Bastia, Bestia, Bastiani: arrivano i Tartari

Nominato idoneo, Marco Bisanti partì una mattina di giugno dalla città per raggiungere la fortezza Bastia Umbra, sua prima prova di concorso. No, mi sono confuso. Ecco lo spartito originale: Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Sì, questo è l’incipit giusto. Le assonanze a volte ti portano dove vogliono loro. Qualche collega giornalista ha pensato di esorcizzare il test che ci aspetta domani – prima tappa per portare da 5000 a 100 l’ingresso in Rai di nuovi cadetti catodici – uscendosene con la Bestia Umbra; a me è venuto in mente di trovarmi nella fantasia di Dino Buzzati.

E mi sono detto aspetta, ma se, al contrario dell’ufficiale solitario che troverà aperte le porte della Fortezza, noi saremo tanti e cercheremo di espugnarle, le torri del quizzone Bastiano, sì insomma, non è che i Tartari siamo noi? E cosa vorrebbe dire? Essere uno dei Tartari dovrebbe almeno garantire dal male dell’infinita attesa che fa languire le vedette, votate all’unico gesto che nessuna urgenza impone mai di compiere. Eppure, in mezzo alle due figure c’è lo stesso deserto. E se la vedetta resta a lungo in attesa è perché anche i Tartari aspettano qualcosa, prima di sferrare l’attacco alla fortezza.

Così anche la vita di chi terrorizza le guardie con la minaccia di sconfinare – sarà anche più varia, meno noiosa – è piena di attesa. Non sarà un’attesa protetta e capace di imbastire miti e leggende, o spostare eserciti sulla comparsa appena vaga di un lumicino nella notte incavata che fugge al binocolo: tanto più che, ad accendere quel lumino, in quel momento dovrei esserci proprio io, in quanto tartaro, il che non mi lascerebbe tempo per divagazioni analoghe. Ma resta comunque fatta di attesa, la vita di noi Tartari. Mi chiedo allora cos’è che aspettiamo: a noi non viene incontro nessuno. Siamo noi gli invasori. Forse però la vera domanda è un’altra: vogliamo davvero invadere la città, o siamo solo gelosi della vista sul deserto che c’è dalla torre, dove vogliamo piantarci anche noi? Leggi tutto “Bastia, Bestia, Bastiani: arrivano i Tartari”

Lavorare (nell’editoria) stanca,
contro lo svanire dei colpevoli

Se mi chiedono il pizzo e io non ho il coraggio di denunciare, e pago l’estorsore, resto una vittima o divento un colluso perché “incoraggio” la pratica mafiosa? Il tema è delicato ma, sarà l’età, l’idea dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra mi sta abbandonando. E nel mondo del lavoro, e nell’editoria (libraria), come funziona? Il ricatto micidiale della concorrenza, che costringe molti ad accettare condizioni becere, “legittima” le nuove pratiche schiavistiche? Sì. Sottolineare questo aspetto, però, non può distrarre da chi effettivamente estorce la dignità a una persona in cerca di una e più fatiche per avere il pane a tavola. I ruoli, poi, nella lotta al recupero dei diritti perduti, non possono essere ricoperti da tutti indistintamente: dovrebbero essere i soggetti più garantiti ad alzare la voce più di chi è arrivato ieri e ancora rema in galera senza aver potuto mai mettere il naso sul ponte della nave.

Eserciti di legittimi aspiranti redattori, traduttori, grafici, correttori, uffici stampa, e compagnia bella bussano alla porta dell’editore di turno, regalando il loro tempo nella speranza di ottenere poi un ingaggio pagato; firmano il primo contratto, felici di aver superato una prima faticosa tappa; poi spesso, a mesi dalla consegna puntuale e dal mancato pagamento fissato nel contratto, capiscono di aver fatto del volontariato a loro insaputa. Così imparano un nuovo lavoro: recupero crediti dal committente. Non è prassi consolidata ovunque, non si deve generalizzare (anzi, per cambiare l’andazzo è giusto diversificare sempre e illuminare chi rispetta l’etica del lavoro) ma di certo chiunque bazzica il settore ha esperienza diretta o indiretta di situazioni del genere. Succede, per così dire, ed è successo in ultimo a fine aprile. Con una bella novità, però. Leggi tutto “Lavorare (nell’editoria) stanca,
contro lo svanire dei colpevoli”

Passaggi obbligati: cambiare pelle a Milano

di Silvia B.

Che sì, è vero. Fa tanto male. La schiena, ogni giorno, da tre anni, mi duole. L’altro giorno ero in ufficio, seduta sulla mia bella sedia di pelle nera, di quelle che girano e ci posso giocare come quando ero bambina ma, chissà perché, in ufficio non mi viene mai di giocarci. E ho lasciato il mio capo esterrefatto. Io scricchiolo. Scricchiolo tutta: mi scricchiolano i gomiti le spalle le dita il collo le caviglie le braccia la schiena. Lui dice che si tratta di un problema grave di cartilagine. Io sono dell’idea che sia un punto di non ritorno. Tre anni fa non scricchiolavo così. È uno dei regali di Milano. Ogni “tac” del mio corpo mi ricorda una stanchezza, un affanno, una corsa.

Da quando ho scelto di vivere qui non mi sono mai fermata, i calendari mentali mi parlano di una lotta (almeno) al mese. Un contratto, una collega stronza, una conferma, una risposta, una nuova coinquilina da imparare, una persona da capire, una famiglia da gestire a distanza, una casa da scegliere. E i mesi passano, gli anni passano, scanditi dal binomio 5-2-5-2-5-2 dei giorni, settimana lavorativa – week end. Anche quando pensi che la firma di un contratto possa darti un briciolo di tranquillità, ti ritrovi a capire che ogni giorno ha una sua personalissima capacità: dimostrarti che “tranquilla” non è definizione consona alle circostanze.

Così questa vita da bypass coronarico ti prende ti sbatte e ti schiaffeggia, come un vento che ti spettina comunque, qualsiasi sia il posto in cui tu debba andare. Nello scorrere dei giorni e delle settimane simpatizzi per piccole manie, che ti ancorano a altrettanto piccole certezze, e costruisci un equilibrio in cui troppo spesso ti trovi a chiederti il fatidico “Che ci faccio qui?”. Anche ora, mentre scrivo, ruoto i polsi ed entrambi suonano una musica tutta loro. Al ritmo di quello che Milano impone. Leggi tutto “Passaggi obbligati: cambiare pelle a Milano”

Qui in Sicilia

Riprendiamo dal blog del nostro Nino Fricano una riflessione sull’aria asfittica che in Sicilia spinge sempre più gente a emigrare e, al contempo, trasforma chi resta. Uno sguardo amaro dal Sud, forse parziale ma, per ciò stesso, potente e lucido come solo una denuncia “dall’interno” può essere. Qualcosa che ci sta a cuore e di cui abbiamo già parlato, anche in forma lirica. Una sveglia per chi pensa all’Isola ritratta nelle cartoline.

Tornando qui in Sicilia, costretto alla contro-emigrazione forzata, scopro la Sicilia degli adulti, degli arrivati-a-destinazione, di quelli che non hanno più “tutto da vivere, tutto da fare, tutto da immaginare”. Messo in stand-by il fermento di andarmene da qui a tutti i costi, mi guardo attorno. E cosa vedo.

Una terra bellissima, di una bellezza scomposta, eccessiva, contraddittoria, che prende alle viscere, che smuove il sangue, la schiuma, i fluidi. La vegetazione, ribelle e selvaggia, così altezzosa nella sua splendente deformità e durezza. Il sole, ti si conficca nel cervello e ti inietta energie che non sono le tue.

Una terra che ti riempie e ti svuota con poche zampate febbrili, muovendosi veloce, volando alto, come un rapace dei più belli e terribili. E la gente, la gente, modellata da millenni di “giochi di potere sulla nostra pelle”. I loro contorni si sono delineati piano piano, per sfregamento, contro una superficie spinosa, piena di chiodi aguzzi, quale è la Sicilia.

Sarà il contesto economico, sarà l’economia massacrata da governanti criminali – quasi come in Congo o in questi stati africani, ricchissimi e ridotti alla fame dallo schifo del potere – non so perché, ma qua la cifra sociale, lo spirito collettivo, sembra proprio essere quello della mediocrità. Leggi tutto “Qui in Sicilia”

Amanti del prossimo

senti, non devi essere più bravo, ma meno costoso.
allora potrai anche essere meno bravo, ma lavorare.
sì, hai capito bene: cerchiamo gente poco preparata.
chi lavora per noi, però, non deve affezionarsi tanto.
ché lavorando s’impara e poi, si sa, ti Monti la testa.
«ma sono migliorato, sto qui da anni, merito di più».
senti, tu mi piaci, sto cercando di darti un consiglio.
la prossima volta lavora senza imparare, la prossima.
la prossima volta non invecchiare, la prossima volta.
e ora dai, che ho da fare: avanti il prossimo giovane.