Io non mi scandalizzo dei cuori

Un invito a non avere paura dei nuovi linguaggi, che non sentiamo nostri, e un rilancio di fiducia in ciò che possiamo trasmettere

loveIo non mi scandalizzo dei cuori. E non mi scandalizzo dei verbi inglesi declinati in italiano: ti lovvo. Perché scandalizzarsi è il primo segno di un limite che ti impedisce di conoscere l’altro. Così, se ora molti giovanissimi e non, considerati inferiori dai principi del foro, usano dire ti lovvo, io non entro in pena. Ma divento curioso ed entro in modalità ricerca: cosa dice questa parola che nessuna altra in italiano dice? Lovvare qualcuno non significa certo amarlo per come intende la nostra lingua. È un passo indietro sull’amore, ma forse uno avanti sull’affetto; uno indietro sull’esclusività di un rapporto, ma uno avanti sulla sintonia e l’euforia. È un’espansione, una cosa diversa, un’arma in più – una sintesi, certo, di cose che potrebbero essere dette anche meglio con la nostra musica naturale.

Ma non faccio finta che la lingua sia un marmo estraneo alla perenne evoluzione. È invece un corpo vivo, e io non mi reputo in diritto di dire cosa deve e non deve passare il sigillo dell’italiano. Posso solo confermare le mie preferenze e sorridere, quasi, all’idea che le mie produzioni linguistiche potranno apparire estranee già a lettori contemporanei e molto più giovani, come una musica di Beethoven è ascoltata oggi da orecchie più votate allo swing elettronico: sanno che la musica da loro lovvata ha un debito inestinguibile con le produzioni meno amate e pur miracolose dell’Omero del pentagramma.

Così, questo è solo un pensiero e un invito, soprattutto, a non avere paura del meticciato. Sempre dalle colonie culturali (qual è stata ed è ancora la nostra rispetto all’imperio tecnologico e mediatico americano e inglese) è risorta una lingua nuova e persino in grado di toccare gli alti profili della letteratura, grazie a una sana digestione e rielaborazione dei materiali stranieri imperanti. Certo, non credo che usando un italiano misto a inglese, qualcuno potrà scrivere nei prossimi anni i nostri Figli della mezzanotte, ma ribadisco, e non so come mai mi è venuto in mente oggi: questo è un invito a non avere paura e a fidarsi, fidarsi del patrimonio che trasmettiamo a chi viene dopo di noi (ammesso che la cosa ci importi) e dell’uso che potranno farne i nostri figli, i figli di questa mezzanotte.

Non basta riporre ogni speranza letteraria nelle anime vere che trovano questo continente scappando dalla morte nera in Africa. Io in prima persona confido e so che una bella letteratura italiana nascerà in Italia da questi figli del mare. Ma ecco, ci siamo anche noi, superstiti dignitosi di un nuovo dominio. Senza paura. Aperti.

Nuova incarnazione della letteratura

L’idea di letteratura che sta dietro all’ultimo Nobel, sulla minore rilevanza della pura scrittura, apre una suggestione più generale sul ruolo e l’importanza della corporeità nel nostro tempo.

dylanL’altro ieri è stata una giornata particolare. All’alba è morto Dario Fo e a pranzo hanno assegnato lo stesso premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. La stampa ha definito la coincidenza come una sorta cambio di guardia, dal giullare al menestrello, per la stessa irregolarità che i due incarnano rispetto alla definizione più comune di letteratura. In effetti, non credo che gli interessati abbiano mai stretto la mano a qualcuno intendendo presentarsi come esponenti di quest’arte. Ogni volta, le mani tese dal cantautore e dall’uomo di teatro erano parte di una fisicità, una presenza effettiva – tradotta in suoni o gesti – che non si può scindere dal destino della loro opera; una corporeità sostanziale e insita nel concepimento di ogni riga di testo – di canzone o di spettacolo – da loro creato: ecco perché, ogni volta, nel loro caso le mani tese senza alcuna intenzione letteraria, hanno comunque sempre fatto parte di un corpo letterario.

Dopo l’annuncio svedese, gli appassionati di classificazioni, su cosa sia o no letteratura, hanno aperto cateratte di tele-giudizi polarizzando i commenti dei soddisfatti e dei musi storti. “I testi di Dylan sono vere e proprie poesie”, dicono in molti. Uno come Gian Maria Volontè l’aveva mostrato a suo tempo, leggendoli in purezza, senza musica. Come non pensare, poi, a De André stampato nelle ultime pagine delle antologie (non ci si arriva mai a fine anno scolastico, ma per fortuna arriva prima lui da altri canali). In fondo, la letteratura è quell’arte che utilizza la parola, così in pagina come a teatro, o in sala concerto. E gli aedi con la cetra? E Omero? Non fecero tutti letteratura? Certo. Poi però leggi questo bell’articolo di Scarpa e trovi inappuntabile la chiusa di commento su Dylan: “Hanno premiato un grande atleta. Peccato che sia un ciclista, e il Nobel per la letteratura è una gara a piedi”.

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Mario Vargas Llosa a Palermo

Una nostra lettrice racconta l’ultima visita dello scrittore a Palermo.

di Rossana Giglio

Mario Vargas Llosa Vucciria 2015Non ero mai stata a Palazzo Steri prima di allora, perlomeno non per un appuntamento così elettrizzante. Sì, elettrizzante calza proprio a pennello, perché varcata la soglia con due ore di anticipo (non voglia il cielo che finisca ignobilmente nella sala dove allestiranno il proiettore) avrei quasi potuto illuminare l’intero edificio per quanta carica avevo addosso! Palazzo Steri – sala magna – ore 18:00. Queste semplici indicazioni mi martellavano in testa da settimane ormai, da quando durante un’incursione annoiata in internet avevo avuto notizia dell’evento:  il 14 settembre 2015 Mario Vargas Llosa sarebbe stato insignito della laurea ad honorem in Lingue e letterature moderne dell’occidente e dell’oriente. Dovevo esserci, a tutti i costi.

Mi presentai alla portineria del rettorato fingendomi una studentessa disorientata in cerca di indicazioni. Sì, in maniera riprovevole aggirai la rigida sorveglianza che imponeva l’ingresso solo venti minuti prima della cerimonia, ma la mia coscienza era davvero a riposo quel giorno, fatta fuori da un’esaltazione simile solo a quella di un tifoso di fronte alla finale dei mondiali di calcio. Così, eccomi seduta nella sala, io e pochi eletti. Impietositi da un gruppo di ragazze visibilmente in ansia, avevano pensato bene di consentirci l’ingresso anticipatamente con sincera ammirazione, o compassione, chissà.

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Un cigno tenebroso e raro

Gianfranco Franchi è ciò che Borges definì un cigno tenebroso e raro, un buon lettore. Non l’ho mai incontrato personalmente, ma credo di poter dire che – in mezzo alla geografia disordinata di questo bel mondo – abitiamo lo stesso territorio e che ci siamo conosciuti diverso tempo fa. Tra le pagine di qualche libro profondamente amato. Per questo vi segnalo il suo colloquio con Paolo Zardi apparso su Grafemi intorno alla lettura, l’editoria, i letterati, i laterali, il Novecento letterario italiano e al senso di un bel po’ di cose. La trovate qui.

È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. Non cerca in un romanzo russo informazioni sulla Russia, perché sa che la Russia di Tolstoj o di Čechov non è la Russia della storia ma un mondo specifico immaginato e creato da un genio individuale. Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.

Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura – trad. ital. di Ettore Capriolo, Milano: Garzanti, 1982 («Saggi blu»)

Nei tempi bui, un’opera d’arte

Come ha fatto oggi sul suo blog Loredana Lipperini, incornicio questo pensiero di David Foster Wallace su cui ogni narratore, ma forse anche ogni uomo, dovrebbe riflettere – diciamo – una volta a settimana. Estratto dall’intervista rilasciata nel 1993 a Larry McCaffery (traduzione di Martina Testa).

Siamo d’accordo un po’ tutti che questi sono tempi duri, e stupidi, ma abbiamo davvero bisogno di opere letterarie che non facciano altro che drammatizzare quanto sia tutto buio e stupido? Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi. La buona letteratura può avere una visione del mondo cupa quanto vogliamo, ma troverà sempre un modo sia per raffigurare il mondo sia per mettere in luce le possibilità di abitarlo in maniera viva e umana.

Non parlo di soluzioni nel campo della politica convenzionale o l’attivismo sociale. Il campo della letteratura non si occupa di questo. La letteratura si occupa di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano. Se uno parte, come partiamo quasi tutti, dalla premessa che negli Stati Uniti di oggi ci siano cose che ci rendono decisamente difficile essere veri esseri umani, allora forse metà del compito della letteratura è spiegare da dove nasce questa difficoltà. Ma l’altra metà è drammatizzare il fatto che nonostante tutto siamo ancora esseri umani. O possiamo esserlo. Questo non significa che il compito della letteratura sia edificare o insegnare, fare di noi tanti piccoli bravi cristiani o repubblicani. Non sto cercando di seguire le orme di Tolstoj o di John Gardner. Penso solo che la letteratura che non esplori quello che significa essere umani oggi, non è arte.

Abbiamo tanta narrativa di qualità che ripete semplicemente all’infinito il fatto che stiamo perdendo sempre più la nostra umanità, che presenta personaggi senz’anima e senza amore, personaggi la cui descrizione si può esaurire nell’elenco delle marche di abbigliamento che indossano, e noi leggiamo questi libri e diciamo «Wow, che ritratto tagliente ed efficace del materialismo contemporaneo!». Ma che la cultura americana sia materialistica lo sappiamo già. È una diagnosi che si può fare in due righe. Non è stimolante. Quello che è stimolante e ha una vera consistenza artistica è, dando per assodata l’idea che il presente sia grottescamente materialistico, vedere come mai noi esseri umani abbiamo ancora la capacità di provare gioia, carità, sentimenti di autentico legame, per cose che non hanno un prezzo. E se queste capacità si possono far crescere. Se sì, come, e se no, perché.