Vogliamo solo il cielo

Giovanni e la moglie e la scorta oggi sono nervosi, è la vigilia della loro festa e staranno tutto il giorno a provare i vestiti e non mangiare niente per entrare nelle cinte strette di quando erano più giovani, viventi. Lo vedi tu cos’è questo nuovo linguaggio che ha fatto del superfluo realtà cui davvero vale dare forma, mentre prima restavano solo pensieri, quelle tante cose che ora ci sentiamo di mettere nero volatile sul blu dei diari virtuali. Quando invece l’unico pensiero che vale e anni fa sarebbe rimasto nell’aria è la rispettosa dolcezza di un suo collaboratore che, in una intervista letta pochi giorni fa, continuava a chiamarlo dottor Falcone. E poi lo sai che non sono loro a prepararsi, che non è loro questa vigilia ma nostra, e se potessero dire qualcosa loro davvero sarebbe: levateci questi di simboli di dosso, vogliamo solo il cielo.

Palermo, Scianna

Il sapore più amaro del mondo

Ho accusato il colpo e non ho queste parole. Nell’orrido muto della delusione aspetto di sentire davvero cosa risponderà Pino alle evidenze. Pino Maniàci, che fosse pazzo l’avevo capito subito andandolo a conoscere. Non si è mai dato tempo per pensare, per essere prudente mai: facile che abbia mischiato le buone cose fatte alle cose brutte sue personali, fatte anche quelle credendo vero di appartenere ancora solo a se stesso, mi sono detto oggi, e non a chi vedeva in lui un punto di riferimento. È sempre stato tutto un coacervo, tutto mischiato: Telejato era lui (non il ritratto intuitivo di un santo) e lui era Telejato (santificata per meriti reali e per necessità collettiva), identificazione che Orsatti chiede di spezzare; miscuglio per cui ai mafiosi parlava la loro lingua e spesso lasciava indietro la deontologia dei tesserini, usando maniere più che sufficienti a buttare il bimbo con l’acqua sporca per chiunque lo volesse. Nell’unico e remoto caso in cui riuscirà a spiegare tutto, questa di oggi è la solitudine dell’uomo antimafia. Unico e remoto caso.

Resta difficile credere che nell’asfittica Partinico, se hai tanto potere intimidatorio e lo eserciti su politici e nomi influenti, tu non debba rendere conto a nessuno dei poteri che ti preesistono. Sfruttare di mala intenzione l’antimafia è un atto mafioso. Allora però, in quel contesto minuscolo Pino avrebbe dovuto far parte del clan, non so se mi spiego: sono zone in cui è difficile pensare che possa circolare un cane sciolto e senza padroni per così tanti anni. Della sua estraneità alle famiglie, però, siamo ancora certi. Così come siamo certi che iniziò a parlare delle magagne nella gestione dei beni confiscati un anno prima rispetto all’esplosione del “caso Saguto”. Questi due dati mi hanno fatto pensare che, nella più plausibile realtà grigia in cui l’uomo è quello che è, sulla effettiva base di ciò che Pino ha fatto di sbagliato, liberarsi di una scheggia impazzita era una cosa utile a molti. Perché se rompi le palle a una parte, non puoi romperle anche all’altra, se entrambe sono nate molto prima di te e ti sopravvivranno comunque. Così, da oggi Pino non potrà più fare danni a nessuno, né ai buoni, né ai cattivi.

Sulla base evidente dei suoi sbagli, infatti, il risultato è che lo mandano via da Partinico. Se le prove sono così schiaccianti, però, che motivo c’è di allontanarlo dal suo territorio? Non vedo rischi di possibile inquinamento da parte sua. Con questo allontanamento, invece, la scheggia impazzita non potrà più fare danni a nessuna delle due parti. Le due parti… Crescere in Sicilia ti fa capire, prima che altrove, che la realtà è un pane grigio ma, allo stesso tempo, è in quella trincea che si sente maggiore il bisogno di appigliarsi a figure cristalline e senza macchia. Contraddizione dilaniante. Come dice un’amica, forse è proprio questa la cosa più triste: il perpetuarsi invincibile dell’ideale di purezza assoluta col quale rivestiamo e incastriamo i “nostri eroi”. Perché sapere (per esperienza personale!) che presto o tardi si macchiano di qualche grave misfatto o lieve colpa, ci assolve tutti dal credere vero e possibile l’impegno della vita per un mondo migliore.

Questo post è già apparso ieri su L’esageratore

il pianto degli anarchici, enrico baj

‘Contro l’antimafia’. Il nuovo libro di Giacomo Di Girolamo

Sia maledetta questa luce derisoria, che si prende gioco di noi: non ve lo meritate tutto questo – sembra dire – non ve lo meritate

Pubblichiamo il prologo del nuovo libro di Giacomo Di Girolamo, Contro l’antimafia, edito dal Saggiatore. Qui l’autore ne parla con Attilio Bolzoni

Io non ho mai avuto paura.
Adesso sì.

Sia maledetto Goethe.
Sia maledetto tutto, di quel suo viaggio in Sicilia, dalla nave che lo portò a Palermo al taccuino su cui prese appunti: «il posto più stupendo del mondo», «l’unità armonica del cielo con il mare», «la purezza dei contorni»…
Siano maledetti tutti i viaggiatori d’Occidente, che hanno parlato di «capolavoro della natura», «divino museo d’architettura », «nuvola di rosa sorta dal mare».
Siano maledetti i paesaggi da cartolina. Le cartoline, no. Quelle non c’è bisogno di maledirle, già non esistono più.
Siano maledette, però, tutte le immagini sui social, i paesaggi su Instagram, i gruppi su Facebook del tipo «Noi viviamo in paradiso».
Siano maledetti i tramonti sul mare.

Sia maledetta la bellezza.

Sia maledetta la luce nella quale siamo immersi, che sembra una condanna.
Sia maledetta questa luce derisoria, che si prende gioco di noi: non ve lo meritate tutto questo – sembra dire – non ve lo meritate. Leggi tutto “‘Contro l’antimafia’. Il nuovo libro di Giacomo Di Girolamo”

La Liberazione, uno sguardo dal Sud

Avevamo vent’anni oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte
tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore. *

Settanta anni fa il CLN Alta Italia proclamava l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati e iniziava ufficialmente la Liberazione dal nazifascismo. Ufficialmente. In realtà, oltre al fatto che i partigiani operavano già da tempo alla macchia, gli alleati avevano messo piede a Licata ben due anni prima, senza l’aiuto di alcuna frangia ribelle siciliana. Da ciò risulta evidente (e giusta) l’identificazione d’ufficio fra Liberazione e movimento partigiano. Lasciando in secondo piano l’intervento anglo-americano, oggi rivive il sacrificio di quegli italiani che, pur rifacendosi a tradizioni politiche diverse, morirono in una spietata guerra civile per autodeterminarsi come nazione libera e giusta, cementificati da un moto solidale contro i tedeschi e la sanguinaria prepotenza fascista. Qualcuno dice che il loro fu un contributo marginale, ma tutti gli storici ammettono la loro fondamentale azione di indebolimento delle retrovie dell’Asse, oltre le linee non ancora superate dalle milizie alleate, e di intelligence nei tanti borghi in cui agivano col favore segreto di compaesani e cittadini rimasti nelle case.

La Sicilia invece visse per due anni su un altro pianeta, rispetto ai fatti richiamati dal 25 aprile 1945, ed è facile pensare che il passaggio dal regime fascista a quello alleato fu percepito più o meno tiepidamente come un cambio di guardia, sulla falsariga del racconto che Tomasi Lampedusa fece del passaggio precedente, dal regno borbonico a quello “savoiardo”. Vero è che Carmela Zangara ricordò qualche anno fa gli oltre 2500 partigiani siciliani riconosciuti dall’Istoreto, ma questi prestarono quasi tutti servizio nelle brigate della resistenza piemontese o diedero prova di coraggio nelle altre regioni del centronord. Non conoscendo dunque storie di guerriglia civile ambientate nei monti Sicani simili a quelle consumate nell’alto appennino, è facile associare l’aria che si respirava da noi nel luglio del 1943 a quella che regnava nel giardino del principe di Salina, distaccato e lontano dai tumulti. E non perché in Sicilia ci fossero solo nobili aristocratici: basta guardare con gli occhi di Robert Capa la campagna di Troina, i primi di agosto del ‘43 nella foto qui sotto, per intuire le spalle larghe e ben salde del popolo che vide arrivare i giganti americani come vedeva il cambio delle stagioni sulla terra, occhi bassi sui campi o stretti sull’orizzonte del burrone all’inciampo del gregge. Leggi tutto “La Liberazione, uno sguardo dal Sud”

Cambiare le cose

Padre Pino, non sei riuscito a cambiare le cose, ma le persone che hai incontrato; non tutte, ma tante. Per loro, è stata una questione di fortuna incontrarti ma anche di scelta, forte, nel posto in cui le hai incontrate. Come ci si può aspettare che un uomo solo cambi le cose? Un uomo, se va bene, può cambiare le persone, perché mi sembra che le “cose” siano tali per definizione, altrimenti avrebbero un nome diverso – sarebbero altre cose – oppure si chiamerebbero persone, invece che “cose”.
Il nome delle persone, sì, contiene qualcosa di trasformabile. Non credo perciò che dire “sei morto inutilmente” sia rispettoso – anzi, credo sia quasi un’offesa – nei confronti dei singoli che oggi devono la loro vita onesta a te, padre Puglisi. Per loro, per i tuoi amici, inutile non sei stato e sappiamo: chi salva anche una sola vita, chi salva un bambino, salva il mondo intero. E in quel mondo, quante cose hai cambiato. Tutto.