Marco Candida vince il Premio Nabokov
per “Il ricordo di Daniel”

Si è aggiudicato il Premio Nabokov (sezione narrativa) l’ultimo romanzo di Marco Candida, Il ricordo di Daniel, Edizioni Anordest. Con sei romanzi all’attivo, lo scrittore di Tortona, 35 anni, è uno dei talenti più interessanti del panorama italiano. Di seguito un commento di Angelo Marenzana, autore del romanzo “L’uomo dei temporali”, pubblicato nell’estate 2013 da Rizzoli.

Io non ricordo niente. E’ la sola certezza che illumina l’opaco risveglio di Daniel dopo i lunghi giorni di coma seguiti a un incidente. Dopo un iniziale smarrimento, al punto da non fargli riconoscere nemmeno il suono del proprio nome, una lucida consapevolezza del suo nuovo stato si agita dentro di lui, tanto da fargli considerare, altrettanto lucidamente, “di non avere più nessuna parte, nessun ruolo nella grande recita che è la vita”. Tutti concordano. Si tratta di amnesia. Una diagnosi che, nella nuova realtà quotidiana di Daniel, si tradurrà in una frattura netta con un passato per lui del tutto sconosciuto se non addirittura inesistente, e nel senso di vuoto che si fa strada in chi, come lui, era destinato ad una vita ben strutturata e dal futuro luminoso.

Dal risveglio in poi, il protagonista de “Il ricordo di Daniel” sarà obbligato a un cambiamento radicale, peraltro, in mancanza di quei ricordi che sono il tessuto connettivo dell’esistenza di ognuno di noi. Si vedrà costretto a un cambiamento fondato sul nulla. Tutto deve ripartire da capo. Iniziando proprio dal fare i conti con il suo nuovo mondo percettivo.
Daniel dovrà affrontare un’esistenza dove tutto si fa nebuloso, il passato come il presente, parenti o presunti tali, amici, l’incontro con la fidanzata Sara quando da immagine stampata in foto assumerà il profilo di una donna in carne e ossa chiusa in un cappotto rosso che non manca di esprimere le sue aspettative nei confronti del ragazzo. Altrettanto incominceranno a sbavare le più piccole sfumature del proprio ruolo sociale, la professione di avvocato di Daniel o la sua abilità nel giocare a golf.

Ma soprattutto il destino gli pone una sfida. Decidere quale strada affrontare osservando il bivio di fronte a se e le due opposte direzioni in cui muoversi: ricostruire se stesso partendo da un passato che, in quanto tale, è una parentesi chiusa dell’esistenza, oppure lasciarsi ogni emozione, dubbio e ricerca dei ricordi alle spalle solo per costruirsi un futuro per continuare a vivere? Un tema che in forme diverse ha spesso caratterizzato la letteratura del secolo scorso, da quando il concetto di individualità ha determinato un differente percorso culturale e sociale di un intero collettivo. Il cambiamento e la ricostruzione del sé. Daniel, un uomo senza più la maschera protettiva del passato, forte solo del presente di un uomo nudo davanti allo specchio. Un romanzo che si agita tra le spire del mistero individuale, scritto con uno stile capace di accompagnare il lettore nell’esplorazione di un futuro dai contorni non determinati. Spetterà a Daniel dare forma e anima a tutto ciò, incominciando magari a ritirare quel Premio Nabokov che Marco Candida si è aggiudicato e meritatamente portato a casa.

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Dammi recensioni complesse

Credo che Leopardi, dopo aver scritto o solo ispirato il testo della prima pagina (7), abbia deciso di cambiare arte e di riporre con Gipi la sua fiducia nell’acqua (8). Si narra per sottrazione: le parole sono stanche, infide. Così il tema numero uno (9. – 10.) ti arriva diretto, senza mediazioni, dentro la testa (11. – 13.) spingendoti ai limiti dell’autismo (14. – 15.), finché non resta da dire: come ci sono finito qui (16)? In fondo questo è un fumetto. Perciò facciamo qualche disegno (17), magari lo capisci.

Lo vedi l’uomo? E l’altro uomo? Fanno un gioco che si chiama potere (18), stai attento. Ma forse a te piace di più il tennis col bisnonno, sì. Bene. Tanto la gente parla (21. – 24.) sempre e comunque, tu non preoccuparti, fai scelte tue. Il rischio, certo, è di cadere giù (25) ma volenti o nolenti siamo tutti in trincea (29. – 31.), e questo potrebbe essere il tema numero due (32): si va tutti incontro alla morte (33. – 37.), dalle baronesse ai cocchieri (38. – 41.), e anche quella che sembra un’altra storia (42) in realtà si lega al resto, ti lega al resto, ci lega al resto. Difficile è capirlo.
La gente non lo capisce (44. – 45.) questo legame; il lettore forse sì, se accompagnato da un’epoca all’altra (46), invitato a metterle in relazione, a vedere che fra le due epoche non c’è tempo ma solo uomini, che passano. Deh, lo capisce anche una scarpa! Non una qualunque: la scarpa di Luca (47. – 48.), a due passi da una violenza incomprensibile (49. – 50.), straniera, che ti viene solo da chiedere aiuto (51. – 52.).
Mi chiedo se sia altrettanto difficile capire che ognuno è solo, solo con le proprie storie (53. – 55.). È l’abc: solitudine (59) e neve (60. – 61.). Il bianco apre emorragie mentali, rimanda al tema numero uno (62. – 65.) e a te non resta che piangere (66). Però – io sono qui per questo – sappi che anche lei ti vuole bene (67. – 68.) e l’amore per le storie (69) che provi quando rileggi Emerson (70. – 71.) nessuno te lo potrà portare via. È il tuo marchio, nel bene e nel male.

Sarà con te, questo amore, quando ti misurerai con la tua coscienza (72. – 73.) e rivedrai lucidamente Caino e Abele (77. – 81.), prima di scegliere una volta per tutte come stare al mondo (82). Allora, un giorno, qualcuno potrà dire di te «era un poeta (83. – 84.) e la vita, per lui, era una promessa da mantenere (85. – 87.), attraverso il fuoco (88. – 89.) e la pioggia (90)». A questo qualcuno, tu da lontano risponderai in sussurri: «Il nostro cielo è lo stesso (91. – 94.), non parlare (95) né ora né quando la morte viene (96), stai zitto (97): tutto dipende da te (98)». Allora ci sarà soltanto la strada (99), ello dirà «sono pronto» (103. – 105.) rispondendo così al tuo invito: «silenzio: guarda e ascolta, amore» (106. – 110.).
Perché, ora mi chiedo, lei afferma di esistere davvero (111. – 112.) solo poco prima di abbandonarlo, quindi sparendo, non esistendo più, e facendolo in quattromila pezzi (113. – 114.)? Ricordo una poesia di Borges che si intitola Adamo è la tua cenere (115): qui sembra declinata al rovescio, ma il ritmo è lo stesso e il tempo, goccia dopo goccia, secondo dopo secondo, ci fa essere tutti parte di Unastoria (116. – 117.).
Una storia in cui, alla fine (118), cosa vale? Perdonarsi (119) e dall’abisso (120) tornare (121. – 122.), un giorno qualunque (123), forse al crepuscolo (124. – 125.) e ritrovarsi nuovamente uno davanti all’altra (126).

[in parentesi tonda, i numeri di pagina che per i loro contenuti - grafici, testuali, ritmici - hanno guidato ogni passo di questa perifrasi emotiva del nuovo libro di Gipi]

Appunti per un saggio sulla faziosità

L’opinione pubblica italiana non esiste. Non esiste la libera opinione, la riflessione intellettuale senza compromessi, rispettosa soltanto della propria coerenza e legittimità morale-razionale.

C’è sempre qualcosa sotto, sopra, dietro.

Gli italiani sono storicamente un popolo di analfabeti. Mentre nei paesi della Riforma si diffondeva l’alfabetizzazione – perchè la Bibbia si doveva leggere per conto proprio – nei paesi cattolici la Chiesa Apostolica Romana dichiarava peccato la lettura autonoma del testo biblico, senza la mediazione del clero.

Nel dopoguerra i giornali, gli intellettuali, i pensatori erano quasi esclusivamente, in un modo o nell’altro, legati alla politica. Erano di scuola comunista, socialista, cattolica, repubblicana. Tiravano – più o meno volontariamente – acqua a un qualche mulino. D’altronde la figura dell’ “intellettuale organico”, la strategia di guerra culturale chiamata “egemonia”, l’ha inventa Gramsci, italiano. Non è mai esistito un mercato autonomo della cultura, del pensiero, in Italia. Su tutto c’era l’influenza dei partiti politici. I giornali aprivano e chiudevano indipendentemente dai loro bilanci.

Le realtà che in qualche modo hanno provato a posizionarsi in modo diverso rispetto a questo contesto sono stati forse La Repubblica di Scalfari e Il Giornale di Montanelli, nati entrambi a metà degli anni ’70. Ma cosa sono diventati? Repubblica quasi una lobby di potere, Il Giornale letteralmente “comprato” e “arruolato” dal potere politico.

Con la seconda Repubblica, crollato il sistema partitico, è arrivato il sistema berlusconiano. L’intellighenzia si è prostituita a diversi interessi, a diverse fazioni, seguendo sempre lo stesso modus operandi della Prima Repubblica. In altre parole, in Italia, l’idea di “esprimere una opinione liberamente” quasi non esiste. Si esprime una opinione per supportare questa o l’altra causa o personaggio, o per attaccare qualcosa o qualcuno, o perché fa comodo in qualche contesto strategico-politico etc etc etc. Continue reading

L’arte del Piano B – un libro strategico

“L’uomo del Piano B è uno che non te ne sei nemmeno accorto ma tutto a un tratto ha preso e ha cambiato lavoro e ha cambiato casa. Oppure ha cambiato estetica, e ha cambiato lessico. Non ti ha semplicemente disorientato: t’ha proprio spiazzato. Non te l’aspettavi ma lui, tutto a un tratto, ha preso e cambiato vita e hai proprio la sensazione che il paraculo sia stato lui”.

arte del piano BL’ultima fatica letteraria di Gianfranco Franchi – “un letterato dalla vita molto avventurosa con suggestivi e periodici cambi di ruolo” – è un ‘libro strategico’ che sembra il manifesto di un’intera generazione.

Poeta, scrittore, critico letterario, promotore culturale instancabile e molte altre cose. Che cos’è questa exit strategy che hai definito l’arte del piano B?
 “Fondamentalmente è uno stato mentale. È un’attitudine: un’inclinazione: una saggia e accorta propensione. È un’arte letteraria, deliziosamente onirica. È l’instancabile gioco della simulazione della realtà: è il quotidiano desiderio di alterazione e adattamento della realtà, vagheggiando magari la restituzione di tutto a una misura più umana, a una diversa e distensiva lentezza, a una volontaria e completa partecipazione alla vita pubblica e politica, in genere. È l’arte povera e fantastica dei popoli che, nel corso degli ultimi tre millenni, hanno abitato la nostra penisola: costretti per lo più a inventarsi e a rigenerarsi, per via d’un disastro cominciato attorno al Terzo-Quarto secolo dopo Cristo, attutito soltanto dagli umanisti, e da qualche artista di genio, apparentemente rimosso in quell’epoca che Hobsbawm ha definito la prima, vera età dell’oro: uno sbuffo di Novecento. È l’arte povera e solare della nostra generazione, nata quando l’Italia repubblicana ha cominciato a franare, stupita d’essere arrivata sin qua senza finire spedita al fronte. Praticamente è mancato solo quello. Almeno: a livello ‘generazionale universale’…”. Continue reading

Esercizi di sevizia e seduzione.
Una vendetta speciale tutta al femminile.

Pubblichiamo in esclusiva un capitolo del nuovo libro di Irene Chias, Esercizi di sevizia e seduzione (Mondadori, 2013). La scrittrice siciliana – che era già stata ospite tra le nostre cronache – ha scritto un libro particolarissimo contro la violenza sulle donne. La protagonista, Ignazia, ha deciso di prendersi la sua rivincita sugli uomini inutili con una particolarissima vendetta ‘letteraria’. Ecco il suo ‘manifesto programmatico’.

Sevizie e delitti ai danni di donne sono ormai ordinari, quasi sfociati nel territorio epidermico dell’intrattenimento. D’altra parte sono così tanti, reali e fictional, crudi o estetizzati, che alla fine ci ritroviamo tutti in un generale stato di assuefazione, in una narrativa confusa in cui realtà e finzione si mescolano. Seni mutilati, vulve cucite, stupri di gruppo impressionano poco. Vili taglietti sulla minchia fanno invece inorridire. Per non parlare di alcune pratiche tribali sul pene, o dei testicoli estratti dallo scroto, come in una scena di 2666 di Bolaño. La parte dei delitti, in 2666, suscita un raccapriccio speciale quando si legge dell’evirazione dell’assassino in carcere. Il tutto in un libro pieno zeppo di resoconti di uccisioni e torture a donne e ragazze e dove di atti di violenza strettamente sessuale subiti da un uomo ce n’è appena un paio, attuati da altri uomini. Le storie, ambientate da Bolaño a Santa Teresa, ricalcano fedelmente il femminicidio di Ciudad Juárez, il centro messicano ai confini del deserto di Sonora che, insieme alla città texana di El Paso, costituisce la maggiore area metropolitana binazionale sul confine fra Messico e Stati Uniti. Dal 1993 è famosa proprio per via di rapimenti, torture e omicidi perpetrati ai danni di giovani donne, di solito operaie delle fabbriche alle soglie del primo mondo, le cosiddette maquiladoras. Nel libro, di uccisioni e tormenti inflitti alle donne si legge quasi con un senso di ordinarietà, anche se, o forse proprio perché, si sanno basate sulla realtà. Si sopportano anche le battute goliardiche dei poliziotti, forse complici, forse solo conniventi, sulle vittime brutalizzate. Non è paranoia. Ne ho dibattuto con diversi amici, femmine e maschi, ma soprattutto maschi. Gente colta e sensibile che però vive in questo mondo, calata in questa cultura per la quale la violenza di un uomo su una donna è in qualche modo “normale”, ascrivibile a un’intrinseca gerarchia basata sulla forza fisica, a un più ampio “ordine naturale”, che si pretende sia lo stesso in virtù del quale il leone mangia la gazzella. In fondo sta alla gazzella scappare. Ho letto su internet un’intervista in cui Alicia Giménez-Bartlett racconta che quando ha pubblicato Messaggeri dell’oscurità – nel quale arriva in commissariato un pacchetto contenente un pene amputato, e nel corso del romanzo ne verranno tagliati alcuni altri – ha ricevuto svariate critiche sulla verosimiglianza di una tale circostanza. Un chiaro esempio di rimozione, si direbbe in psicoanalisi, tanto più che, come ha rivelato la scrittrice, la narrazione muove da un fatto di cronaca. Tra l’altro, un rapporto del dipartimento di giustizia americano, citato in un vecchio giallo che ho letto per caso, riporta che i maschi non sono soltanto i principali perpetratori di violenza, ma anche le vittime privilegiate di crimini violenti. Solo che era un rapporto del 1988, è possibile che da allora le cose siano cambiate. In ogni caso, non mi risulta invece che il problema della verosimiglianza sia stato posto a Bret Easton Ellis che, in American Psycho, si è sbizzarrito a far commettere i più efferati e paradossali crimini sessuali al suo triste Bateman, un Edipo non risolto a orologeria. Continue reading