippone sulla lingua italiana a rischio appiattimento per l’imperante modello straniero che ci allontana dalla ricchezza della nostra lingua, facendone svanire il potenziale, da cui l’importanza di valorizzare invece le nostre sorgenti dialettali, come ultimo baluardo nella lotta a questa forma ulteriore di colonizzazione. Dimenticatelo per un attimo. Beandomi dello storico e assoluto dominio internazionale dell’italiano in campo musicale, che solo a noi rende leggibili le notazioni dei maestri di tutto il mondo, da Gershwin a Scriabin, voglio invece ringraziare l’imposizione di un inglese che nobilita l’attività di tanti amanti della musica, indicando col termine cover qualcosa in più del semplice rifacimento. Dal chiuso della stanza al palco del villaggio turistico, dal falò con gli amici all’annuale concerto tributo, chi risuona le canzoni – al netto della spinta esibizionistica o aggregativa – è mosso da un naturale bisogno di cura nei confronti di quel brano o di quel musicista. Leggi tutto “Le cover non esistono”

La stanza dello scemo

C’era una porta a casa sua e sulla porta una targhetta di ottone con su scritto il nome del posto dietro la porta: stanza dello scemo. E scemo io, forse, che quest’anno non andrò, niente treno per Bo, a motivo di un lavoro che sto facendo. Ma con la mente, sempre in questo periodo, torno alla casa del professor, commendator Domenico Sputo, il nome scemo di un gigante che mamma Iole chiamò Luciodalla. Tutto attaccato, bimbo prodigio, duro ciottolo al rimbalzo dei mille dirupi che trovi in un mezzo a una vita.
Basso tanto, nero e peloso, che le bocche degli amici veri, da fischiettarci insieme al fresco dei portici, trasformavano semplicemente in Ragno. Lo chiamavano così. E nella sua tela molti sono rimasti impigliati a mezz’aria, mangiati dalle note di un urlatore siderale, formica zingara che fra gli altri ho incontrato pure io.

E ripenso a tanti speciali visti in tv, a uno girato da un acerbo ma intimo freak Samuele dove il minimo, per uno che distillava lo Stronzetto dell’Etna e aveva una barca di nome Catarro, era prendersi un cappuccino alle ore più strane. Le tre, le quattro di mattina (“il mondo torna il cesso che era prima”): salutare la tipa dietro al banco e sorridere ai camionisti di ogni specie stravaccati nell’anonimato. Tutto all’unico scopo di tornare a casa, se riuscivi a tenerla – magari fare prima un giro dei viali, come un tempo a incontrare Luca e gli altri – per poi unicamente chiudersi nel cesso e rallegrarsi, stimolati anche dall’odore di petrolio che manda il giornale croccante preso nell’edicola assonnata. Chissà, può darsi che oltre alla cacca – che tutti fanno e facevano, da Bach a Charlie Parker – ci scappi anche una melodia che funziona. Così era nata Disperato erotico stomp; e quello stomp a che si riferiva? Ecco.

L’aveva raccontato mille volte quel “parto” musicale, eppure, al contrario di tanti colleghi ostentatori di noia e sufficienza per le solite domande dei giornalisti, lui non si stufava mai. Loro volevano questo? Lui questo gli dava. Come quando, durante Banana, un giorno il principe gli chiese, ma come fai a dire sempre sì agli autografi e alle foto? Be’ non sono mica un indigeno africano: una foto non mi strappa via l’anima, non mi toglie niente. Di certo, in quella risposta c’era tutta la voglia di piacere cristallizzata negli anni plurimi in cui aveva iniziato: non se lo filava nessuno! Arrivò al punto da provare quasi piacere nel non piacere, e non per una forma di masochismo, ma perché l’antipatia che gli manifestava il pubblico stimolava in lui un’urgenza di ripicca musicale che trasformava il lancio dei pomodori in altrettanti sberleffi sonori che gli uscivano dallo skat, fra un inciso e un ritornello, quando cantava la sua lingua meravigliosa. Leggi tutto “La stanza dello scemo”

C’era due volte
il commendatore Domenico Sputo

Quante volte scriverò il suo nome adesso? In genere evito le ripetizioni e sono un tipo scrupoloso. Ma alla fine di questa trasferta fulminea, nella carrozza di ferro che mi riporta a casa, apro C’era due volte il barone Lamberto del favoloso Gianni Rodari. A pagina 28 leggo: «L’uomo il cui nome è pronunciato resta in vita», e ringrazio di credere ancora che a volte il mondo mi parli, nel modo giusto al momento giusto.

L’anno scorso la commozione mi portò al fresco dei portici dove era il legno con – dissero – Lucio dentro: dalla stazione salire per via dell’Indipendenza, un’emorragia di anime coagulata a piazza Maggiore, i primi versi percepiti in megafonia sul Crescentone – «ma che bella mattina, il cielo è sereno» – ignari turisti che pensano di essere in coda per un biglietto, lo sguardo smarrito del sosia di Lucio che pare finalmente diventato più alto, la messa a san Petronio che invece il rito vero è per le strade, una paglia scroccata a Luca Carboni in fuga dai giornalisti, un pensiero consegnato ai frantumi di Marco Alemanno, due parole con un barista e le sue due a me di ritorno, lacrimoni in disparte e una città che per tre giorni era successa solo una cosa nel mondo.

Quest’anno no, mi dico, è solo un concerto. E poi a Lucio non piaceva festeggiare il compleanno. Ma qualcosa nel tardo pomeriggio mi spinge alla stazione: agguanto il treno e dal centro Italia sfreccio rosso fin dove non si perde neanche un bambino. Dove non si è perso Ragno, come lo chiamano gli amici. Lucio e la vecchia città dotta e sacerdotale si scambiano la pelle e volano su una tela invisibile che rimbalza di mattone in mattone.
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il commendatore Domenico Sputo”

Precipitango

 

In vista dell’imminente festival sanremese, diamo una spolverata al nostro canale tubico per ribadire la musica che ci piace e – se siete ancora sprovvisti di un vostro canale personale – invitarvi a segnalare brani a voi cari che ancora non hanno un posto nel calderone planetario della rete ma vorreste far conoscere e rendere disponibile agli ubiqui e anonimi ascoltatori che solcano l’oceanomare virtuale.

Sulla lontananza dell’amico dilettissimo (1986)

Federico Incardona (Palermo, 1958 – 2006) è stato un altissimo compositore. Intese e visse la musica come genere supremo di filosofia. Di teoria musicale non me ne intendo ma, come tutti, due orecchie le ho anch’io e, come quasi tutti, ci sento – per quel sentire che è voglia sincera di aprirsi all’alterità. Inoltre, se uno studioso o un “divulgatore” dell’opera di Incardona volesse scrivere di lui e dei suoi lavori, i Pupi sarebbero felici di ospitare qualsiasi contributo.

Queste orecchie ignoranti, comunque – dicevo – non mi vietano di percepire un senso nella dialettica delle sue composizioni. Ritengo, certo, fondamentale un bagaglio teorico per poter entrare appieno nel discorso musicale contemporaneo. Ma è per questo, per le mie mancanze, che la curiosità per l’arte di Incardona diventa ascolto quasi magico, frutto di un’apertura che mi avverte su quanto c’è ancora da imparare; quanto poco sappiamo quando crediamo di sapere; quanto può essere lontano un amico dilettissimo.

Per chi non è stato formato alla musica severa, prendere in considerazione brani come questo – lo riconosco – richiede quasi un atto di fede. Compiuto questo moto d’abbandono, però, sulle ali impertinenti ma devote della vostra ignoranza potrebbe capitarvi di rivivere istanti primordiali, come è successo a me. Risalire misteriosamente ad attimi che – sono sicuro – ognuno ha vissuto nei periodi successivi alla nascita e di cui serba una memoria fisica. E fisicamente ricordarsi che neanche all’epoca riuscivamo a decifrare i suoni emessi dalle braccia che ci tenevano sospesi a mezz’aria. Eppure, prima ancora del tempo in cui avremmo ceduto alla schiavitù discretiva dell’intelligenza, sapevamo di poter attribuire un senso a quei suoni, lo percepivamo. E percepivamo uniti il suono e il senso, senza distinzione d’intelletto; e da questa percezione sgorgava contemporaneo un duplice flusso di fiduciosa continua meraviglia attrattiva e repulsivo ripetuto grave smarrimento. In questo coincide la mia agnizione al primo ascolto di Incardona.

A volte, ancor oggi che sono diventato grande e la schiavitù a cui accennavo prima è diventata un vanto, la pulsione contrastante che mi suscita la musica del compositore palermitano riesco ad accostarla alla meraviglia che suscita il miracolo della lingua in coloro che amano la letteratura e si sorprendono ancora davanti a una poesia. Lo stesso sentimento che provo quando traduco un testo, davanti all’inevitabile perdita di senso che avviene nel passaggio tra due lingue diverse. Con l’unica differenza – fra musica e letteratura – che questi rimasugli di senso che ti ritrovi in mano, per esempio, quando traduci, in musica non si producono. Ed ecco l’eccezione! La musica non perde pezzi, la musica è senza rimasugli. La musica tiene ancora insieme la centrifuga dispersione di Babele. La musica è l’indicibile compimento di quella torre.

Qui, quiquiqui, alcune sue tracce sparse nel web.