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Antonino Pintacuda

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Sotto il cielo di Milano

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Nel 2004 dalla mente empedoclea di Giulio Mozzi e  Dario Voltolini nasceva un libro rivoluzionario: “Sotto i cieli d’Italia”: testi descrittivi di luoghi scritti (quasi tutti) su commissione.

Una doppia sfida: onorare la commessa e usare le parole per mostrare luoghi spogliati da ogni orpello. Scriveva infatti Mozzi nella prefazione: «Siamo circondati di cose segnali, corpi-segnali; e abbiamo nostalgia del tempo (mitico, peraltro) nel quale si percepivano le cose nude, i luoghi nudi, i corpi nudi. Questa nostalgia è un mezzo di inganno… ma è anche, nelle nostre mani, uno strumento di conoscenza: perché chi ha nostalgia di una cosa, può sempre ritrovarla».

Da otto anni e più vivo sotto il cielo di Milano, quello stesso cielo che affascinava Manzoni:

Il cielo prometteva una bella giornata: la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo. Più giù, all’orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l’azzurro e il bruno, le più basse orlate al di sotto d’una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme, leggieri e soffici, per dir così, s’andavan lumeggiando di mille colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace.

Abbiamo tutti in tasca cellulari intelligenti che fanno foto, video, montaggi e che, solo  ogni tanto usiamo anche per telefonare. Ogni tanto mi capita di alzarlo al cielo e scattare il passaggio di una nuvola che s’impiglia tra i fili del tram. Sono i miei cieli milanesi. Stanno diventano una bella collezione di attimi.

Di ogni instantanea mi ricordo dov’ero, in che marciapiede, quali pensieri pettinavo. E poi l’epifania.
Come in quella vecchia canzone di Bob Dylan che fa: “How many times must a man look up. Before he can see the sky?”. Già, quante volte dovremmo guardare in alto, prima di vedere il cielo?

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Come un segnalibro

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Dal primo marzo non mi occupo più dei libri Laurana e Novecento.

Il primo settembre del 2016 ho potuto realizzare uno dei miei sogni, vivere il mondo del libro dall’interno, sono stati 545 giorni meravigliosi. Ho potuto mettere a frutto quanto ho imparato sulle scrivanie dei giornali per cui ho avuto l’onore di collaborare.

Ringrazio Lillo e tutta la sua squadra che, anche in un periodo difficile ha creduto in me, affidandomi la comunicazione dei libri di via Tenca. Ma la crisi morde ancora e si stampavano libri, non banconote!

Dopo tanti anni da giornalista è stato una scommessa. Ho imparato davvero tanto, un apprendistato continuo, sfidante, “onirico e  – giusto un po’ – nevrotico”, per dirla con la coppia degli aggettivi che hanno accompagnato il lancio del libro di Irene Chias.

Quanto tempo è passato da quella prima sigaretta fumata con Lillo al battesimo di Laurana allo Spazio Melampo nel 2010…

Da allora ho sempre amato i libri pubblicati dall’editore di cui mi onoro d’aver fatto parte. Scremare manoscritti, instaurare e consolidare rapporti con autori e distributori, praticare editing e allestire un nuovo ufficio stampa, collaudare una nuova tipologia di eventi e nuovi modi di presentare gli amati libri. Ho potuto imparare tanto da maestri come Marco Drago e Giulio Mozzi, vi confesso che ogni volta che mi chiama(va), iniziavo a sudare per non rischiare di essere impreciso nelle risposte.

Ho accompagnato alla pubblicazione più di una dozzina di libri, su alcuni ci ho creduto mentre ancora erano embrioni di progetti. Un’attività quotidiana che ha richiesto tante competenze, con i tempi agili di un editore indipendente.

 

 

Dalla presentazione allo Strega de La traiettoria dell’amore di Claudio Volpe, all’incontro con il mirabile Gabriele Sarfatti protagonista dei romanzi di Gianluca Ferraris, passando per gli ultimi due nati della collana “dieci”, Consigli di classe di Alessandro Buttitta e il piccolo grande manuale di sopravvivenza aziendale di Gian Paolo Parenti. Sino al varo di due nuove collane, come “Le parentesi” della Laurana con il nuovo libro di Nando dalla Chiesa e il traghettamento della collana “calibro 9” sotto il marchio Laurana.

Ho affinato il mio approccio alla lettura anche grazie alla guida di due professioniste come Paola e Veronica.

Non ho mai impartito un “visto si stampi” senza crederci davvero.

Metterò a frutto tutto quello che ho imparato, certo che è immutata la voglia di imparare. Mi mancherà lo scampanellio del corriere che porta un nuovo manoscritto, la rassegna stampa quotidiana, le telefonate con gli autori, anche i messaggi a qualsiasi ora con la Chias e la Gambino! Mi mancheranno le fiere e la quotidianità condivisa con i colleghi.

Ci sono già un paio di libri che ho curato pronti per la pubblicazione (tra cui Lo scirocco femmina del mirabile Marco Rizzo), sono il mio piccolo contributo alla bella storia di Laurana editore, di cui anche io ho fatto orgogliosamente parte.

I ragazzi di via Coffaro e il dinosauro

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Dieci anni fa, mentre gli altri avevano già appeso le penne al chiodo, quando il mondo ancora si trovava incastrato tra la bolla della new economy già scoppiata e prima del fallimento della Lehman Brothers, in una piccola città della periferia dell’Isola triangolare, un manipolo di giovani, convinto che il mondo non dovesse per forza finire lì, in provincia del nulla, dava vita a un progetto editoriale che prendeva semplicemente il nome dal codice avviamento postale della città.
Se a Beverly Hills avevano il 90210, a Bagheria ci facevamo bastare il 90011. Un’intuizione di una testa lucida di sogni e d’incipiente e prematura calvizie come quella di Giusto Ricupati che, fresco di studi in tecniche pubblicitarie, voleva creare un contenitore capace di attirare gli investimenti dei negozi del circondario. Ancora gli smartphone non c’erano, solo i manager e gli spacconi avevano i BlackBerry.

Nacque così 90011.it, con una frase di George Orwell subito sotto la testata (“La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire”) e i pupi della villa Palagonia come laicissimi numi tutelari. Se uno non mira in alto a vent’anni, quando potrebbe poi ancora farlo?
Una squadra di agguerritissimi cronisti, con il direttore e il vice che si occupavano di seguire scalcagnate partite di calcio in campi in cui perfino Rambo avrebbe rifiutato di allenarsi. Erano piccoli cerchi concentrici di notizie locali che si allargavano e diventavano immagine di quel che succedeva al di là dello Stretto. Ci guardarono prima compatendoci, poi prendendoci sempre più sul serio. Tanto che la storica concorrenza della tv locale ci usava come canovaccio per imbastire il tiggì. I vecchi leoni del giornalismo bagherese ci presero in simpatia. Poi scesero in campo anche loro nello stesso terreno dello sconfinato web e da lì sorsero prima Bagheria.News e poi La voce di Bagheria. Nel nostro piccolo avevamo dato nuovo slancio alla stampa cittadina, come novelli corsari col web al posto del ciclostile.

Di quegli anni son rimasti colleghi diventati presto carissimi amici, l’attenzione alle fonti, la scrittura guascona e iperbolica che faceva diventare anche piccole beghe di piccolissime città metafora del mondo sterminato. Quando son arrivato qui a Milano ho continuato per qualche tempo a tener su 90011 un diario milanese, poi ci guardammo tutti, capendo che quegli anni erano passati per sempre, che dovevano guadagnarsi lo status di ricordi belli e lontani, che il giornalismo a distanza senso non ha.

 

L’ultima redazione (2010)

C’erano anche gli editoriali disegnati di Zarpa Vignette, le inchieste di Nino Fricano, le cronache di Alessandro, Anna, Fabrizio, Giusi… Se dovessi ricordare un solo momento, un’istantanea da portarci quando ci ritroveremo ancora più vecchi a ricordare quegli anni verdi, dubbi non ne ho, il riuscitissimo scherzo del pescione preistorico ritrovato a Bagheria. La madre di tutte le burle, per far pagare pegno ai tg e ai giornali che campavano di rendita del nostro lavoro e della nostra passione. Ci credettero tutti!
E avevamo appena soffiato sulla nostra prima candelina!
Tanti auguri a quei ragazzi che riuscirono a dare forma a un sogno.

 

Millemilano

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Milano, questa città fatta di tante città, ti conquista giorno dopo giorno. È come una donna, si impara a conoscerne tic, abitudini, il suo modo di guardare e di guidarti.

Milano cambia e tu cambi con lei, si srotola tra i nuovi colori della metro, con lo skyline che gioca a nascondino tra il ritorno della nebbia e nuovi palazzi che giocano a farne una nuova terra di opportunità. Negli anni, tra custodi di palazzo pronti a raccontarti la loro milano e noi – orgogliosamente terroni, sparpagliati qui come semi al vento con le nostre vocali dilatate e raddoppiate a caso – sempre pronti a far fronte comune tra tutti quelli che vengono da sotto la linea del Po, c’è una solidarietà nuova.

Una foto pubblicata da Antonino Pintacuda (@antoninopintacuda) in data:

Non ci sono più le case a ringhiera, lasciate agli artisti ma ci sono coinquilini che ti donano un po’ del loro bagaglio, come una cena del Sud ben riuscita con quel poco che con pane e fantasia riesci a mettere sul fornello. C’è la Milano sotto la pioggia grigia e fatta di cera squagliata, quella di sole e azzurro da far impallidire il nostro solleone che scolora il giallo del tufo cavato dalle pirriere, c’è la Milano ‘allicchitata’, di gente che spende tutto in aperitivi e boutique per poi fiondarsi sui buffet degli chef stellati con la stessa fame atavica di Totò che si riempiva le tasche di maccheroni. Sono già sei gli anni all’ombra della Madonnina. Con lo skyline cambiato e la mappa della metropolitana ancora più colorata.

Qui va davvero tutto più veloce, già dopo un solo lustro posso dire che ‘mi ricordo’ quando la gialla arrivava solo a Maciachini e di lilla c’era solo la mucca della Milka in perenne offerta all’Esselunga. A Natale ho riabbracciato il mio vecchio compagno di stanza, Carlo. Lui ha l’entusiasmo che hanno i bambini all’alba delle scoperte. Ci siamo rivisti sul lungomare di Bari, mentre iniziava a piovere una pioggerellina sottile che slavava via i pensieri e i ricordi. Si ricordavano gli anni del convitto, le prime nevicate, il modo in cui questa Milano ti cambia in un modo irreversibile, spalancandoti la testa e facendoti dire addio per sempre alla gabbia dorata dell’inamovibile Sud in cui tutto, ciclicamente, si ripete.

Quest’anno è tornata pure la nebbia, così fitta che non si vedevano manco i lampioni.

Una foto pubblicata da Antonino Pintacuda (@antoninopintacuda) in data:


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Non esiste psichiatra migliore di chi ti punta una pistola sulla faccia

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Seguo Marco Candida da quando ho avuto il primo modem, gracidava modulando e demodulando appena beccava la linea. Andavo a 56K e Marco teneva un blog su clarence, era il 2003. Si chiamava Blog di Blog se non ricordo male. E iniziava con “il sogno di un sogno”

E va bene. Lo ammetto. Non sono un ragazzo fortunato, ma ho un sogno. Questo sogno ‘era’ un sogno. Ho sempre pensato che chiamiamo sogni soltanto obiettivi molto difficili da realizzare. (Veramente mooolto difficili). Ma che impegnandosi, rinunciando alla volontà, abbracciando l’indolenza – cullandosi nell’indole, ammesso e non concesso la si trovi -, soprattutto RINUNCIANDO e basta, si potesse raggiungere l’obiettivo, che poi è un sogno. Adesso invece penso che il sogno sia diventato un obiettivo. L’obiettivo è un sogno squalificato, un sogno secolarizzato, laicizzato, volgarizzato, demitizzato. Non riesco più a pensare allo Scrittore come sogno ma come obiettivo. Vuoi fare lo scrittore?, mi si diceva. Sì. E’ in programma. Ma è proprio questo programma che s-sprogramma il sogno. In verità da molto giovane avevo in mente solo il sogno di un sogno. Adesso invece se vogliamo non mi rimane che il solo sogno di un obiettivo. Non posso parlare dello Scrittore che obiettivamente. Parliamoci obiettivamente, da sopra, da sopra a sotto. Scrivere non è un sogno. Tutt’al più un obiettivo. Ho perso il sogno di un sogno.

Da lì Marco è volato sino in America, è finito nell’antologia Best European Fiction a cura di Aleksandar Hemon e ha pubblicato dieci romanzi. Li ho letti quasi tutti, avendo la conferma di quello che pensavo sin dalla prima volta che l’avevo trovato su vibrisse quando era ancora davvero un bollettino che arrivava via mail (di cui amavo soprattutto la rubrica Dopo Carosello di Mauro Mongarli, una dozzina d’anni prima di finire a scrivere per un gruppo editoriale che si occupa solo di comunicazione e pubblicità): Marco scrive dannatamente bene.

L’ho letto crescere, anno dopo anno. Keep Reading

Il giornalismo disinformato di Paolo Nori

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“… una cosa che mi piaceva, del mestiere del giornalista, era che io avevo cominciato a farlo nel momento che i giornali la gente smetteva di leggerli. Cioè: quando la maggior parte dei giornalisti, prevedendo la fine del giornalismo, cercavano delle altre cose da fare, io mi ero messo a fare il giornalista ed era una cosa anacronistica che mi piaceva”.
Paolo Nori riporta sulle pagine del suo nuovo romanzo il personaggio di Ermanno Baistrocchi, già conosciuto nelle vesti di editore ne La banda del formaggio. Stavolta Ermanno scrive un “Manuale pratico di giornalismo disinformato” in cui si ritrova a farsi portavoce e penna di punta di un giornalismo “nuovo” che lui stesso prova a diffondere con crescente successo.

Un giornalismo dove delle cose di cui si scriveva, non si sapeva niente e, soprattutto non si voleva sapere niente: “un giornalismo dove non si intervistava la gente che contava, ma la gente che non contava; dove non si scrivevano le cose che si possono scrivere, ma quelle che non si possono scrivere”. Una critica aperta, ironica e amaramente divertente del tramonto di quello che qualcuno aveva definito “il mestiere più bello del mondo”. Keep Reading

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