Li peraulis o La creatiòn

Acque, cieli e terre
si meravigliano
fuori della morta mente
dell’uomo nato per ultimo.

“Io” gridava “Io”
legato a quel pensiero.
“Io” gemeva “Io”
chiuso in quella dura scorza.

Eravamo tutti morti,
senza un affetto nel cuore
e non un canto nelle orecchie,
poveri morti sconfortati.

“Io” gridavamo “Io”
nel buio di quella parola
senza suono, senza canto
“Io” gemevamo “Io”.

DIO DICE
“Carne” mormora Dio.
L’uomo cade nel corpo.
Vede la carne, la sente,
tocca la carne calda.

LE PAROLE
“Terra” mormora Dio.
Subito nasce la terra
e sostiene l’uomo disteso,
silenziosa, sul suo seno.

A UNA A UNA
“Cielo” e la pioggia e i raggi
gli nascono dagli occhi,
illuminando un’altezza
angosciata e silente.

E L’UOMO VIVE
“Erba” e trema verde
sulle prode, sui cigli.
“Uccello” e vola e canta
una piccola piuma d’oro.

Pier Paolo Pasolini (Poesie disperse, 1946)

La vita, continua mancanza, sofferto limite, pesante fragilità da portare, è da pensare con l’esistere più ampio rispetto a quello della sola mente, perché si possa approdare a un’armonia, a una pienezza di relazione con il creato. Pasolini a questo punto fa intervenire la Parola/Amore di Dio che si china sulla creatura amata e gli dà carne di sostanza, sensibilità e calore fino a fonderla nel tutt’uno di una piccola piuma d’oro. Interessanti riflessioni poetiche per la Pasqua, che ho trovato qui. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Gelsi (Massimo Gezzi)

Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.

Massimo Gezzi (L’attimo dopo, Luca Sossella editore, Roma 2009)

Dall’ultimo verso a ritroso, leggo l’esperienza umana del tempo, la relazione estetica fra uomo e natura, la profondità di un momento condiviso, l’indicibile magia che lega un gesto a un’intuizione. E forse è già dire troppo. Talmente notevole è il sottotesto di questo componimento, quanto è bene che resti distillato nell’unità viva e semplice del suo registro. Una piccolezza che apre la strada all’immensità del dubbio poetico e ricorda la forma degli Ossi di Montale. La poesia di Gezzi (classe ’76) è paragonabile al gioioso ritrovamento di un’impronta fresca, autentico reperto di rara intensità. Qui, quiqui e qui alcuni spunti per seguire uno che con la poesia vuol fare mattoni. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Lavandare (Giovanni Pascoli)               Li peraulis o La creatiòn (Pier Paolo Pasolini) >

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Giovanni Pascoli (Myricae, 1891)

La maggese era la parte di terreno lasciata incolta per qualche tempo ma opportunamente lavorata e concimata in modo che riacquistasse fertilità, un riposo lavorato della terra in vista di una rigenerazione del suolo. I campi non destinati a coltivazione erano arati da tre a otto volte tra fine inverno e novembre. Attraverso l’azione dell’aria, delle piogge e dei batteri l’humus ri-generava, si preparava nuovamente ad alimentare l’uomo con i suoi frutti. Così, certe pause imposte dal singhiozzo tra un lavoro e un altro oggi mi piacerebbe poterle chiamare “maggesi”; vorrebbe dire che il peso dell’inattività non è ancora riuscito a inaridire la mia radice, la mia humanitas. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Ringraziamento (Wislawa Szymborska)                                       Gelsi (Massimo Gezzi) >

Ringraziamento

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

«Non devo loro nulla» –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.

 

Wislawa Szymborska (Grande numero, 1976)

Avevamo promesso un bis di Szymborska e questo ringraziamento che sonda i contraddittori misteri di un apice amoroso cade per caso alla vigilia di un giorno in un cui si celebrerà l’importanza di un altro grande polacco: Karol Woityla, domani beato. La gratuità reciprocamente percepita è il tratto fondamentale dell’amore inteso come agàpe: sentore di fratellanza profonda, vera amicizia, condizione spirituale, grazia d’impronta divina. Quel divino che nell’uomo sviscerare è spesso prerogativa della poesia. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Lode della cattiva considerazione di sé (W. Szymborska)Lavandare (G. Pascoli) >

Lode della cattiva considerazione di sé

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita
sul terzo pianeta del Sole.

Wislawa Szymborska (Grande numero, 1976)

Lo scorso numero della rubrica l’abbiamo dedicato a Montale nel giorno di primavera, non con una poesia ma con un introvabile articolo di Dino Buzzati. Ora riprendiamo col normale formato di Metafora viva! Pietro Marchesani ha curato e tradotto divinamente per la Scheiwiller tutti questi libretti azzurri, tutte le raccolte della Szymborska, premio Nobel nel 1996, a molti nota per la sua cipolla. Ironia, intelligenza, chiarezza, metafisica, respiro, acuta leggerezza, sono i tratti caratteristici della sua poesia che con una semplicità disarmante abbatte ogni ostacolo di comunicazione tra lei e te. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Biglietto lasciato prima di non andare via (G. Caproni)Ringraziamento (W. Szymborska) >