Franco Scaldati, poesie

ScaldatiIn genere sono paziente e metto il giusto tempo nel canto a raccogliere notizie e fare ricerche, prima di dare alla luce un Pupo nuovo. Ma è successo già più volte che il sangue superi in prorompenza la ragione e il gusto di argomentare. Così ora, bruciato dalla poesia di Franco Scaldati e stanco di chiedermi se esista davvero un volume che raccoglie tutti o parte dei suoi versi (su amazon restano tracce di sue opere teatrali), ho deciso di proporne alcuni da me trascritti sull’esclusiva base audio di alcuni video in youtube.

Si tratta di quattro componimenti, sparsi tra questo documentario co-diretto dallo stesso Scaldati sulle tracce di Falcone e Borsellino, e un documentario di Franco Maresco, Gli uomini di questa città io non li conosco – Vita e teatro di Franco Scaldati, presentato Fuori Concorso a Venezia 72. Di nessuno sono riuscito a rintracciare il testo né il titolo (qualora esista). L’ultima di queste liriche però l’ho isolata in un contributo che trovate nel nostro canale: sentite il Sarto e questa sua voce unica; voce che dice cose, voce di una città perduta. Lacrimevole l’impossibilità di saggiarne le versioni originali, chiedo clemenza per il risultato: nient’altro che un mio gusto o intuito personale ha dovuto imporre gli accapo e la punteggiatura. Chiunque avesse modo di indicare la corretta versione da un raffronto con i testi (se mai) pubblicati, lo segnali nei commenti e fin d’ora lo ringrazio. Leggi tutto “Franco Scaldati, poesie”

Li peraulis o La creatiòn

Acque, cieli e terre
si meravigliano
fuori della morta mente
dell’uomo nato per ultimo.

“Io” gridava “Io”
legato a quel pensiero.
“Io” gemeva “Io”
chiuso in quella dura scorza.

Eravamo tutti morti,
senza un affetto nel cuore
e non un canto nelle orecchie,
poveri morti sconfortati.

“Io” gridavamo “Io”
nel buio di quella parola
senza suono, senza canto
“Io” gemevamo “Io”.

DIO DICE
“Carne” mormora Dio.
L’uomo cade nel corpo.
Vede la carne, la sente,
tocca la carne calda.

LE PAROLE
“Terra” mormora Dio.
Subito nasce la terra
e sostiene l’uomo disteso,
silenziosa, sul suo seno.

A UNA A UNA
“Cielo” e la pioggia e i raggi
gli nascono dagli occhi,
illuminando un’altezza
angosciata e silente.

E L’UOMO VIVE
“Erba” e trema verde
sulle prode, sui cigli.
“Uccello” e vola e canta
una piccola piuma d’oro.

Pier Paolo Pasolini (Poesie disperse, 1946)

La vita, continua mancanza, sofferto limite, pesante fragilità da portare, è da pensare con l’esistere più ampio rispetto a quello della sola mente, perché si possa approdare a un’armonia, a una pienezza di relazione con il creato. Pasolini a questo punto fa intervenire la Parola/Amore di Dio che si china sulla creatura amata e gli dà carne di sostanza, sensibilità e calore fino a fonderla nel tutt’uno di una piccola piuma d’oro. Interessanti riflessioni poetiche per la Pasqua, che ho trovato qui. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Gelsi (Massimo Gezzi)

Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Wisława Szymborska (Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1 febbraio 2012)

Sapere che c’eri ma eri lontana,
che ora non sei
ma dappertutto.

Fortuna la volta che ti incontrai
di averti guardata negli occhi
e aver imparato
una luce e una musica
che non conoscevo,
un sorriso leggero,
un pensiero.

Com’è difficile credere ora,
Wisława, a una donna
che non ha mai esagerato.

E forse di questo ti sono più grato:
non crederti ora
ma saperti domani

intatta voce mantide chiara.

Marco Bisanti

Gelsi

Hai fatto questo semplice gesto con la mano:
l’hai sollevata fino al volto,
l’hai tesa verso il mio finestrino,
mentre guidavo: ho guardato,
e contro la luce caliginosa
della mattina li ho contati,
otto, otto gelsi a chioma aperta
come la coda di un pavone imbalsamato,
in processione lungo la linea
del nostro sguardo, così perfetti
che per un attimo ho scordato
orari coincidenze
e ho rallentato per capire
come mai di otto alberi in fila si possa dire
“guarda che belli!”, come hai detto,
se loro non decidono di esserlo e tutto
è un avvicendamento senza senso,
o se basta un movimento della mano
e un sorriso per fare di otto alberi
in riga un’illusione di riscatto.

Massimo Gezzi (L’attimo dopo, Luca Sossella editore, Roma 2009)

Dall’ultimo verso a ritroso, leggo l’esperienza umana del tempo, la relazione estetica fra uomo e natura, la profondità di un momento condiviso, l’indicibile magia che lega un gesto a un’intuizione. E forse è già dire troppo. Talmente notevole è il sottotesto di questo componimento, quanto è bene che resti distillato nell’unità viva e semplice del suo registro. Una piccolezza che apre la strada all’immensità del dubbio poetico e ricorda la forma degli Ossi di Montale. La poesia di Gezzi (classe ’76) è paragonabile al gioioso ritrovamento di un’impronta fresca, autentico reperto di rara intensità. Qui, quiqui e qui alcuni spunti per seguire uno che con la poesia vuol fare mattoni. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Lavandare (Giovanni Pascoli)               Li peraulis o La creatiòn (Pier Paolo Pasolini) >

Lavandare

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Giovanni Pascoli (Myricae, 1891)

La maggese era la parte di terreno lasciata incolta per qualche tempo ma opportunamente lavorata e concimata in modo che riacquistasse fertilità, un riposo lavorato della terra in vista di una rigenerazione del suolo. I campi non destinati a coltivazione erano arati da tre a otto volte tra fine inverno e novembre. Attraverso l’azione dell’aria, delle piogge e dei batteri l’humus ri-generava, si preparava nuovamente ad alimentare l’uomo con i suoi frutti. Così, certe pause imposte dal singhiozzo tra un lavoro e un altro oggi mi piacerebbe poterle chiamare “maggesi”; vorrebbe dire che il peso dell’inattività non è ancora riuscito a inaridire la mia radice, la mia humanitas. (Marco Bisanti)

< La Metafora viva!

< Ringraziamento (Wislawa Szymborska)                                       Gelsi (Massimo Gezzi) >