About Marco Bisanti

mela penso

Dipende, l’uomo

Ieri ho trovato uno stupefacente foglio di quadernone, scritto con grafia sottilissima, tra le pagine di un testo che ho preso in lettura alla biblioteca di filosofia di Villa Mirafiori. Il testo è “Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo”, di F. Kermode (1972). Il foglio, mi limito a ricopiarlo.

Nasciamo puliti, mondi. Anzi no. Il meccanismo si aziona fin dall’inizio: bisogno e gratificazione. Tutto, da lì in poi, rientra in questo semplice schema. Finché moriamo e sempre più, crescendo, la decisione spetta a noi su quale tipo di gratificazione ci esporrà al bisogno di volerne ancora. Dal cibo, ad esempio, che preso oltre la fame allarga lo stomaco (e il relativo bisogno di gratificarci chiede maggiori quantità da ingerire), a qualsiasi altro genere di dipendenza. Il meccanismo si dimentica presto, pur se continua a influenzare i ritmi e le decisioni nostre, l’umore e anche, forse, il modo in cui moriremo. Perché si dimentica, il meccanismo, separando presto gli assi bisogno/gratificazione che invece restano sempre legati.

Così, in molte cose della vita e più importanti, ci si dovrebbe chiedere se non sia lo stesso oggetto che ci gratifica, a creare invece nel tempo orridi sempre più fondi, scavati poco a poco dalla stessa acqua per cui saremmo disposti a uccidere, dovesse mancarcene il bicchiere. Per questo, in molte cose della vita e più importanti, invece di riconoscere nell’oggetto gratificante la causa prima delle nostre mancanze sempre più esigenti, dominanti, siamo disposti e per lunghissimi anni ad attribuirne l’origine a mille altre cose. Persona che a un certo punto sfugga, anzi, più volte nella vita, a questa condizione, non è mai nata. Si vive, piuttosto, in molte cose della vita e più importanti, l’assottigliarsi graduale della sopportazione di un fenomeno o stato in cui ci si trova e, per affrontare il quale, cerchiamo rifugio e salvezza proprio in ciò da cui si dovrebbe scappare, in quanto causa prima di quel fenomeno o stato. Detto in altri termini, la dinamica della tossicità sembra congenita all’umano, come si formasse nell’utero insieme al resto fin dalla prima scissione dello zigote.

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Il caso La Gioia, ovvero la ferocia del web letterario

Oggi è uscito quest’altro articolo su La Ferocia di Nicola La Gioia e sempre più nella mia mente si sta creando uno spazio nuovo, accanto a quello dedicato alla morte, che prima non c’era e si potrebbe riassumere così: nella vita, di certo c’è solo la morte e il fatto che l’ultimo romanzo di Nicola La Gioia sia un bel libro, o come definito in quest’ultima recensione, “un formidabile affresco” (quanta stanchezza nel frasario della cosiddetta critica).

A me Nicola La Gioia piace e non ho alcun motivo di nutrire pregiudizi negativi sui suoi testi. Tanto più che non ne ho ancora letto nessuno. Quel che mi piace di La Gioia deriva dall’ascolto delle sue puntate di Pagina Tre, i cui argomenti anticipa la mattina in un post su facebook; quel che mi piace di La Gioia deriva dalle foto che su facebook ho visto del suo tour promozionale nelle librerie, tra cui anche alcune siciliane, e in cui l’ho visto sorridere insieme a librai e editori che conosco e stimo; quel che mi piace di La Gioia deriva insomma da una serie di informazioni che per ciascun testo formano la galassia in cui si creano e sviluppano le attese di un lettore.

Ma la ferocia con cui negli spazi preposti si è spinto il suo romanzo – blog letterari, recensioni sui quotidiani, elogi in radio, entusiasmi ubiqui e variopinti, classifiche dei libri più venduti – mi impedisce, al momento, di accostarmi serenamente alle sue pagine. Mi mancherebbe quel silenzio interiore, quella solitudine del lettore che è necessaria per ri-creare nel mio spazio interpretativo e intimo il libro che sto leggendo, per viverlo con i miei occhi e muovermi al suo interno come qualunque lettore fa ogni volta che legge un libro. Di pagina in pagina, infatti, mi verrebbero in mente i fiumi di elogi sperticati che stanno facendo scomparire il romanzo di La Gioia nello spazio di certezza che prima era dedicato solo alla morte.

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Tre novembre

C’è un giorno dopo i morti, ed è questo
piccolo miracolo del calendario
che inchioda la realtà a un elenco
spudorato, dopo i morti

la scadenza delle uova
il ritiro in tintoria
la rata da pagare
il senso della parola data.

Questo giorno più degli altri
batte sulla riva dei fiumi
e nel cuore che abbiamo ribatte
orbite alla vita di terra

ma è stato il cielo del due novembre:
ha dato respiro ai silenzi
alle carezze, ai dolori
come ancore dei semi più verdi.

Così è vero
c’è un giorno dopo i morti, ma è stato
il cielo del giorno prima.

Mi dicono che è bel tempo lì da voi

Mi dicono che è bel tempo lì da voi
che ancora andate a mare
come qui non si fa più,
escluso per il fiume
che non lo ferma niente
nella corsa al sale tutto l’anno.
E l’estate che avete ancora dentro
si dà all’acqua bruna
per gli scossoni di ottobre
sulle alghe del fondale
che turbina di smania e natura.

Ad agosto non c’era questo vento
che alza tanto la sua voce.
C’era solo pelle dentro i costumi
sabbia nel mosaico di teli
noia di cosa facciamo stasera
e hai visto che sbaglio
le ferie in questo periodo.

Adesso, anche tardi la mattina
la spiaggia è un deserto grigio
silenzio di barche al sole
rete di pallavolo ferma
e baracche di legno inclinate.
Si fa un bagno veloce
ma come veloce attraversi
dove ormai non è il tuo posto.

Il posto è delle barche a pancia sotto
abbandonate, ferme e violate
dalla luce africana:
sanno dei pesci sott’acqua
e aspettano che passi il vento
le barche. Loro lo sanno,
voi invece stasera tornate a casa.
Allora sarò pronto, se vorrete
a dirvi di quel fiume.

Più di mille parole

Vale più di mille parole: non un silenzio, né un gesto, in questo caso, ma un’immagine. Esperimento: se valga più un articolo di critica argomentata sui rischi delle nuove dipendenze da abuso telematico oppure – visto il predicato di questa società – non basti un’immagine a illustrare tutto il discorso. Il formato del manifesto è volutamente enorme (cliccare per credere).