Il sapore più amaro del mondo

Ho accusato il colpo e non ho queste parole. Nell’orrido muto della delusione aspetto di sentire davvero cosa risponderà Pino alle evidenze. Pino Maniàci, che fosse pazzo l’avevo capito subito andandolo a conoscere. Non si è mai dato tempo per pensare, per essere prudente mai: facile che abbia mischiato le buone cose fatte alle cose brutte sue personali, fatte anche quelle credendo vero di appartenere ancora solo a se stesso, mi sono detto oggi, e non a chi vedeva in lui un punto di riferimento. È sempre stato tutto un coacervo, tutto mischiato: Telejato era lui (non il ritratto intuitivo di un santo) e lui era Telejato (santificata per meriti reali e per necessità collettiva), identificazione che Orsatti chiede di spezzare; miscuglio per cui ai mafiosi parlava la loro lingua e spesso lasciava indietro la deontologia dei tesserini, usando maniere più che sufficienti a buttare il bimbo con l’acqua sporca per chiunque lo volesse. Nell’unico e remoto caso in cui riuscirà a spiegare tutto, questa di oggi è la solitudine dell’uomo antimafia. Unico e remoto caso.

Resta difficile credere che nell’asfittica Partinico, se hai tanto potere intimidatorio e lo eserciti su politici e nomi influenti, tu non debba rendere conto a nessuno dei poteri che ti preesistono. Sfruttare di mala intenzione l’antimafia è un atto mafioso. Allora però, in quel contesto minuscolo Pino avrebbe dovuto far parte del clan, non so se mi spiego: sono zone in cui è difficile pensare che possa circolare un cane sciolto e senza padroni per così tanti anni. Della sua estraneità alle famiglie, però, siamo ancora certi. Così come siamo certi che iniziò a parlare delle magagne nella gestione dei beni confiscati un anno prima rispetto all’esplosione del “caso Saguto”. Questi due dati mi hanno fatto pensare che, nella più plausibile realtà grigia in cui l’uomo è quello che è, sulla effettiva base di ciò che Pino ha fatto di sbagliato, liberarsi di una scheggia impazzita era una cosa utile a molti. Perché se rompi le palle a una parte, non puoi romperle anche all’altra, se entrambe sono nate molto prima di te e ti sopravvivranno comunque. Così, da oggi Pino non potrà più fare danni a nessuno, né ai buoni, né ai cattivi.

Sulla base evidente dei suoi sbagli, infatti, il risultato è che lo mandano via da Partinico. Se le prove sono così schiaccianti, però, che motivo c’è di allontanarlo dal suo territorio? Non vedo rischi di possibile inquinamento da parte sua. Con questo allontanamento, invece, la scheggia impazzita non potrà più fare danni a nessuna delle due parti. Le due parti… Crescere in Sicilia ti fa capire, prima che altrove, che la realtà è un pane grigio ma, allo stesso tempo, è in quella trincea che si sente maggiore il bisogno di appigliarsi a figure cristalline e senza macchia. Contraddizione dilaniante. Come dice un’amica, forse è proprio questa la cosa più triste: il perpetuarsi invincibile dell’ideale di purezza assoluta col quale rivestiamo e incastriamo i “nostri eroi”. Perché sapere (per esperienza personale!) che presto o tardi si macchiano di qualche grave misfatto o lieve colpa, ci assolve tutti dal credere vero e possibile l’impegno della vita per un mondo migliore.

Questo post è già apparso ieri su L’esageratore

il pianto degli anarchici, enrico baj

Franco Scaldati, poesie

ScaldatiIn genere sono paziente e metto il giusto tempo nel canto a raccogliere notizie e fare ricerche, prima di dare alla luce un Pupo nuovo. Ma è successo già più volte che il sangue superi in prorompenza le maglie della ragione e il gusto di argomentare. Così ora, bruciato dalla poesia di Franco Scaldati e stanco di chiedermi se esista davvero un volume che raccoglie tutti o parte dei suoi versi (su amazon restano tracce di sue opere teatrali), ho deciso di proporne alcuni da me trascritti sull’esclusiva base audio di alcuni video in youtube.

Si tratta di quattro componimenti, sparsi tra questo documentario co-diretto dallo stesso Scaldati sulle tracce di Falcone e Borsellino, e un documentario di Franco Maresco, Gli uomini di questa città io non li conosco – Vita e teatro di Franco Scaldati, presentato Fuori Concorso a Venezia 72. Di nessuno sono riuscito a rintracciare il testo né il titolo (qualora esista). L’ultima di queste liriche però l’ho isolata in un contributo che trovate nel nostro canale: sentite il Sarto e questa sua voce unica; voce che dice cose, voce di una città perduta. Lacrimevole l’impossibilità di saggiarne le versioni originali, chiedo clemenza per il risultato: nient’altro che un mio gusto o intuito personale ha dovuto imporre gli accapo e la punteggiatura. Chiunque avesse modo di indicare la corretta versione da un raffronto con i testi (se mai) pubblicati, lo segnali nei commenti e fin d’ora lo ringrazio. Leggi tutto “Franco Scaldati, poesie”

Pino Maniaci, che delusione

Pino Maniaci, da oggi soprannominato per sempre “meno attacchi in cambio di soldi”, è stato finalmente sgamato da un’ipotesi di reato sparacchiata su Repubblica Palermo. L’avevo sempre sospettato. In fondo, dopo Fight Club ormai è facile pensare che ci si possa fare un occhio nero da soli e tentare di strozzarsi con la cravatta per poi dire in tv che è stato il figlio del boss locale; bruciarsi la macchina da soli e far credere a tua moglie e ai tuoi figli che rischiano davvero la vita; impiccarsi il cane da soli per poi piangere a favore di opinione pubblica; rinunciare alla libertà e farsi seguire da una scorta anche quando vai a pisciare, fare una vita di merda insomma, da anni, ed essere schifiato anche dalla categoria a cui in teoria appartieni ma si accapiglia per farti avere o meno il tesserino (!)

L’avevo sempre sospettato. Solo, non avevo capito perché e ora, grazie all’attento giornalismo indipendente di Repubblica che ha anticipato persino il recapito dell’avviso di garanzia all’interessato, ho capito: una vita di merda, una guerra fino alla morte e zero vacanze pagate o passerelle glamour sugli altri media, per chiedere tangenti in cambio di meno attacchi. Come ho fatto a non pensarci prima? Tutto quadra. Oltre che disonesto e criminale, però, è davvero un coglione, questo non l’avevo mai sospettato e forse è ancora più grave dei fatti ascritti. Se avevi deciso di vivere di tangenti, Pino, tutto sto bordello dovevi mettere in piedi? Mafioso sì, coglione no. Che delusione.

Pino Maniaci, directeur et fondateur de la tv "Tele Jato" dont le but est de lutter contre la Mafia
Pino Maniaci, directeur et fondateur de la tv “Tele Jato” dont le but est de lutter contre la Mafia

Sinestesia romana, cartoline migranti

francobollo_leonardo_sciascia_ALTA_RISOLUZIONEL’altro giorno ricordavo i tempi in cui si andava in vacanza, nelle estati a mezzo tra gli anni della scuola, e dall’Inghilterra o dalla Spagna – come da Venezia o da Firenze – si decideva di mandare una bella cartolina all’amico (ma più spesso all’amica), al cugino o al fratello che erano rimasti in Sicilia, ormai incalliti dalla noiosa routine sveglia tardi, bagno a mare, riposo al pomeriggio e interminabile ricerca di cosa fare in serata. Si sceglieva con cura l’immagine, frutto di lunghissimi girotondi attorno agli espositori del tabaccaio o del negozio di souvenir; si tirava fuori dalla tasca il pizzino con l’indirizzo del destinatario appuntato prima di partire e poi si cercava di riprodurre, nei minuscoli centimetri quadri sul retro, l’umore del momento o anche solo la dolcezza del pensiero avuto per l’altro, imbrattando il saluto di punti esclamativi, disegni e faccine e persino – ricordo – messaggi diretti al postino, che facesse bene il suo mestiere consegnando il messaggio in bottiglia di noi viaggiatori.

La cosa oggi ormai impensabile, dinamica allora frequentissima – specie se la cartolina veniva mandata dall’estero – era tornare dal viaggio prima ancora della stessa e riabbracciare il destinatario dicendo (a meno di non volergli fare una sorpresa), ah senti, quand’ero lì ti ho spedito una cartolina, prima o poi ti arriverà. Passato qualche giorno o settimana, ti arrivava una telefonata – pronto, casa Bisanti? sono ***, c’è Marco? – e finalmente sapevi che il destino del messaggio era compiuto: la cartolina era arrivata e l’evento diventava una scusa per riprenderne il racconto o semplicemente rivedersi con il destinatario. Quanta familiarità avevamo con questa dinamica straniante, ma dolce e ancora romantica – nell’accezione che romantico oggi guadagna, di spazio concreto e tempo irreale, mediano, che si fa occasione di racconto – se pensiamo al cinismo del tempo reale che oggi si concretizza nei click su Instagram.

Ad ogni modo, per smentire immediatamente il luogo comune dei “bei vecchi tempi andati” – che secondo Vonnegut non sono mai esistiti – e sfruttare questo mezzo come in fondo facciamo ormai dal 2009, abbiamo deciso con Tonino di sperimentare un botta e risposta sinestetico verbo-visivo da Roma a Milano e viceversa, così, per vedere l’effetto che fa e, in fondo, anche mettere insieme nell’ennesima forma diversa il nostro vivere l’espatrio lavorativo come opportunità notoriamente data agli occhi forestieri per cogliere gli aspetti di un luogo ormai semi invisibili allo sguardo abituato dell’autoctono.

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Sarà che eravamo all’inizio

influencer dart fenerDicono che i social media ormai hanno preso il posto delle “vecchie” fonti di informazione. Eppure ricordo che quando lavoravo al giornale e il direttore doveva decidere a chi affidare un editoriale su un tema delicato, c’era sì il desiderio di essere la penna prescelta – a conferma della stima guadagnata – ma più di tutto fra i colleghi aleggiava un clima da interrogazione a scuola. Sarà che eravamo tutti all’inizio: nessuno voleva essere scelto davvero perché sentivamo il peso di un compito del genere, dire la propria, esprimersi su un fatto più che raccontarlo o dare una notizia; responsabilità verso chi leggeva la nostra quotidiana opera collettiva e verso i colleghi su cui, in qualche modo, si sarebbe riflettuto quel pezzo di opinione.

Sarà che eravamo tutti all’inizio, ma se c’è una cosa che ho imparato dal tanto vituperato giornalismo ufficiale, oggi, è la prudenza nell’esternare con leggerezza a centinaia di lettori quello che penso, l’inutilità e anche l’idiozia di scoprirmi l’ombelico davanti a tutti. Per questo, ognuno preferiva fare soltanto il suo lavoro e in fondo era contento se quella volta riusciva a tenere soltanto per sé le proprie idee confuse dall’emotività legata all’ultima ora di turno. In quei giorni eri ben felice di sapere tutto sull’ennesimo corteo dei senza casa a Palermo, sull’inaugurazione dell’emporio pizzo free, sulla conferenza di ecoturismo a villa Igiea, sulla rassegna di cortometraggi all’Agricantus, sulla campagna dell’ospedale Civico per la prevenzione del tumore al seno, sui bilanci sociali dei centri di volontariato, sulla protesta degli agricoltori arrivati in città da Vittoria, e niente sulle ultime novità dell’attentato terroristico in Francia.

Perché quelle notizie testimoniavano la realtà nostra, la piccola realtà vicina e comunque più grande dei grandi fatti lontani; distrazione, ma anche confortante promemoria di un’altra vita ancora nostra. In corteo poteva anche capitare di conoscere uno straniero, un emigrato, un musulmano, inserito nella comunità dei disgraziati locali, tanto da protestarci insieme ed essere tenuto in gran conto, fare magari da portavoce e parlare con te a nome di tutti. Finito il giro, si tornava sempre in redazione e, per quanto fosse grave la tragedia lontana, il collega al desk si fermava sempre per l’intervista al telefono, per darti la misura del pezzo da scrivere in massimo mezzora, per ingabbiare le brevi di cronaca o scherzare col caposervizio di sport sulla sfiga della squadra provinciale di basket in trasferta a Lamezia.

La vita al giornale, insomma, ti dava sempre conto del violento e cinico, ma salubre, relativismo di qualunque catastrofe dolorosa potesse consumare tutti quelli che non facevano il nostro mestiere, l’uomo comune. Quello in balia dell’onda anomala nel mare opinionista dei social. Quello che in fondo non esiste ma fanno di tutto per chiamare in vita ogni volta.