Category archive

Parole

CineZak | Ready Player One

by
Tempo di lettura

C’è un momento, in “Ready Player One”, in cui il film si sottopone al giudizio dello spettatore. Ed è nel primo confronto faccia a faccia fra il protagonista e l’antagonista.
“Un fanboy riconosce sempre un hater”.
Noi, fanboy, riconosciamo l’hater o riconosciamo uno di noi?
Di più: il fanboy presente nell’autore del romanzo ha trovato l’easter egg o ha ceduto alle lusinghe del mondo corporate?
Di certo c’è che Spielberg è un regista che ha l’intrattenimento nel sangue, e saprebbe girare film anche bendato e legato meglio del 99% dei suoi colleghi. Parlare di come abbia gestito i ritmi e le inquadrature è del tutto superfluo.
La domanda a cui siamo chiamati a rispondere è: se Ernest Cline è Wade Watts, Steven Spielberg è Ogden Morrow o Nolan Sorrento?
Diciamo subito che Spielberg come regista ha due problemi. Anzi, due caratteristiche (dal momento che le rivendica):
1) è didascalico fino all’eccesso e in modo terribilmente esplicito
2) è leggero, quindi quando prende dei libri li edulcora in maniera pazzesca (vedi Jurassic Park)

Al netto di queste due caratteristiche, Spielberg qui si pone come Ogden, non come Nolan.
In tutti i cambiamenti (e non sono pochi) rispetto al libro ne infila uno. Il più esteso. Il più dettagliato. Il più nascosto e inaspettato (non appare mai in nessun trailer).
Il più personale.

È una citazione, un omaggio alla sua arte (il cinema), un omaggio a un suo amico e collega.
In quel momento Spielberg è il Grande e Potente Og che ancora frequenta Oasis.
In quel momento Spielberg è un fanboy come noi, e il suo film si scagiona da qualunque accusa gli si potrebbe rivolgere di essere un prodotto commerciale senza anima, rivelandosi come un atto di amore per la cultura pop.
È edulcorato rispetto al libro?
Molto, e in quasi tutti gli aspetti, ma questo non lo priva, appunto, della sua anima.

Come un segnalibro

by
Tempo di lettura

Dal primo marzo non mi occupo più dei libri Laurana e Novecento.

Il primo settembre del 2016 ho potuto realizzare uno dei miei sogni, vivere il mondo del libro dall’interno, sono stati 545 giorni meravigliosi. Ho potuto mettere a frutto quanto ho imparato sulle scrivanie dei giornali per cui ho avuto l’onore di collaborare.

Ringrazio Lillo e tutta la sua squadra che, anche in un periodo difficile ha creduto in me, affidandomi la comunicazione dei libri di via Tenca. Ma la crisi morde ancora e si stampavano libri, non banconote!

Dopo tanti anni da giornalista è stato una scommessa. Ho imparato davvero tanto, un apprendistato continuo, sfidante, “onirico e  – giusto un po’ – nevrotico”, per dirla con la coppia degli aggettivi che hanno accompagnato il lancio del libro di Irene Chias.

Quanto tempo è passato da quella prima sigaretta fumata con Lillo al battesimo di Laurana allo Spazio Melampo nel 2010…

Da allora ho sempre amato i libri pubblicati dall’editore di cui mi onoro d’aver fatto parte. Scremare manoscritti, instaurare e consolidare rapporti con autori e distributori, praticare editing e allestire un nuovo ufficio stampa, collaudare una nuova tipologia di eventi e nuovi modi di presentare gli amati libri. Ho potuto imparare tanto da maestri come Marco Drago e Giulio Mozzi, vi confesso che ogni volta che mi chiama(va), iniziavo a sudare per non rischiare di essere impreciso nelle risposte.

Ho accompagnato alla pubblicazione più di una dozzina di libri, su alcuni ci ho creduto mentre ancora erano embrioni di progetti. Un’attività quotidiana che ha richiesto tante competenze, con i tempi agili di un editore indipendente.

 

 

Dalla presentazione allo Strega de La traiettoria dell’amore di Claudio Volpe, all’incontro con il mirabile Gabriele Sarfatti protagonista dei romanzi di Gianluca Ferraris, passando per gli ultimi due nati della collana “dieci”, Consigli di classe di Alessandro Buttitta e il piccolo grande manuale di sopravvivenza aziendale di Gian Paolo Parenti. Sino al varo di due nuove collane, come “Le parentesi” della Laurana con il nuovo libro di Nando dalla Chiesa e il traghettamento della collana “calibro 9” sotto il marchio Laurana.

Ho affinato il mio approccio alla lettura anche grazie alla guida di due professioniste come Paola e Veronica.

Non ho mai impartito un “visto si stampi” senza crederci davvero.

Metterò a frutto tutto quello che ho imparato, certo che è immutata la voglia di imparare. Mi mancherà lo scampanellio del corriere che porta un nuovo manoscritto, la rassegna stampa quotidiana, le telefonate con gli autori, anche i messaggi a qualsiasi ora con la Chias e la Gambino! Mi mancheranno le fiere e la quotidianità condivisa con i colleghi.

Ci sono già un paio di libri che ho curato pronti per la pubblicazione (tra cui Lo scirocco femmina del mirabile Marco Rizzo), sono il mio piccolo contributo alla bella storia di Laurana editore, di cui anche io ho fatto orgogliosamente parte.

Pesci d’acqua dolce nel grande mare salato

by
Tempo di lettura

Caro pupo di zuccaro,

devi sapere che, in Italia, tutti vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri. Lo diceva Flaiano cinquant’anni fa, lo penso ancor oggi quando ritorno nella scuola che per un giorno si è trasformata in seggio elettorale. Si dirà che viviamo tempi liquidi, fluidi, che non hanno bisogno di contenuti ma soltanto di qualche flessibile contenitore. Si dirà che vogliamo vivere di sensazioni, rinunciando ai ragionamenti. Si dirà, appunto.

In questo Paese al quale non interessa più il percorso ma il risultato, stiamo perdendo di vista cosa abbiamo sotto i piedi: una strada dissestata, lastricata di pressapochismo e qualche buona intenzione. Si parla di responsabilità in modo irresponsabile verso la propria storia, si discute di confronto in un dialogo che si tramuta presto in affronto, si cerca di trovare profondità in pozzanghere vaste come le nostre sicurezze.

Arrovellandoci in argomentazioni funzionali alla sopravvivenza delle nostre bolle, non sappiamo più in quale direzione andare. Idealizziamo una rotta che non riusciamo a seguire, incapaci di affrontare le onde di una realtà che travolge ogni tipo di aspettativa. D’altronde non sappiamo più dove si trovino la poppa e la prua, interessati come siamo a dir per primi di aver avvistato la terra ferma. Pesci d’acqua dolce, ci siamo trovati nella vastità del mare salato.

Sempre tuo, Alessandro

Il veleno nero

by
Tempo di lettura

Solo negli ultimi due giorni ha proposto il ritorno alla leva obbligatoria, giudicato l’Islam incompatibile con la Costituzione (benché essa garantisca libertà di culto, e cambiando idea rispetto al 2001) e detto di preferire l’anagrafe canina a quella antifascista. Ma si dichiara non violento. Certo, la sua campagna elettorale non fa alcuna violenza – anzi, dà una bella carezza e un trampolino – al fanatismo di un terrorista che spara ai passanti senza pentirsi e vanta il plauso e la solidarietà manifesta di molti movimenti. Come quello di Generazione Identitaria, che in una palestra romana organizza sessioni di addestramento “per combattere la feccia e il meticciato imposto”, come scrivono nel loro manifesto intitolato “dichiarazione di guerra”.

Salvini dice che lo fanno sorridere quelli che parlano di un pericolo di ritorno fascista, e io sono d’accordo con lui. Non tornano i fascisti né gli antifascisti, nessuno torna: le strade e le piazze saranno presto deserte, come a Macerata, azzerate dalla paura di possibili scontri che fa chiedere al sindaco la revoca dei cortei in programma. Anche adesso, in questo momento, nel silenzio di una pace terrificante riesco a sentirlo. Senti come ride. Sarà perché pensa a chi teme il ritorno fascista, o perché è felice del nuovo gioco che porta il suo nome? “Vinci Salvini” è il nuovo concorso a punti che regala una foto, un caffè o una telefonata con il leader della Lega. Più mi piace metti, e più veloce sei, più punti accumuli!, recita il volantino con la sua faccia da iena ridens. Sorridere, aizzare, ribattere.

Del resto, oggi il Corriere.it intitola un video sulla fiaccolata a Macerata così: Omicidio Pamela, Mamma scusa e abbraccia un nigeriano. E mi chiedo, perché la mamma scusa un nigeriano? Un nigeriano a caso? Lo perdona di essere nigeriano? Sorridere, aizzare, ribattere è facilissimo anche grazie alla sciatteria – non volendo pensare sia malafede bavosa – del nostro giornalismo. L’altro giorno, leggendo questo titolo da Palermo (“Studentessa di un liceo molestata da un immigrato a Ballarò”) ho pensato: forse, più che immigrato era un porco; più che “di colore” era un molestatore. Impariamo a scrivere e definire le cose per quello che sono: non avremmo mai scritto “Studentessa di liceo molestata da un residente bianco di quartiere”. I colleghi giornalisti sanno che per modificare questo trend dovrebbero fare titoli e scrivere pezzi andando contro le regole automatiche del mestiere, difficili da bypassare al desk. Ma è questo che serve: scardinare certi automatismi.

Aiutateci a casa nostra. Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani. Venite, anzi, e fate presto. Fate le manifestazioni contro la mafia locale e lo sfruttamento schiavistico nelle campagne al posto nostro; fate rivivere i tantissimi piccoli paesi delle province dove ci sono ormai solo anziani e case vuote: riempitele con la vita che siete venuti a cercare e fatele abitare dai vostri figli. Ci darete una nuova educazione, non ci farete nessuna concorrenza: nessun italiano sgomita per andare a raccogliere i pomodori o coltivare la terra; nessun italiano mette più al mondo delle creature se non ha la casa di proprietà e un lavoro fisso di cui lamentarsi. Venite, fate presto e abbiate pazienza. Poi, quando avrete un attimo di fiato e di pietà, raccontateci per bene cosa siamo diventati, abisso sempre più scavato tra accoglienza e rigetto; persone pensanti e umane da un lato, pecore misere e violente dall’altro.

Il veleno nero ammorba tutti, non solo chi lo beve compiaciuto di organizzare ronde sugli autobus e collette per difendere Traini. Il veleno nero ammorba anche me che negli ultimi quattro giorni ho scritto e commentato sulla mia bacheca in facebook soltanto episodi legati a questa inquietante deriva. E quasi non mi riconosco. Il veleno nero mi ha suscitato un fiotto di retorica opposta, una compulsione inedita a manifestare tutto lo sbalordimento e poi la gelida rabbia davanti alla violenza di questi giorni, forse nella speranza che rispondere ai fanatici con altrettanta fanatica veemenza possa far sentire la voce di quella che sogno sia ancora la maggioranza delle persone, qui in Italia.

Il commento e l’atteggiamento comprensivo di Salvini all’attentato di Macerata ci regala il principale motivo per andare a votare, anche se siamo indecisi su chi preferire: diluire nel quorum più ampio possibile le sacche minoritarie ma compatte di fanatici fascisti incoraggiate dal topo di fogna che ha detto, appunto, sbaglia chi spara ma il vero problema – la causa – sono i migranti. Morirai nel mio voto, nel nostro voto ad altri che si tengono ben lontano da te, parassita. Annacqueremo il vostro veleno con il nostro voto, come si disperde il maligno nel canto di una poesia.

Non c’è nessuna emergenza, dici
ma gli alberi non scrivono da soli
sulle colline i nomi incendiari
che hanno fatto cenere dei fratelli
d’Italia, né i terroristi di oggi
possono ripararsi nel tricolore
col bianco ripulito dallo stemma
in base al dodicesimo articolo
della carta scritta col nostro sangue.
I piccoli maestri morti sui sentieri
ci richiamano a piantare altri alberi
e coprire di verde tutta la neve
per risanare i fianchi delle colline
liberandoci ancora una volta
dalla brutalità recidiva dell’ignoranza.

Date a Palermo la sua voce

by
Tempo di lettura

Palermo è capitale della Cultura 2018 e a me viene automatico chiedermi per quale proposta culturale si è distinta fra le altre città negli ultimi decenni. Quali meriti ha Palermo che possono valere un titolo del genere? Dovessi elencare alcune voci in cui inscrivere l’identità culturale della nostra città, penserei subito alla pittura di Andrea Di Marco (autore dell’opera qui sopra, Accrocchio, 2011), alla musica di Federico Incardona; al teatro di Michele Perriera, alla poesia di Franco Scaldati. Entrati nel gioco dei nomi però, si passa con altrettanto automatismo alla domanda su chi deciderà quali artisti fare e non fare esibire all’interno degli eventi legati a questo circo.

La nomina di Dacia Maraini in cima alla piramide (presidente ufficiale del comitato scientifico) ha aperto un mar Rosso di polemiche e apprezzamenti: muraglia di accuse da un lato (“è lontana dalla nostra città”), muraglia di complimenti dall’altro (in primis da parte del sindaco che le ha offerto la carica). Io mi auguro solo che Maraini riesca a riagganciare la cultura che respirò da noi tantissimi anni fa – prima di trasferirsi altrove – e possa guidare la baracca includendo, accanto ad Ale e Franz e tutti gli artisti portati dai finanziamenti Mediolanum e da altri “esterni” che verranno, le autentiche voci della città che è stata scelta.

Voci che, malgrado la scomparsa di tutti i nomi che portavo come esempio all’inizio, ancora risuonano nelle strade ormai vendute ai turisti affamati di folclore e patatine olandesi, paghi di un loculo in cui dormire dopo il giro notturno nella mega fiera di paese che è diventato il centro storico, dove le librerie sono state sostituite dai negozi di mutande o dall’omologazione firmata Oviesse. La lista delle voci autentiche della città, peraltro, è fatta anche da molti altri artisti, alcuni amici miei, vivissimi e ancora attivi ogni giorno in quel deserto che spesso alimenta miraggi fiabeschi ma taglia le gambe al primo passo verso l’oasi, verso il giardino che sogni di coltivare.

Spero insomma che questa bella occasione non diventi l’ennesima voragine in cui fare svanire il sogno di una città migliore – come, di recente, è successo alla biblioteca regionale di corso Vittorio Emanuele, che per l’ignavia dell’assessorato si è fatta scappare oltre un milione di euro per il restauro dei locali. Perché Palermo ormai è una delle capitali più feconde anche del disegno italiano, grazie alla sua Scuola del Fumetto. Perché, per fare un altro esempio, è anche una delle più attive fucine musicali degli ultimi anni, dove oltre ai meravigliosi indipendenti – dal cantautorato de L’omino e i suoi palmipedoni (molti brani li trovate nel nostro canale) alla musica strumentale dei Forsqueak, passando per gruppi storici ancora attivi (i Dasvidania fra poco pubblicheranno il nuovo album) – etichette come la Indigo producono Bondì, Dimartino, Carnesi, La rappresentante di lista e altri nuovi progetti come IO, svolta pop del duo Irene Ientile e Ornella Cerniglia, che con il singolo Diventano mare ha già avuto ottime critiche.

Perché Palermo, in definitiva, ha la sua voce autentica nelle storie dei tanti, più o meno silenziosi, che puntano ancora le vele controvento. A loro e agli organizzatori auguro davvero un buon lavoro: sappiano rilanciare la vera cultura della città oltre i sipari del già visto.

Quel peso di male

by
Tempo di lettura one minute

Estratto da Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Riportiamo la conversazione tra due partigiani, dove uno esprime all’altro i suoi dubbi sull’usare la stessa violenza, le stesse armi dei fascisti. E l’altro risponde:

Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto.
Ma allora c’è la storia.
C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra.
Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi.
L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi.

1 2 3 36
Go to Top