About Marco Bisanti

mela penso

Le cover non esistono

Il verbo to cover significa coprire o rivestire, occuparsi di, proteggere e persino coprire le spalle; cover, invece, sta per copertina, coperchio, rivestimento e tutto ciò che ha a che fare con la protezione, per cui anche manto, riparo e persino nascondiglio. È un inglese usato anche da noi per indicare la versione di una canzone rifatta da qualcuno che non sia l’autore o l’interprete originario. Ribadisco l’ovvio, sottolineando comunque la questione (da me) irrisolta del perché lo stesso temine non valga anche per la musica classica, in cui si eseguono cover da Beethoven e compagnia bella (forse perché lì non si lascia tanto spazio all’interpretazione, ad esempio, nel canto che invece può cambiare davvero i connotati di un brano pop; come la mettiamo allora con l’opera? Lì si canta…).

Scordatevi ora il pippone sulla lingua italiana a rischio appiattimento per l’imperante modello straniero che ci allontana dalla ricchezza della nostra lingua, facendone svanire il potenziale, da cui l’importanza di valorizzare invece le nostre sorgenti dialettali, come ultimo baluardo nella lotta a questa forma ulteriore di colonizzazione. Dimenticatelo per un attimo. Beandomi dello storico e assoluto dominio internazionale dell’italiano in campo musicale, che solo a noi rende leggibili le notazioni dei maestri di tutto il mondo, da Gershwin a Scriabin, voglio invece ringraziare l’imposizione di un inglese che nobilita l’attività di tanti amanti della musica, indicando col termine cover qualcosa in più del semplice rifacimento. Dal chiuso della stanza al palco del villaggio turistico, dal falò con gli amici all’annuale concerto tributo, chi risuona le canzoni – al netto della spinta esibizionistica o aggregativa – è mosso da un naturale bisogno di cura nei confronti di quel brano o di quel musicista. Continue reading

La poesia mortale

Prima potevo anche prendermela. Ora inizio quasi a pensare che sia giusto così; normale, anzi necessario e persino bello. È giusto, normale e bello ammettere che, come tante cose della vita e – più in grande – della storia dell’uomo, anche la poesia passa e, ad esempio, quel che per cinquant’anni è sembrato indiscutibilmente un classico, cioè una voce il cui valore sembrava all’unanimità prescindere dal tempo, eternamente godibile (come – fino a prova contraria – un Omero, un Dante o un Leopardi), inizia invece a soffrire di rughe, poi invecchia, rincoglionisce, si ammala e muore. E non parlo del processo ormai riconosciuto dalla psicologia per cui un figlio è fatalmente destinato a “uccidere” il padre andando per la propria strada, oltre il maestro: c’è sempre stata un’avanguardia pronta a uccidere il chiaro di luna, senza che, per questo, alcun Gruppo ’63 riuscisse mai a impedirle di rispuntare bella tonda il mese dopo. Parlo invece del fatto che un giorno ti svegli e tutti (grazie a pochi esperti studiosi del campo) si accorgono che una voce, una voce di poesia, non è mai stata bella secondo l’idea che si addirebbe a un classico, ma era bella solo lì, in quel periodo storico, per il cosiddetto gusto dell’epoca che – ormai spazzato via – ha trascinato con sé qualunque valore immutabile nei tratti di una determinata opera. Ecco, inizio quasi a pensare che a me, questa cosa qui, questa caducità, piace.

L’anno scorso, uscita la traccia del tema di letteratura alla maturità, ho ripensato a quanto mi piace Quasimodo, sorpreso dai tanti commenti di addetti ai lavori che lo ritengono invece un poeta superato, marginale, sopravvalutato, eccetera. Qualche giorno fa, per pubblicizzare su facebook un romanzo del ’67 che gli piace molto e riuscirà il 4 giugno per la Sonzogno, il decaloghista Mozzi ha fatto un preambolo sulla necessità di immaginare un canone alternativo per la scuola, argomentando: “basti vedere come, dalla triade poetica Ungaretti-Quasimodo-Montale quest’ultimo sia gradualmente ma potentemente emerso (per la bellezza, ma anche per l’influenza) emarginando il secondo ma anche il primo”. Come i discorsi sulla necessità di cambiare la Costituzione: sul principio siamo d’accordo, il problema è chi ci mette mano. Poco fa poi, prima di cominciare a scrivere questa cosa, ho letto una citazione da Ungaretti cinguettata su twitter, che diceva “Il vero amore è una quiete accesa”. Ho pensato, quant’è vero; ma anche, quant’è ridicola una frase buttata lì, isolata, qualunque frase, senza il paesaggio in mezzo al quale è nata. Il citazionismo telematico sarebbe capace di ridicolizzare anche la gravità di un referto del medico legale. Continue reading

Un’ora di bicicletta a Roma, per cominciare

Caro Tonino,

è così grande che ti viene il dubbio sia veramente infinita, più che eterna. Roma. Esci di casa un mattino di primavera e – basta un’ora, davvero – torni dal giro in bici sentendoti Indiana Jones. Oggi ho fatto l’ennesima scoperta fuori programma. Non volevo, non sapevo, eppure ora ho un’altra Isola nuova negli occhi, un posto di cui nessuno mi aveva parlato, nessun amico, nessun libro, dove forse non tornerò più ma una volta almeno mi avrà avuto, nel grano di un tempo infinitesimale sull’eternità dei suoi passaggi umani. Sotto il sole che rimbalza sulle mura millenarie, mi sono diretto alla chiesa di san Giovanni a porta Latina – la mia tappa turistico spirituale della domenica – pedalando a schivo tra i mille soffioni bianchi che frullano nell’aria verde in questo periodo.

Arrivato al collegio dei padri rosminiani, che gestiscono questa bellissima chiesa con dietro un giardino sulle mura, sento già qualcosa di strano. Il sorriso etereo del mendico ligio al suo posto sottolinea un eccesso di quiete che poi ritrovo nel tempio ancora vuoto. «Oggi la messa comincia alle 12». C’è ancora mezzora. Faccio due calcoli e decido di filare via prima che mi veda la tuttofare canuta, vera domina d’ogni parrocchia, che mi ha preso in simpatia arruolandomi come lettore, dopo la dichiarazione spontanea di gradimento del padre superiore (roba grossa) alle mie ultime performance. Oggi niente letture. Con lo spirito di chi va a scuola e trova occupato, decido di benedire il tempo imprevisto iniziando a pedalare senza meta, direzione: punta del naso. Continue reading

Lavorare (nell’editoria) stanca,
contro lo svanire dei colpevoli

Se mi chiedono il pizzo e io non ho il coraggio di denunciare, e pago l’estorsore, resto una vittima o divento un colluso perché “incoraggio” la pratica mafiosa? Il tema è delicato ma, sarà l’età, l’idea dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra mi sta abbandonando. E nel mondo del lavoro, e nell’editoria (libraria), come funziona? Il ricatto micidiale della concorrenza, che costringe molti ad accettare condizioni becere, “legittima” le nuove pratiche schiavistiche? Sì. Sottolineare questo aspetto, però, non può distrarre da chi effettivamente estorce la dignità a una persona in cerca di una e più fatiche per avere il pane a tavola. I ruoli, poi, nella lotta al recupero dei diritti perduti, non possono essere ricoperti da tutti indistintamente: dovrebbero essere i soggetti più garantiti ad alzare la voce più di chi è arrivato ieri e ancora rema in galera senza aver potuto mai mettere il naso sul ponte della nave.

Eserciti di legittimi aspiranti redattori, traduttori, grafici, correttori, uffici stampa, e compagnia bella bussano alla porta dell’editore di turno, regalando il loro tempo nella speranza di ottenere poi un ingaggio pagato; firmano il primo contratto, felici di aver superato una prima faticosa tappa; poi spesso, a mesi dalla consegna puntuale e dal mancato pagamento fissato nel contratto, capiscono di aver fatto del volontariato a loro insaputa. Così imparano un nuovo lavoro: recupero crediti dal committente. Non è prassi consolidata ovunque, non si deve generalizzare (anzi, per cambiare l’andazzo è giusto diversificare sempre e illuminare chi rispetta l’etica del lavoro) ma di certo chiunque bazzica il settore ha esperienza diretta o indiretta di situazioni del genere. Succede, per così dire, ed è successo in ultimo a fine aprile. Con una bella novità, però. Continue reading

La Liberazione, uno sguardo dal Sud

Avevamo vent’anni oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte
tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore. *

Settanta anni fa il CLN Alta Italia proclamava l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati e iniziava ufficialmente la Liberazione dal nazifascismo. Ufficialmente. In realtà, oltre al fatto che i partigiani operavano già da tempo alla macchia, gli alleati avevano messo piede a Licata ben due anni prima, senza l’aiuto di alcuna frangia ribelle siciliana. Da ciò risulta evidente (e giusta) l’identificazione d’ufficio fra Liberazione e movimento partigiano. Lasciando in secondo piano l’intervento anglo-americano, oggi rivive il sacrificio di quegli italiani che, pur rifacendosi a tradizioni politiche diverse, morirono in una spietata guerra civile per autodeterminarsi come nazione libera e giusta, cementificati da un moto solidale contro i tedeschi e la sanguinaria prepotenza fascista. Qualcuno dice che il loro fu un contributo marginale, ma tutti gli storici ammettono la loro fondamentale azione di indebolimento delle retrovie dell’Asse, oltre le linee non ancora superate dalle milizie alleate, e di intelligence nei tanti borghi in cui agivano col favore segreto di compaesani e cittadini rimasti nelle case.

La Sicilia invece visse per due anni su un altro pianeta, rispetto ai fatti richiamati dal 25 aprile 1945, ed è facile pensare che il passaggio dal regime fascista a quello alleato fu percepito più o meno tiepidamente come un cambio di guardia, sulla falsariga del racconto che Tomasi Lampedusa fece del passaggio precedente, dal regno borbonico a quello “savoiardo”. Vero è che Carmela Zangara ricordò qualche anno fa gli oltre 2500 partigiani siciliani riconosciuti dall’Istoreto, ma questi prestarono quasi tutti servizio nelle brigate della resistenza piemontese o diedero prova di coraggio nelle altre regioni del centronord. Non conoscendo dunque storie di guerriglia civile ambientate nei monti Sicani simili a quelle consumate nell’alto appennino, è facile associare l’aria che si respirava da noi nel luglio del 1943 a quella che regnava nel giardino del principe di Salina, distaccato e lontano dai tumulti. E non perché in Sicilia ci fossero solo nobili aristocratici: basta guardare con gli occhi di Robert Capa la campagna di Troina, i primi di agosto del ‘43 nella foto qui sotto, per intuire le spalle larghe e ben salde del popolo che vide arrivare i giganti americani come vedeva il cambio delle stagioni sulla terra, occhi bassi sui campi o stretti sull’orizzonte del burrone all’inciampo del gregge. Continue reading