Nuova incarnazione della letteratura

L’idea di letteratura che sta dietro all’ultimo Nobel, sulla minore rilevanza della pura scrittura, apre una suggestione più generale sul ruolo e l’importanza della corporeità nel nostro tempo.

dylanL’altro ieri è stata una giornata particolare. All’alba è morto Dario Fo e a pranzo hanno assegnato lo stesso premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. La stampa ha definito la coincidenza come una sorta cambio di guardia, dal giullare al menestrello, per la stessa irregolarità che i due incarnano rispetto alla definizione più comune di letteratura. In effetti, non credo che gli interessati abbiano mai stretto la mano a qualcuno intendendo presentarsi come esponenti di quest’arte. Eppure, ogni volta, le mani tese dal cantautore e dall’uomo di teatro erano parte di una fisicità, una presenza effettiva – tradotta in suoni o gesti – che non si può scindere dal destino della loro opera; una corporeità sostanziale e insita nel concepimento di ogni riga di testo – di canzone o di spettacolo – da loro creato: ecco perché, ogni volta, nel loro caso le mani tese senza alcuna intenzione letteraria, hanno comunque sempre fatto parte di un corpo letterario.

Dopo l’annuncio svedese, gli appassionati di classificazioni, su cosa sia o no letteratura, hanno aperto cateratte di tele-giudizi polarizzando i commenti dei soddisfatti e dei musi storti. “I testi di Dylan sono vere e proprie poesie”, dicono in molti. Qualcuno come Gian Maria Volontè l’aveva mostrato a suo tempo, leggendoli in purezza, senza musica. Come non pensare, poi, a De André stampato nelle ultime pagine delle antologie (non ci si arriva mai a fine anno scolastico, ma per fortuna arriva prima lui da altri canali). In fondo, la letteratura è quell’arte che utilizza la parola, così in pagina come a teatro, o in sala concerto. E gli aedi con la cetra? E Omero? Non fecero tutti letteratura? Certo. Poi però leggi questo bell’articolo di Scarpa e trovi inappuntabile la chiusa di commento su Dylan: “Hanno premiato un grande atleta. Peccato che sia un ciclista, e il Nobel per la letteratura è una gara a piedi”.

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L’antagonista e le orme sulla spiaggia

antagonista

Chi è il vero antagonista del romanzo d’esordio di Edoardo Zambelli?
Un trentenne osserva il volo di una mosca sul televisore e decide di cambiare vita. Un matrimonio naufragato alle spalle, le aspirazioni di critico cinematografico frustrate dal mestiere di web content manager, il direttore che gli impone il taglio da dare ai pezzi a seconda delle inserzioni, un romanzo da scrivere fermo solo all’immagine iniziale. La stessa che campeggia sulla bellissima copertina realizzata da Patrizia Mastrapasqua.

Ero fermo a poco più di un’idea. Anzi, un’immagine. Una ragazza che cammina a piedi nudi sulla sabbia in una giornata di pioggia, alla fine dell’estate. Questo e poco altro. Solo il vago sentore di una storia possibile dietro la tela di quell’immagine. Un richiamo. Chi era? Da dove veniva? Cosa l’aveva portata lì? Pressapoco queste le domande attorno alle quali avevo intenzione di sviluppare la storia. In realtà, nella scena che avevo immaginato vi era anche altro. Un ulteriore dettaglio. Mentre lei camminava sola sulla battigia, un uomo la osservava dalla finestra di una casa sulla spiaggia.

Il romanzo segue il viaggio del protagonista senza nome. Dal buen retiro di Torre dell’Orso sino alla bruma di Gonzaga, passando per il caos delle strade romane.
Un viaggio che sferraglia di treno in treno, viaggiando di notte, in quella terra di nessuno che è il vagone inghiottito dalla campagna. Leggi tutto “L’antagonista e le orme sulla spiaggia”

Elsa Morante, L’isola di Arturo

arturo moranteIn questa conversazione, s’era fatta sera scrive Elsa lasciandomi incredulo davanti a tanta bellezza, e decido per me che fu una poetessa. Perché con queste parole, nelle ultime pagine di Arturo la sera, la chiusa, il momento finale si innesta nelle cose, non viene dopo di esse; la sera non arriva dopo un dialogo, un fatto, un evento; ma si fa nella durata, impregna di sé quello che accade, compresa la lettura del libro, che per me si è conclusa ieri nel vespro di villa Celimontana.

Avrei potuto scegliere molti passaggi, molto più lirici, come ho già fatto qui. Ma Mi raccomando, eh: i fogli scritti prendili tutti, non lasciarne nessuno, che quelli sono importanti, perché io sono uno scrittore, dice Arturo al balio Silvestro, ricordandomi che è un organismo indivisibile l’opera di Elsa e, per quanto validi, nessun estratto restituirebbe per intero l’incanto della sua isola. Sì, ho il fondato sospetto che quel discorso non fosse del tutto sbagliato. Il sospetto, non proprio la certezza… Così dunque la vita è rimasta un mistero. E io stesso, per me, sono ancora il primo mistero!, confessa in terzultima pagina il moro dandomi l’onestà di una vita com’è la vita, irrisolta linea anche dove incontra una cesura, interrompendosi e quindi in teoria diventando fase circoscritta e comprensibile – quella dell’infanzia – che però conserva i suoi misteri fino al presente.

Potrei dilungarmi sulla trascinante capacità di Arturo nel farti amare e poi odiare la stessa isola nei momenti in cui è lui stesso ad amarla e poi odiarla, contagiandoti la medesima voglia di partire per sempre e abbandonare, per una volta serenamente, un gran libro. Tanto più che, iniziando a leggerlo a settembre e vivendo più volte il ritorno alle sue pagine dopo lunghe e improvvise assenze, identiche a quelle cicliche del padre di Arturo dall’isola, alla fine avevo sviluppato un insolito desiderio di finirlo. Invece, alla fine effettiva mi ha preso quell’incantevole smarrimento già provato al termine di altre grandi letture, che fa del mondo un immenso orfanotrofio a cui tornare con un nuovo bagaglio di misteri orfici, come dopo un’altra iniziazione.

Potrebbe già essere solo questo Elsa Morante, potrebbe la sua opera intera e la sua vita tutta giustificarsi per me sull’esclusiva base di questo romanzo. Ma il fatto stesso che trovando altri motivi abbia scritto altri libri, validi o meno validi, mi dice una qualità che d’ora in poi riterrò misura di valore e condizione di riconoscimento del vero scrittore: la generosità. Generosa donna e artista vera proprio perché generosa, sovrabbondante grazia nelle pagine e frequente rilancio di un amore, in parte rimasto a lei stessa misterioso, che però mi è arrivato. Eccome se è arrivato.

[Il post è già apparso su L’esageratOre]

Non esiste psichiatra migliore di chi ti punta una pistola sulla faccia

Seguo Marco Candida da quando ho avuto il primo modem, gracidava modulando e demodulando appena beccava la linea. Andavo a 56K e Marco teneva un blog su clarence, era il 2003. Si chiamava Blog di Blog se non ricordo male. E iniziava con “il sogno di un sogno”

E va bene. Lo ammetto. Non sono un ragazzo fortunato, ma ho un sogno. Questo sogno ‘era’ un sogno. Ho sempre pensato che chiamiamo sogni soltanto obiettivi molto difficili da realizzare. (Veramente mooolto difficili). Ma che impegnandosi, rinunciando alla volontà, abbracciando l’indolenza – cullandosi nell’indole, ammesso e non concesso la si trovi -, soprattutto RINUNCIANDO e basta, si potesse raggiungere l’obiettivo, che poi è un sogno. Adesso invece penso che il sogno sia diventato un obiettivo. L’obiettivo è un sogno squalificato, un sogno secolarizzato, laicizzato, volgarizzato, demitizzato. Non riesco più a pensare allo Scrittore come sogno ma come obiettivo. Vuoi fare lo scrittore?, mi si diceva. Sì. E’ in programma. Ma è proprio questo programma che s-sprogramma il sogno. In verità da molto giovane avevo in mente solo il sogno di un sogno. Adesso invece se vogliamo non mi rimane che il solo sogno di un obiettivo. Non posso parlare dello Scrittore che obiettivamente. Parliamoci obiettivamente, da sopra, da sopra a sotto. Scrivere non è un sogno. Tutt’al più un obiettivo. Ho perso il sogno di un sogno.

Da lì Marco è volato sino in America, è finito nell’antologia Best European Fiction a cura di Aleksandar Hemon e ha pubblicato dieci romanzi. Li ho letti quasi tutti, avendo la conferma di quello che pensavo sin dalla prima volta che l’avevo trovato su vibrisse quando era ancora davvero un bollettino che arrivava via mail (di cui amavo soprattutto la rubrica Dopo Carosello di Mauro Mongarli, una dozzina d’anni prima di finire a scrivere per un gruppo editoriale che si occupa solo di comunicazione e pubblicità): Marco scrive dannatamente bene.

L’ho letto crescere, anno dopo anno. Leggi tutto “Non esiste psichiatra migliore di chi ti punta una pistola sulla faccia”

Leggere con i grassetti per la memoria: ‘Chirù’ di Michela Murgia

L’inizio di Chirù è come quelle canzoni belle al primo ascolto.

Ci sono abitudini inspiegabili che firmano le persone. Il mio personale autografo è il modo in cui ho sempre scelto i libri da leggere: leggendo la prima e, se non convinta, l’ultima frase.

L’inizio di Chirù è come quelle canzoni belle al primo ascolto, quelle che calzano benissimo nel periodo che stai vivendo e che non necessitano dell’abitudine di ascolto. In qualche modo musicale, il primo messaggio che il libro mi offre è che tutto seguirà il canone della sincerità e dell’eleganza.

Chirù di Michela MurgiaCapisci che un libro è quello che fa per te quando qualsiasi momento in cui lo leggi è quello in grado di compiere su di te un progressivo atto di astrazione dalla realtà, in grado di farti perdere la fermata dell’autobus diretto all’ufficio una mattina feriale, di farti scuocere la pasta, di farti dimenticare di stendere la lavatrice.
Chi legge per piacere legge nei momenti liberi, e nella frenetica vita di ogni giorno i momenti liberi sono spesso i “momenti dell’attesa”. Quegli intervalli tra un dovere e l’altro nei quali ci si può concedere il lusso di fare qualcosa che non è solo strettamente utile necessario o doveroso e per questo è scelto, incondizionatamente. Leggi tutto “Leggere con i grassetti per la memoria: ‘Chirù’ di Michela Murgia”