About Marco Bisanti

mela penso

Sarà che eravamo all’inizio

influencer dart fenerDicono che i social media ormai hanno preso il posto delle “vecchie” fonti di informazione. Eppure ricordo che quando lavoravo al giornale e il direttore doveva decidere a chi affidare un editoriale su un tema delicato, c’era sì il desiderio di essere la penna prescelta – a conferma della stima guadagnata – ma più di tutto fra i colleghi aleggiava un clima da interrogazione a scuola. Sarà che eravamo tutti all’inizio: nessuno voleva essere scelto davvero perché sentivamo il peso di un compito del genere, dire la propria, esprimersi su un fatto più che raccontarlo o dare una notizia; responsabilità verso chi leggeva la nostra quotidiana opera collettiva e verso i colleghi su cui, in qualche modo, si sarebbe riflettuto quel pezzo di opinione.

Sarà che eravamo tutti all’inizio, ma se c’è una cosa che ho imparato dal tanto vituperato giornalismo ufficiale, oggi, è la prudenza nell’esternare con leggerezza a centinaia di lettori quello che penso, l’inutilità e anche l’idiozia di scoprirmi l’ombelico davanti a tutti. Per questo, ognuno preferiva fare soltanto il suo lavoro e in fondo era contento se quella volta riusciva a tenere soltanto per sé le proprie idee confuse dall’emotività legata all’ultima ora di turno. In quei giorni eri ben felice di sapere tutto sull’ennesimo corteo dei senza casa a Palermo, sull’inaugurazione dell’emporio pizzo free, sulla conferenza di ecoturismo a villa Igiea, sulla rassegna di cortometraggi all’Agricantus, sulla campagna dell’ospedale Civico per la prevenzione del tumore al seno, sui bilanci sociali dei centri di volontariato, sulla protesta degli agricoltori arrivati in città da Vittoria, e niente sulle ultime novità dell’attentato terroristico in Francia.

Perché quelle notizie testimoniavano la realtà nostra, la piccola realtà vicina e comunque più grande dei grandi fatti lontani; distrazione, ma anche confortante promemoria di un’altra vita ancora nostra. In corteo poteva anche capitare di conoscere uno straniero, un emigrato, un musulmano, inserito nella comunità dei disgraziati locali, tanto da protestarci insieme ed essere tenuto in gran conto, fare magari da portavoce e parlare con te a nome di tutti. Finito il giro, si tornava sempre in redazione e, per quanto fosse grave la tragedia lontana, il collega al desk si fermava sempre per l’intervista al telefono, per darti la misura del pezzo da scrivere in massimo mezzora, per ingabbiare le brevi di cronaca o scherzare col caposervizio di sport sulla sfiga della squadra provinciale di basket in trasferta a Lamezia.

La vita al giornale, insomma, ti dava sempre conto del violento e cinico, ma salubre, relativismo di qualunque catastrofe dolorosa potesse consumare tutti quelli che non facevano il nostro mestiere, l’uomo comune. Quello in balia dell’onda anomala nel mare opinionista dei social. Quello che in fondo non esiste ma fanno di tutto per chiamare in vita ogni volta.

Bastia, Bestia, Bastiani: arrivano i Tartari

Nominato idoneo, Marco Bisanti partì una mattina di giugno dalla città per raggiungere la fortezza Bastia Umbra, sua prima prova di concorso. No, mi sono confuso. Ecco lo spartito originale: Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Sì, questo è l’incipit giusto. Le assonanze a volte ti portano dove vogliono loro. Qualche collega giornalista ha pensato di esorcizzare il test che ci aspetta domani – prima tappa per portare da 5000 a 100 l’ingresso in Rai di nuovi cadetti catodici – uscendosene con la Bestia Umbra; a me è venuto in mente di trovarmi nella fantasia di Dino Buzzati.

E mi sono detto aspetta, ma se, al contrario dell’ufficiale solitario che troverà aperte le porte della Fortezza, noi saremo tanti e cercheremo di espugnarle, le torri del quizzone Bastiano, sì insomma, non è che i Tartari siamo noi? E cosa vorrebbe dire? Essere uno dei Tartari dovrebbe almeno garantire dal male dell’infinita attesa che fa languire le vedette, votate all’unico gesto che nessuna urgenza impone mai di compiere. Eppure, in mezzo alle due figure c’è lo stesso deserto. E se la vedetta resta a lungo in attesa è perché anche i Tartari aspettano qualcosa, prima di sferrare l’attacco alla fortezza.

Così anche la vita di chi terrorizza le guardie con la minaccia di sconfinare – sarà anche più varia, meno noiosa – è piena di attesa. Non sarà un’attesa protetta e capace di imbastire miti e leggende, o spostare eserciti sulla comparsa appena vaga di un lumicino nella notte incavata che fugge al binocolo: tanto più che, ad accendere quel lumino, in quel momento dovrei esserci proprio io, in quanto tartaro, il che non mi lascerebbe tempo per divagazioni analoghe. Ma resta comunque fatta di attesa, la vita di noi Tartari. Mi chiedo allora cos’è che aspettiamo: a noi non viene incontro nessuno. Siamo noi gli invasori. Forse però la vera domanda è un’altra: vogliamo davvero invadere la città, o siamo solo gelosi della vista sul deserto che c’è dalla torre, dove vogliamo piantarci anche noi? Continue reading

Gli occhi trovati

Non gli serve poi molto
non fanno chissà che
anzi niente, non fanno niente
si guardano in silenzio e ridono
stesi accanto sul prato
o in una sala d’attesa, è uguale
non importa, perché
a differenza di tutti gli altri
loro sono due che si vedono
e vedere un’altra persona è incredibile
prima di tutto per loro,
sapere che esiste davvero
senza più bisogno di ipotizzare
un faticoso resto del mondo
(neanche lui serve più)
mentre si dilegua bruciata
la terra intorno al loro fuoco
nel momento uguale degli occhi
trovati degli amanti.

Le cover non esistono

Il verbo to cover significa coprire o rivestire, occuparsi di, proteggere e persino coprire le spalle; cover, invece, sta per copertina, coperchio, rivestimento e tutto ciò che ha a che fare con la protezione, per cui anche manto, riparo e persino nascondiglio. È un inglese usato anche da noi per indicare la versione di una canzone rifatta da qualcuno che non sia l’autore o l’interprete originario. Ribadisco l’ovvio, sottolineando comunque la questione (da me) irrisolta del perché lo stesso temine non valga anche per la musica classica, in cui si eseguono cover da Beethoven e compagnia bella (forse perché lì non si lascia tanto spazio all’interpretazione, ad esempio, nel canto che invece può cambiare davvero i connotati di un brano pop; come la mettiamo allora con l’opera? Lì si canta…).

Scordatevi ora il pippone sulla lingua italiana a rischio appiattimento per l’imperante modello straniero che ci allontana dalla ricchezza della nostra lingua, facendone svanire il potenziale, da cui l’importanza di valorizzare invece le nostre sorgenti dialettali, come ultimo baluardo nella lotta a questa forma ulteriore di colonizzazione. Dimenticatelo per un attimo. Beandomi dello storico e assoluto dominio internazionale dell’italiano in campo musicale, che solo a noi rende leggibili le notazioni dei maestri di tutto il mondo, da Gershwin a Scriabin, voglio invece ringraziare l’imposizione di un inglese che nobilita l’attività di tanti amanti della musica, indicando col termine cover qualcosa in più del semplice rifacimento. Dal chiuso della stanza al palco del villaggio turistico, dal falò con gli amici all’annuale concerto tributo, chi risuona le canzoni – al netto della spinta esibizionistica o aggregativa – è mosso da un naturale bisogno di cura nei confronti di quel brano o di quel musicista. Continue reading

La poesia mortale

Prima potevo anche prendermela. Ora inizio quasi a pensare che sia giusto così, normale, anzi necessario e persino bello. È giusto, normale e bello ammettere che, come tante cose della vita e – più in grande – della storia umana, anche la poesia passa e, ad esempio, quel che per cinquant’anni è sembrato indiscutibilmente un classico, cioè una voce il cui valore sembrava prescindere dal tempo, eternamente godibile (come – fino a prova contraria – ancora oggi un Omero, un Dante o un Leopardi), inizia invece a soffrire di rughe, poi invecchia, rincoglionisce, si ammala e muore. E non parlo dei figli che “fanno fuori” il padre: c’è sempre stata un’avanguardia pronta a uccidere il chiaro di luna senza che, per questo, alcun Gruppo ’63 riuscisse mai a impedirle di rispuntare bella tonda il mese dopo. Parlo in generale del fatto che un giorno ti svegli e pochi esperti studiosi del campo ti dicono che una voce di poesia non è mai stata bella secondo l’idea che si addirebbe a un classico, ma era bella solo lì, in quel periodo storico, per il cosiddetto gusto dell’epoca che – ormai spazzato via – ha trascinato con sé qualunque valore immutabile nei tratti di una determinata opera. Ecco, inizio quasi a pensare che a me, questa cosa qui, questa caducità, piace. Mi piace la rondine spaiata che, pur non facendo primavera, guizza ratta e beata ugualmente nel cielo finché ha vita e gioia nelle ali.

L’anno scorso, uscita la traccia del tema di letteratura alla maturità, ho ripensato a quanto mi piace Quasimodo, sorpreso dai tanti commenti di addetti ai lavori che lo ritengono invece un poeta superato, marginale, sopravvalutato, eccetera. Qualche giorno fa, per pubblicizzare su facebook un romanzo del ’67 che gli piace molto e riuscirà il 4 giugno per la Sonzogno, il decaloghista Mozzi ha fatto un preambolo sulla necessità di immaginare un canone alternativo per la scuola, argomentando: “basti vedere come, dalla triade poetica Ungaretti-Quasimodo-Montale quest’ultimo sia gradualmente ma potentemente emerso (per la bellezza, ma anche per l’influenza) emarginando il secondo ma anche il primo”. I discorsi sul canone alternativo ricordano quelli sulla necessità di cambiare la Costituzione: sul principio siamo d’accordo, il problema è chi ci mette mano. Poco fa poi, prima di cominciare a scrivere, ho letto una citazione da Ungaretti cinguettata su twitter, che diceva “Il vero amore è una quiete accesa”. Ho pensato quant’è vero; ma anche, quant’è ridicola una frase buttata lì, isolata, qualunque frase, deportata dal paesaggio poetico in mezzo al quale è nata. Il citazionismo telematico sarebbe capace di ridicolizzare anche la gravità di un referto del medico legale. Continue reading