About Marco Bisanti

mela penso

Un cigno tenebroso e raro

Gianfranco Franchi è ciò che Borges definì un cigno tenebroso e raro, un buon lettore. Non l’ho mai incontrato personalmente, ma credo di poter dire che - in mezzo alla geografia disordinata di questo bel mondo - abitiamo lo stesso territorio e che ci siamo conosciuti diverso tempo fa. Tra le pagine di qualche libro profondamente amato. Per questo vi segnalo il suo colloquio con Paolo Zardi apparso su Grafemi intorno alla lettura, l’editoria, i letterati, i laterali, il Novecento letterario italiano e al senso di un bel po’ di cose. La trovate qui.

È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. Non cerca in un romanzo russo informazioni sulla Russia, perché sa che la Russia di Tolstoj o di Čechov non è la Russia della storia ma un mondo specifico immaginato e creato da un genio individuale. Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.

Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura - trad. ital. di Ettore Capriolo, Milano: Garzanti, 1982 («Saggi blu»)

Lettera di Battista Vighenzi alla moglie Liana

27 aprile 1945

Liana amatissima,

c’è un gran sole nel mio cuore in questo momento e una grande serenità. Non ti rivedrò più, Liana. Mi hanno preso, mi fucileranno. Scrivo queste parole sereno d’animo e col cuore spezzato nello stesso tempo per il dolore che proverai. Ti ho detto stasera prima di partire: Liana, ho tanta voglia di riposare vicino a te – io riposerò vicino a te ogni notte per tutta l’eternità. Cara, tanto cara. Ho mille scuse da chiederti per le gentilezze che non ho avuto per te che ne meriti tante. Pino è stato pure preso e fucilato appena prima di me. Prega per noi due amici: uniti anche nella morte. È morto con dignità e mi ha salutato con uno sguardo in cui c’era tutta la sua vita. Spero di morire anch’io, di fare il gran viaggio serenamente. La mia ultima parola sarà il tuo nome: il nome che è inciso sulla fede che ti mando. Tu parlerai alla mia mamma, tu la consolerai se sarà possibile, povera vecchia, povera cara mamma. E la zia e mio fratello Luigino. A Marietta dirai che il mio affetto di fratello si ingigantisce in questo momento. Consolatevi: la vita ha di queste improvvise rotture. I tuoi di Modena, la mamma, il babbo, la Cesara in modo particolare. Cesara Tonino e Margherita, mi sono tutti presenti. Dì a Tonino che sarà come se io assistessi al battesimo del suo piccolo. Ricordatemi al caro Rino che abbraccio di gran cuore. Liana, tutto il mio è tuo. Se io fossi vivo per realizzare uno di questi progetti di cui tanto abbiamo parlato, vorrei che la piccola proprietà di Ostiano fosse esattamente divisa fra Luigino e Mariettina.

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La deca-danza di Giulio Mozzi

La lista delle cose che ogni giorno ci possono irritare è infinita e altrettanto variegata. Ognuna di queste, poi, risulta più o meno fastidiosa in base al grado di cazzeggio in cui scivolano i giorni a bassa intensità lavorativa o, ugualmente, sfiata il contraccolpo dello stress feriale. Di solito, maggiore è il livello di nullafacenza e distrazione, maggiore è l’orticaria trasmessa da quelle che, in altre circostanze, definiresti ragionevolmente inezie.

A questo proposito, tempo fa, una visita al blog di Giulio Mozzi mi regalò un prurito molesto. Il motivo, all’inizio, pensai fosse solo l’antipatica frequenza con cui vibrisse sfornava elenchi in dieci punti per argomentare su tematiche diverse, non solo legate al mondo della scrittura. Poi ho capito che c’era qualcosa di più, che andava oltre il primo addebito: in una parola, l’uso ripetuto e il consumo di forme espressive che presto diventano cliché e il tedio che la loro deteriorante meccanicità mi trasmetteva. E non parlo solo della suddetta deca-danza, ma anche di altri “topoi” che circondano artificiosamente la figura, l’immagine di Mozzi, che sul web diventa lo stereotipo di se stesso.

Niente è più detestabile della noia, ancor più se registri che tanti altri non si stufano come te. Anzi, più loro si mostrano interessati e stimolati da una cosa per te uggiosa, più te la prendi non capendo il motivo di questa differenza. Dici, cambia canale. Ma l’ho detto: ero in fase di cazzeggio. (Domanda lecita: come ora?).

Così dedico al curatore di vibrisse la mia giocosa impertinenza azzardando un esercizio di stile – inutile e antipatico per chi non coglie i riferimenti o non ne condivide le premesse – che proietti alcuni fastidiosi cliché della comunicazione telematica mozziana in un testo iperbolico, nato più per sfogare il suddetto prurito che per velleità letterarie. Come (quasi) ogni parto della noia, incompleto. Il dedicatario lo consideri, in extrema ratio, come un appello all’autoironia. Continue reading

Cercare la santità, non i santi

Riporto la bella riflessione di Valerio Droga, nata da una recente cronaca palermitana, sorta di ‘giallo’ miracoloso. Con un taglio multiculturale e interreligioso si mostra come la continua ricerca di nuovi santi, eroi e star dello spettacolo in cui credere nasconda spesso un meccanismo psicologico per giustificare le proprie inettitudini. La vera devozione dovrebbe riscoprire la natura divina, la naturale vocazione alla santità insita in ciascuno di noi.

di Valerio Droga

In questi giorni, a Palermo, nel quartiere popolare del Capo, avviene un fatto che ha dell’eccezionale: dal campanile della chiesa di Santa Maria della Mercede, si vede al tramonto la sagoma di una suora in preghiera. Fedeli e semplici curiosi accorrono a frotte, tutti vedono la figura e vi sono foto e video che l’hanno immortalata. C’è chi, dotato di binocolo, giura di avere osservato i tratti del viso, chi, recandosi lassù, non ha visto nulla benché, contemporaneamente, da sotto, la folla continuava a vederla. La Chiesa, con la sua proverbiale prudenza e scetticismo, sospende ogni giudizio, ma la devozione popolare ha già una nuova santa a cui affidare le proprie richieste e raccomandazioni personali.

Non intendo qui entrare nel merito: che si tratti di una santa o di un’anima tormentata che vaga in cerca di pace, che sia un riflesso o un ologramma ben architettato, magari da un art performer, poco importa, ciò che voglio sottolineare è invece un fenomeno sociologico, quello dell’eterna ricerca di idoli, siano santi, divinità, star del cinema o della musica. La gente cerca la perfezione, idealizzandola, ipostatizzandola in qualcuno all’infuori di sé. Il tutto per compensare (e giustificare) la propria inettitudine, la bassa opinione che si ha di se stessi, rafforzando, inoltre, un malsano senso di colpa e di inadeguatezza. Facendo ciò, tuttavia, non si fa altro che autocondannarsi a non elevarsi mai di una spanna, rimanendo per terra a guardare col naso all’insù, come quell’aquila che, allevata da una gallina, credette per tutta la vita di essere un pollo e non spiccò mai il volo, limitandosi ad ammirare l’estrema eleganza delle altre aquile in cielo (Anthony De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo). Continue reading

La magia esiste

Questa è la prefazione che ho firmato per il libretto Favole di bambini palermitani, curato da Ludovico Caldarera e pubblicato recentemente da Salvatore Coppola. La copertina è di Silvestro Nicolaci e forse rende il senso di questa antologia, unica nel suo genere, meglio delle parole. Tra le cose che ho fatte e a cui tengo di più. Disponibile sul sito dell’editore o a Palermo, presso il Teatrino delle Beffe, libreria Modus Vivendi e altre indipendenti.

«La magia esiste» è qualcosa che andrebbe insegnato ovunque e ricordato a tutti. Ma come insegni una cosa se non la sai più riconoscere? Ti rivolgi a chi se ne intende, a chi vede ancora bene tutti i nessi e non fa differenza fra una nuvola e un palazzo, un barbone e un meteorite, un vecchio albero e un amico. Ci sono bimbi nei paraggi?

Lo chiedo per me e giro la domanda a chi si accorge di loro sempre meno. Gli adulti. Stregati da un mondo senza fantasia, in questi tempi difficili spesso non riescono a vedere a un palmo dal loro naso quadrato e si allontanano sempre più dietro ai Fatti – ciascuno i suoi. Nella nostra amata Palermo, e quasi ovunque, così sono finite persino le briciole di Hansel…

In una favola tutto sarebbe più semplice, i bambini lo sanno. Ma sanno pure che nella realtà il Cavaliere mascherato non può vincere da solo “Mister X”, bisogna essere in tanti e uniti. E se li ascolti, ricordi la magia che si chiama «stare insieme», la chiusa di ogni favola.

C’erano una volta e per fortuna ancora oggi, i laboratori creativi che Ludovico Caldarera conduce nelle scuole elementari e medie palermitane, ma anche nel suo prodigioso Teatrino delle Beffe. Con burattini costruiti, animati e interpretati da loro stessi, i piccoli partecipanti devono inscenare delle storie. Quindi, prima inventarle. Hanno totale carta bianca: nessun limite o tema da seguire, fantasia a briglia sciolta. Negli anni, il capocomico ne ha selezionate alcune così com’erano, senza apportare modifiche o correzioni sugli originali, e ora eccole qua. Continue reading