Duepunti, accapo

Ragni, fagiani, cammelli polari, pesci, gatti, cani, topi, elefanti: compagnia, alt! Sciogliete le file, liberi tutti. Liberi come fino a oggi sono sempre stati, i libri della :duepunti edizioni. Qual è allora la novità? Il silenzio, come “atto di responsabilità”. Eppure, quest’imminente silenzio non mi impedisce di immaginare alta la voce e di vederli, gli andirivieni nervosi degli animali che formano lo zoo della casa palermitana. Qualcosa tra la mandria impazzita di Jumanji e le bestie riunite nel racconto di Apocalypto. Non ho sentito nessuno dei tre editori, che possa precisare, illustrare o aggiungere qualcosa alla decisione di interrompere le pubblicazioni dopo dieci anni di attività consapevole, successi editoriali, studio dei nuovi processi, stima internazionale. Una cosa è certa: quel silenzio non spegnerà la luce accesa dai loro libri, che inizierà a brillare da questa ultima (?) partecipazione alla fiera di Roma, dal 4 all’8 dicembre.

Questo è il punto. Apro il bel libro di Francesca Serafini e leggo alcune tra le funzioni svolte dai due punti nell’universo sintattico: illustrare, chiarire, argomentare quanto affermato in precedenza; arricchire di particolari; introdurre il discorso diretto; assolvere a un ruolo metatestuale, come un annuncio riguardante il discorso in atto. In questo elenco trovo quello che ho sempre riscontrato nei dieci anni di letture illuminanti offerte dalla :duepunti. Testi di qualità per illustrare brucianti cronografie socio-politiche, dalla rivolta dei migranti all’invenzione della cultura eterosessuale; per argomentare una riflessione sulla letteratura tracciando una geografia di posizioni nuove; per dare voce all’animalesca fantasia di ottimi scrittori e al profondissimo pensiero musicale di artisti poco noti; per descrivere in modo diverso la storia del XX secolo o promuovere riflessioni sulle mutazioni in corso nel loro mestiere. Un’attenzione nella cura dei libri e un fiuto per i gioielli periferici dimostrato nel 2008 dal Nobel a Le Clezio, già presente nel loro catalogo col suo singolare Verbale.

Con tutti gli animali presenti nel loro zoo, tuttavia, non mi sembra di poter associare a questo recente annuncio di fine pubblicazioni quello più noto fra i luoghi comuni o i format giornalistici: il coccodrillo, né per l’ipocrita pentimento delle sue lacrime, né per gli stucchevoli e preconfezionati elogi funebri che potrebbero derivarne. Anche in questa loro scelta, infatti, mi sembra di poter leggere la medesima consapevolezza e onestà intellettuale che da sempre è stata la cifra della :duepunti. Una scelta certo difficile, ma al contempo liberatoria (sono solo mie impressioni, per carità) e non gravata dal senso dell’inutile che spesso deforma lo sguardo agli anni trascorsi su un’avventura appena conclusa.

Come un’altra recente a cui viene di associarla, per le umane ragioni che hanno fermato i viaggi della libreria Pianissimo che, contro l’oltranzismo cieco spesso associato alla nobiltà d’animo (presunta) di chi opera nel mondo della cultura, osserva: «Come se non fosse poetico metter qualcosa sotto i denti [...] È una scelta dolorosa ma ponderata. Il fatto è che non voglio più concedermi il lusso della retorica della “cultura”, non voglio più essere associato a iniziative meritorie, salvifiche, generose e gratuite. Questa rinuncia è il frutto di una precisa volontà politica e intellettuale: quella di non voler essere più un precario, un volontario, uno sfruttato».

Così i :duepunti fermeranno sì le rotative, ma è difficile credere che fermeranno anche le scintillanti rotelle di un impegno che già da anni accompagna quello prettamente editoriale, in tante iniziative a Palermo come altrove, legate al concetto di innovazione culturale, economia d’impresa responsabile, co-working, linguaggi dell’arte e nuove tecnologie. O almeno, questo è quello che auguro ad Andrea, Giuseppe e Roberto; glielo auguro per me, e per chi crede che si possa ancora fare comunità al tavolo della cultura, sui concetti di pluralismo e diversità, dialogo e ricerca, onestà e immaginazione. Immaginazione che autorizza a credere di poter rivoluzionare anche l’uso dei due punti, e mettere loro al posto del punto fermo, prima di iniziare il nuovo capoverso della luce; luce delle idee, delle provocazioni e delle intuizioni:

Palermo Criminale, la città in cui eravamo infinito

Per quelle strane cabale del destino arriva oggi in libreria Palermo Criminale, l’antologia curata dal fisico e giallista Antonio Pagliaro per i tipi di Laurana Editore. Arriva proprio oggi, il 10 ottobre, lo stesso giorno in cui viene presentato ufficialmente proprio a Palermo il primissimo numero di Orizzonte Sud, un progetto nato dal Corriere del Mezzogiorno e declinato in un giornale, un progetto social, una serie di eventi per “il meridione che ce la fa”.

Dietro c’è un altro Antonio P., il Polito che non manca di bacchettare il governo di turno dalle colonne del Corriere della Sera.
Due facce della stessa moneta, due dei mille volti di Palermo. Sulle colonne del nuovo giornale il sindaco Orlando scrive che Palermo “non è un quadro, ma un mosaico”. Pagliaro più prosaicamente riporta le lancette indietro di 10 anni esatti quando i rosanero fecero l’impresa di riportare il Palermo in serie A. E mentre la città impazziva di gioia bicolore, tante piccole storie venate di nero arabescavano i suoi vicoli.

Di solito le antologie son costruite su un grande nome e qualche mezza cartuccia. Pagliaro ha tessuto bene la sua ragnatela e ha composto un calendario nerissimo che si legge come un romanzo. Un calendario amaro e tragico scandisce la vita tra le strade di Palermo. A gennaio Nicolò La Rocca ci racconta “Qualcosa di speciale”, un’istantanea amara impastata con fuliggine e calcinacci, nel logoro ménage à trois tra Enza, Vito e la noia. 17 pagine che scendono leggere leggere lasciandoti un’amarezza intartarata prima di passare il testimone ad Alessandro Locatelli e alla storia del suo sfortunato sacrestano. E ci sono altri dieci fogli di nero calendario da sfogliare. Tra morti ammazzati, donne che “sucano” l’anima e la forza vitale, c’è spazio anche per il bellissimo siparietto del “baglio” dipinto con una serie di bellissime soluzioni lessicali da Giorgio D’Amato.  Un romanzo polifonico, da leggere.

Antonio Pagliaro (a cura di), Palermo Criminale, Laurana Editore, Milano 2014

Il volume sarà presentato dagli autori il 16 ottobre alle ore 18.30 presso la libreria Feltrinelli di via Cavour 133 a Palermo

Più di mille parole

Vale più di mille parole: non un silenzio, né un gesto, in questo caso, ma un’immagine. Esperimento: se valga più un articolo di critica argomentata sui rischi delle nuove dipendenze da abuso telematico oppure – visto il predicato di questa società – non basti un’immagine a illustrare tutto il discorso. Il formato del manifesto è volutamente enorme (cliccare per credere).

Lo strazio dei luoghi o i luoghi straziati, appunti su “In Sicilia” di Matteo Collura

Alcuni brani tratti da In Sicilia, (Longanesi, 2004) (1), di Matteo Collura. Un gran bel libro, un viaggio in un’Isola che è carica di Storia e di storie fino a scoppiare, oltre l’inverosimile, alla ricerca della vera essenza dei siciliani, che forse sono – come ben racconta l’autore – nient’altro che tragicomici “inquilini della storia” che però hanno dentro di sé insieme l’orgoglio e il disagio di essere così troppo carichi di storia, e di storie, troppo, davvero troppo, oltre l’inverosimile, fino a scoppiare. Inquilini della storia che cercano sempre, disperatamente e invano, di essere sfrattati. 

Il paesaggio ragusano, ancorché spettacolare, non esprime forme drammatiche. E il perché è dato dalla sua quieta vastità, dal suo mostrarsi subito aperto da qualunque parte vi si giunga (…). Un’altra realtà paesaggistica, questa, rispetto a quella occidentale, a quella parte della Sicilia che sembra essere stata squassata – il mondo appena concepito – da uno spaventoso sisma, e poi così abbandonata, le calcinate plaghe esposte al sole e alla pioggia per millenni (…).
Eppure certi angoli di questo litorale, quelli che meno esprimono la pur rara potenza del Mediterraneo e in cui si esalta, viceversa, la pacifica natura, oggi vengono scelti per fare da sfondo a banali serial televisivi, in cui fasulli quanto improbabili commissari di polizia trovano momentaneo rifugio tra un caso e un altro. Ed è da tenere nel conto, da indagare questa predilezione per una delle zone paesaggisticamente più miti della Sicilia, nell’ambientarvi storie in cui la violenza, fasulla anch’essa, fa da filo conduttore. (pag. 214).
Poi, parlando del paesaggio della Sicilia occidentale, quella “che sembra essere stata squassata da uno spaventoso sisma”. Un mondo “appena concepito”: (Ecco ndr) i toni di incubo che, nel descrivere gli interni dell’isola, l’autore del Gattopardo ha saputo trovare: “Riapparve l’aspetto della vera Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche e aranceti non sono che fronzoli trascurabili: l’aspetto di una aridità ondulante all’infinito in groppe sopra groppe, sconfortate e irrazionali, delle quali la mente non poteva afferrare le linee principali, concepite in un momento delirante della creazione: un mare che si fosse pietrificato nell’attimo in cui un cambiamento di vento avesse reso dementi le onde...” (…) Non c’è dubbio che il vero protagonista del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sia il paesaggio, la sua irredimibilità. È così, perché nell’elencare difetti e pregi dei siciliani, a un certo punto, il principe di Salina inequivocabilmente spiega: “Ho detto i siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio siciliano. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gli incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’arsura dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali…”. Il livello di civiltà degli europei si misura con lo spessore del pastrano: più è spessa la stoffa del pastrano, più alto è il grado di civilizzazione, ne dedusse, ragionando su Mastro Don Gesualdo, David Herbert Lawrence. Ma qui non è soltanto questione di civiltà, bensì anche e soprattutto di razionalità; quella razionalità che – appunto mostra Tomasi di Lampedusa – manca al paesaggio siciliano. (pag. 17)

Polvere, parole e bombardamento digitale

dal web

Mettere da parte, conservare, accumulare. Soffitte piene di cianfrusaglie messe da parte anno dopo anno perché chissà, un giorno potrebbero servire. E intanto tutto marcisce tra polvere, ragnatele e insetti. E intanto si invecchia e si muore. Mettere da parte, conservare, accumulare.

Nozioni su nozioni, conoscenza, saperi. Farsi una cultura! Sapere! Capire! Soffitte piene di libri aperti una volta e mai più toccati. Ma buttarli è un peccato, perché chissà, un giorno potrebbero servire. E arriviamo al Mondo Di Oggi. Continue reading