Passaggi obbligati: cambiare pelle a Milano

di Silvia B.

Che sì, è vero. Fa tanto male. La schiena, ogni giorno, da tre anni, mi duole. L’altro giorno ero in ufficio, seduta sulla mia bella sedia di pelle nera, di quelle che girano e ci posso giocare come quando ero bambina ma, chissà perché, in ufficio non mi viene mai di giocarci. E ho lasciato il mio capo esterrefatto. Io scricchiolo. Scricchiolo tutta: mi scricchiolano i gomiti le spalle le dita il collo le caviglie le braccia la schiena. Lui dice che si tratta di un problema grave di cartilagine. Io sono dell’idea che sia un punto di non ritorno. Tre anni fa non scricchiolavo così. È uno dei regali di Milano. Ogni “tac” del mio corpo mi ricorda una stanchezza, un affanno, una corsa.

Da quando ho scelto di vivere qui non mi sono mai fermata, i calendari mentali mi parlano di una lotta (almeno) al mese. Un contratto, una collega stronza, una conferma, una risposta, una nuova coinquilina da imparare, una persona da capire, una famiglia da gestire a distanza, una casa da scegliere. E i mesi passano, gli anni passano, scanditi dal binomio 5-2-5-2-5-2 dei giorni, settimana lavorativa – week end. Anche quando pensi che la firma di un contratto possa darti un briciolo di tranquillità, ti ritrovi a capire che ogni giorno ha una sua personalissima capacità: dimostrarti che “tranquilla” non è definizione consona alle circostanze.

Così questa vita da bypass coronarico ti prende ti sbatte e ti schiaffeggia, come un vento che ti spettina comunque, qualsiasi sia il posto in cui tu debba andare. Nello scorrere dei giorni e delle settimane simpatizzi per piccole manie, che ti ancorano a altrettanto piccole certezze, e costruisci un equilibrio in cui troppo spesso ti trovi a chiederti il fatidico “Che ci faccio qui?”. Anche ora, mentre scrivo, ruoto i polsi ed entrambi suonano una musica tutta loro. Al ritmo di quello che Milano impone. Continue reading

Qui in Sicilia

Riprendiamo dal blog del nostro Nino Fricano una riflessione sull’aria asfittica che in Sicilia spinge sempre più gente a emigrare e, al contempo, trasforma chi resta. Uno sguardo amaro dal Sud, forse parziale ma, per ciò stesso, potente e lucido come solo una denuncia “dall’interno” può essere. Qualcosa che ci sta a cuore e di cui abbiamo già parlato, anche in forma lirica. Una sveglia per chi pensa all’Isola ritratta nelle cartoline.

Tornando qui in Sicilia, costretto alla contro-emigrazione forzata, scopro la Sicilia degli adulti, degli arrivati-a-destinazione, di quelli che non hanno più “tutto da vivere, tutto da fare, tutto da immaginare”. Messo in stand-by il fermento di andarmene da qui a tutti i costi, mi guardo attorno. E cosa vedo.

Una terra bellissima, di una bellezza scomposta, eccessiva, contraddittoria, che prende alle viscere, che smuove il sangue, la schiuma, i fluidi. La vegetazione, ribelle e selvaggia, così altezzosa nella sua splendente deformità e durezza. Il sole, ti si conficca nel cervello e ti inietta energie che non sono le tue.

Una terra che ti riempie e ti svuota con poche zampate febbrili, muovendosi veloce, volando alto, come un rapace dei più belli e terribili. E la gente, la gente, modellata da millenni di “giochi di potere sulla nostra pelle”. I loro contorni si sono delineati piano piano, per sfregamento, contro una superficie spinosa, piena di chiodi aguzzi, quale è la Sicilia.

Sarà il contesto economico, sarà l’economia massacrata da governanti criminali – quasi come in Congo o in questi stati africani, ricchissimi e ridotti alla fame dallo schifo del potere – non so perché, ma qua la cifra sociale, lo spirito collettivo, sembra proprio essere quello della mediocrità. Continue reading

Cercare la santità, non i santi

Riporto la bella riflessione di Valerio Droga, nata da una recente cronaca palermitana, sorta di ‘giallo’ miracoloso. Con un taglio multiculturale e interreligioso si mostra come la continua ricerca di nuovi santi, eroi e star dello spettacolo in cui credere nasconda spesso un meccanismo psicologico per giustificare le proprie inettitudini. La vera devozione dovrebbe riscoprire la natura divina, la naturale vocazione alla santità insita in ciascuno di noi.

di Valerio Droga

In questi giorni, a Palermo, nel quartiere popolare del Capo, avviene un fatto che ha dell’eccezionale: dal campanile della chiesa di Santa Maria della Mercede, si vede al tramonto la sagoma di una suora in preghiera. Fedeli e semplici curiosi accorrono a frotte, tutti vedono la figura e vi sono foto e video che l’hanno immortalata. C’è chi, dotato di binocolo, giura di avere osservato i tratti del viso, chi, recandosi lassù, non ha visto nulla benché, contemporaneamente, da sotto, la folla continuava a vederla. La Chiesa, con la sua proverbiale prudenza e scetticismo, sospende ogni giudizio, ma la devozione popolare ha già una nuova santa a cui affidare le proprie richieste e raccomandazioni personali.

Non intendo qui entrare nel merito: che si tratti di una santa o di un’anima tormentata che vaga in cerca di pace, che sia un riflesso o un ologramma ben architettato, magari da un art performer, poco importa, ciò che voglio sottolineare è invece un fenomeno sociologico, quello dell’eterna ricerca di idoli, siano santi, divinità, star del cinema o della musica. La gente cerca la perfezione, idealizzandola, ipostatizzandola in qualcuno all’infuori di sé. Il tutto per compensare (e giustificare) la propria inettitudine, la bassa opinione che si ha di se stessi, rafforzando, inoltre, un malsano senso di colpa e di inadeguatezza. Facendo ciò, tuttavia, non si fa altro che autocondannarsi a non elevarsi mai di una spanna, rimanendo per terra a guardare col naso all’insù, come quell’aquila che, allevata da una gallina, credette per tutta la vita di essere un pollo e non spiccò mai il volo, limitandosi ad ammirare l’estrema eleganza delle altre aquile in cielo (Anthony De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo). Continue reading

La magia esiste

Questa è la prefazione che ho firmato per il libretto Favole di bambini palermitani, curato da Ludovico Caldarera e pubblicato recentemente da Salvatore Coppola. La copertina è di Silvestro Nicolaci e forse rende il senso di questa antologia, unica nel suo genere, meglio delle parole. Tra le cose che ho fatte e a cui tengo di più. Disponibile sul sito dell’editore o a Palermo, presso il Teatrino delle Beffe, libreria Modus Vivendi e altre indipendenti.

«La magia esiste» è qualcosa che andrebbe insegnato ovunque e ricordato a tutti. Ma come insegni una cosa se non la sai più riconoscere? Ti rivolgi a chi se ne intende, a chi vede ancora bene tutti i nessi e non fa differenza fra una nuvola e un palazzo, un barbone e un meteorite, un vecchio albero e un amico. Ci sono bimbi nei paraggi?

Lo chiedo per me e giro la domanda a chi si accorge di loro sempre meno. Gli adulti. Stregati da un mondo senza fantasia, in questi tempi difficili spesso non riescono a vedere a un palmo dal loro naso quadrato e si allontanano sempre più dietro ai Fatti – ciascuno i suoi. Nella nostra amata Palermo, e quasi ovunque, così sono finite persino le briciole di Hansel…

In una favola tutto sarebbe più semplice, i bambini lo sanno. Ma sanno pure che nella realtà il Cavaliere mascherato non può vincere da solo “Mister X”, bisogna essere in tanti e uniti. E se li ascolti, ricordi la magia che si chiama «stare insieme», la chiusa di ogni favola.

C’erano una volta e per fortuna ancora oggi, i laboratori creativi che Ludovico Caldarera conduce nelle scuole elementari e medie palermitane, ma anche nel suo prodigioso Teatrino delle Beffe. Con burattini costruiti, animati e interpretati da loro stessi, i piccoli partecipanti devono inscenare delle storie. Quindi, prima inventarle. Hanno totale carta bianca: nessun limite o tema da seguire, fantasia a briglia sciolta. Negli anni, il capocomico ne ha selezionate alcune così com’erano, senza apportare modifiche o correzioni sugli originali, e ora eccole qua. Continue reading

Verba volant, foto manent.
Sulle commemorazioni

Il 26 febbraio 1983, dopo un’estate in cui i killer mafiosi uccisero 21 uomini in appena 14 giorni nel “triangolo della morte” (Casteldaccia, Bagheria, Altavilla Milicia), si svolse la prima marcia antimafia da Bagheria a Casteldaccia lungo la strada dei valloni. Trent’anni dopo, con meno capelli, qualche chilo in più, ma la stessa voglia di gridare contro la mafia, gli organizzatori di allora si sono ritrovati su quelle stesse strade. Ecco il resoconto dello scrittore Giorgio D’Amato

E lasciamo perdere che la marcia contro la mafia – trent’anni dopo – assolutamente non doveva essere una semplice torta inzuccarata con trenta candeline: no, questa marcia è ideologica e non commemorativa. Bene, io ci sto, tu ci stai? Certo, mettiamo in rete le scuole, e che facciamo? Tutti davanti il Cirincione, si parte da lì che poi percorriamo la strada della memoria – sì, perché dai valloni De Spuches ci passavano le motociclette dei killer ai tempi del triangolo della morte; bene, proprio di lì, poi arriviamo a Casteldaccia, giro del paese: prima via Allò dove ammazzarono a don Michele Carollo, poi il furriato dove stavano gli affiliati di don Piddu Pannu, e quindi arrivo in piazza sotto la torre di Salaparuta. Nessuna carica politica farà discorsi, solo i ragazzi devono parlare, dice Vito Lo Monaco, che di questa marcia è uno dei promotori.

Mignazza, penso io, questa idea è bella forte: ci eviteremo i discorsi retorici dei politici di turno che come conoscono loro la ricetta dello stufato di cavoli manco mia nonna ai tempi di fame e guerra mondiale. Se i politici non possono parlare, si suppone che non ci saranno. Macchè: il nuovo politico, quello dell’era di facebook, non gliene frega niente di parlare in pubblico, lui in mezzo alla gente ci va per farsi fare le fotografie, che poi le mette su facebook e dimostra impegno sociale. E così sarà.

Il fiume di studenti che arriva in piazza trova un palchetto conzato come una cassata tricolore: alle spalle lo stendardo con la scritta Trent’anni di marcia antimafia, e sul palchetto il presidente della provincia e una bella manata di sindaci che quelli che conosco sono tutti di militanza o provenienza PDL.

Sono proprio belli: il presidente della provincia in mezzo, i sindaci ai lati. E sono generosi nel donare sorrisi paterni agli studenti che leggono cose belle contro la mafia (dieci e lode alla ragazzina che conclude il suo intervento tirando fuori un fazzoletto rosso). Li guardano come se fossero figli loro. Che io invece guardo a loro e mi pare di leggergli nel pensiero, e nel pensiero gli leggo quella frase che certe volte è scritta nei muri dei cimiteri: eravamo come voi, sarete come noi. Continue reading