About Marco Bisanti

mela penso

La stanza dello scemo

C’era una porta a casa sua e sulla porta una targhetta di ottone con su scritto il nome del posto dietro la porta: stanza dello scemo. E scemo io, forse, che quest’anno non andrò, niente treno per Bo, a motivo di un lavoro che sto facendo. Ma con la mente, sempre in questo periodo, torno alla casa del professor, commendator Domenico Sputo, il nome scemo di un gigante che mamma Iole chiamò Luciodalla. Tutto attaccato, bimbo prodigio, duro ciottolo al rimbalzo dei mille dirupi che trovi in un mezzo a una vita.
Basso tanto, nero e peloso, che le bocche degli amici veri, da fischiettarci insieme al fresco dei portici, trasformavano semplicemente in Ragno. Lo chiamavano così. E nella sua tela molti sono rimasti impigliati a mezz’aria, mangiati dalle note di un urlatore siderale, formica zingara che fra gli altri ho incontrato pure io.

E ripenso a tanti speciali visti in tv, a uno girato da un acerbo ma intimo freak Samuele dove il minimo, per uno che distillava lo Stronzetto dell’Etna e aveva una barca di nome Catarro, era prendersi un cappuccino alle ore più strane. Le tre, le quattro di mattina (“il mondo torna il cesso che era prima”): salutare la tipa dietro al banco e sorridere ai camionisti di ogni specie stravaccati nell’anonimato. Tutto all’unico scopo di tornare a casa, se riuscivi a tenerla – magari fare prima un giro dei viali, come un tempo a incontrare Luca e gli altri – per poi unicamente chiudersi nel cesso e rallegrarsi, stimolati anche dall’odore di petrolio che manda il giornale croccante preso nell’edicola assonnata. Chissà, può darsi che oltre alla cacca – che tutti fanno e facevano, da Bach a Charlie Parker – ci scappi anche una melodia che funziona. Così era nata Disperato erotico stomp; e quello stomp a che si riferiva? Ecco.

L’aveva raccontato mille volte quel “parto” musicale, eppure, al contrario di tanti colleghi ostentatori di noia e sufficienza per le solite domande dei giornalisti, lui non si stufava mai. Loro volevano questo? Lui questo gli dava. Come quando, durante Banana, un giorno il principe gli chiese, ma come fai a dire sempre sì agli autografi e alle foto? Be’ non sono mica un indigeno africano: una foto non mi strappa via l’anima, non mi toglie niente. Di certo, in quella risposta c’era tutta la voglia di piacere cristallizzata negli anni plurimi in cui aveva iniziato: non se lo filava nessuno! Arrivò al punto da provare quasi piacere nel non piacere, e non per una forma di masochismo, ma perché l’antipatia che gli manifestava il pubblico stimolava in lui un’urgenza di ripicca musicale che trasformava il lancio dei pomodori in altrettanti sberleffi sonori che gli uscivano dallo skat, fra un inciso e un ritornello, quando cantava la sua lingua meravigliosa.

Diceva, se non avessi conosciuto Roversi ora farei l’idraulico. E un idraulico non poteva farsi intorno un museo di quadri e presepi, trenini e sculture, foto e dischi d’oro, persino la stanza del cinema con le poltroncine rosse, che hai chiamato dello scemo. Così hai praticato un altro tipo di artigianato: stando ai racconti di molti – che poi uno finisce a essere sempre un racconto – il commenda era un vero artigiano del suono: lo stadioso Gaetano ricorda che, quando già Ragno si era di mare profondo staccato dal Palmaverde, fu mandato proprio da Luciodalla a bottega presso il poeta dicendogli che doveva ancora imparare a mettere la musica su parole già nate, altrimenti sarebbe rimasto cantautore a metà, che mette le parole soltanto dopo. Era un modo indiretto per continuare a frequentare lui l’osannato Roberto che gli insegnò molto, la magia.

Tante storie di Sputo non sarebbero credibili senza quest’elemento. Ad esempio i suoi palleggi su un campo di basket in mezzo ai vatussi; il suo insegnamento all’università, forte del certificato battesimale come unico titolo di studio; il suo stesso deambulare in pelliccia e collana turchese per le strade di una città mai lasciata, salutando tutti e facendosi dare del tu. Adottato bimbo che ricambia adottando i suoi adottatori con l’amore di una voce. La stessa che durante il provino alla leggendaria Rca riuscì a liberare come si deve, davanti allo scopritore Gino, solo chiedendo di lasciarlo in sala studio al buio. Perché? Ma va bene, spegni. E ora, da dove vengono quei suoni? Aspetta, ecco ha finito. Ma non ci credo, come fa? Accendi la luce. Cazzo, si è spogliato! Quanti peli. E insieme a questo episodio c’è anche la volta che si dipinse con una biro le caviglie nude, quando si trovò a suonare in un locale dove non facevano entrare se non vestiti di tutto punto, calzini compresi.

Che puzza, vecchio figlio di modista. Arriva quasi fin qui la tua puzza, a spezzare il buon odore di incenso che ho levato senza volerlo. Grazie allora, anche per la puzza che fai contro l’incenso. Ma chi non ha spigoli nel carattere? Diffiderò sempre di chi non puzza almeno un po’, pafff… bum!

Dittico, al genitore e all’amico

Il genitore che soffre a leggere
poesie del figlio
dove manca un altrimenti detto
che gli sia già noto.
Il genitore che di quei versi
non misura candore e spavento
ma una distanza siderale
mai saputa prima.
Il genitore che non ha mai sentito
uscire quelle parole
di bocca al bambino, ormai
estraneo al suo cono d’ombra.
Il genitore che di questo non parla
perché, soffrendo, tocca
diminuire se si vuole
che l’altro cresca.
Il genitore che soffre quel suo lembo
staccato, dentro il figlio
da ricucire col filo invisibile
della speranza amorosa.

***

Impossibile riempirli
i tanti vuoti di esperienza
non condivisa,
ci saranno altre emozioni.
Ci saranno altre emozioni
se è inutile il resoconto dettagliato
o gli occhi ancora negli occhi
a cercare l’antico sapore.
Quella parte resterà dimenticata e muta
anche se ora pare che basti
il fianco delle parole,
ci saranno altre emozioni.
Ci saranno altre emozioni
anche se quello che ti sei perso è perso
ed è poco ripetere
ti voglio bene.
Allora le righe bianche, lo spazio vero
lasciato ad altre partenze
che presto ci faranno
insieme di nuovo.

Duepunti, accapo

Ragni, fagiani, cammelli polari, pesci, gatti, cani, topi, elefanti: compagnia, alt! Sciogliete le file, liberi tutti. Liberi come fino a oggi sono sempre stati, i libri della :duepunti edizioni. Qual è allora la novità? Il silenzio, come “atto di responsabilità”. Eppure, quest’imminente silenzio non mi impedisce di immaginare alta la voce e di vederli, gli andirivieni nervosi degli animali che formano lo zoo della casa palermitana. Qualcosa tra la mandria impazzita di Jumanji e le bestie riunite nel racconto di Apocalypto. Non ho sentito nessuno dei tre editori, che possa precisare, illustrare o aggiungere qualcosa alla decisione di interrompere le pubblicazioni dopo dieci anni di attività consapevole, successi editoriali, studio dei nuovi processi, stima internazionale. Una cosa è certa: quel silenzio non spegnerà la luce accesa dai loro libri, che inizierà a brillare da questa ultima (?) partecipazione alla fiera di Roma, dal 4 all’8 dicembre.

Questo è il punto. Apro il bel libro di Francesca Serafini e leggo alcune tra le funzioni svolte dai due punti nell’universo sintattico: illustrare, chiarire, argomentare quanto affermato in precedenza; arricchire di particolari; introdurre il discorso diretto; assolvere a un ruolo metatestuale, come un annuncio riguardante il discorso in atto. In questo elenco trovo quello che ho sempre riscontrato nei dieci anni di letture illuminanti offerte dalla :duepunti. Testi di qualità per illustrare brucianti cronografie socio-politiche, dalla rivolta dei migranti all’invenzione della cultura eterosessuale; per argomentare una riflessione sulla letteratura tracciando una geografia di posizioni nuove; per dare voce all’animalesca fantasia di ottimi scrittori e al profondissimo pensiero musicale di artisti poco noti; per descrivere in modo diverso la storia del XX secolo o promuovere riflessioni sulle mutazioni in corso nel loro mestiere. Un’attenzione nella cura dei libri e un fiuto per i gioielli periferici dimostrato nel 2008 dal Nobel a Le Clezio, già presente nel loro catalogo col suo singolare Verbale.

Con tutti gli animali presenti nel loro zoo, tuttavia, non mi sembra di poter associare a questo recente annuncio di fine pubblicazioni quello più noto fra i luoghi comuni o i format giornalistici: il coccodrillo, né per l’ipocrita pentimento delle sue lacrime, né per gli stucchevoli e preconfezionati elogi funebri che potrebbero derivarne. Anche in questa loro scelta, infatti, mi sembra di poter leggere la medesima consapevolezza e onestà intellettuale che da sempre è stata la cifra della :duepunti. Una scelta certo difficile, ma al contempo liberatoria (sono solo mie impressioni, per carità) e non gravata dal senso dell’inutile che spesso deforma lo sguardo agli anni trascorsi su un’avventura appena conclusa.

Come un’altra recente a cui viene di associarla, per le umane ragioni che hanno fermato i viaggi della libreria Pianissimo che, contro l’oltranzismo cieco spesso associato alla nobiltà d’animo (presunta) di chi opera nel mondo della cultura, osserva: «Come se non fosse poetico metter qualcosa sotto i denti [...] È una scelta dolorosa ma ponderata. Il fatto è che non voglio più concedermi il lusso della retorica della “cultura”, non voglio più essere associato a iniziative meritorie, salvifiche, generose e gratuite. Questa rinuncia è il frutto di una precisa volontà politica e intellettuale: quella di non voler essere più un precario, un volontario, uno sfruttato».

Così i :duepunti fermeranno sì le rotative, ma è difficile credere che fermeranno anche le scintillanti rotelle di un impegno che già da anni accompagna quello prettamente editoriale, in tante iniziative a Palermo come altrove, legate al concetto di innovazione culturale, economia d’impresa responsabile, co-working, linguaggi dell’arte e nuove tecnologie. O almeno, questo è quello che auguro ad Andrea, Giuseppe e Roberto; glielo auguro per me, e per chi crede che si possa ancora fare comunità al tavolo della cultura, sui concetti di pluralismo e diversità, dialogo e ricerca, onestà e immaginazione. Immaginazione che autorizza a credere di poter rivoluzionare anche l’uso dei due punti, e mettere loro al posto del punto fermo, prima di iniziare il nuovo capoverso della luce; luce delle idee, delle provocazioni e delle intuizioni:

Dipende, l’uomo

Ieri ho trovato uno stupefacente foglio di quadernone, scritto con grafia sottilissima, tra le pagine di un testo che ho preso in lettura alla biblioteca di filosofia di Villa Mirafiori. Il testo è “Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo”, di F. Kermode (1972). Il foglio, mi limito a ricopiarlo.

Nasciamo puliti, mondi. Anzi no. Il meccanismo si aziona fin dall’inizio: bisogno e gratificazione. Tutto, da lì in poi, rientra in questo semplice schema. Finché moriamo e sempre più, crescendo, la decisione spetta a noi su quale tipo di gratificazione ci esporrà al bisogno di volerne ancora. Dal cibo, ad esempio, che preso oltre la fame allarga lo stomaco (e il relativo bisogno di gratificarci chiede maggiori quantità da ingerire), a qualsiasi altro genere di dipendenza. Il meccanismo si dimentica presto, pur se continua a influenzare i ritmi e le decisioni nostre, l’umore e anche, forse, il modo in cui moriremo. Perché si dimentica, il meccanismo, separando presto gli assi bisogno/gratificazione che invece restano sempre legati.

Così, in molte cose della vita e più importanti, ci si dovrebbe chiedere se non sia lo stesso oggetto che ci gratifica, a creare invece nel tempo orridi sempre più fondi, scavati poco a poco dalla stessa acqua per cui saremmo disposti a uccidere, dovesse mancarcene il bicchiere. Per questo, in molte cose della vita e più importanti, invece di riconoscere nell’oggetto gratificante la causa prima delle nostre mancanze sempre più esigenti, dominanti, siamo disposti e per lunghissimi anni ad attribuirne l’origine a mille altre cose. Persona che a un certo punto sfugga, anzi, più volte nella vita, a questa condizione, non è mai nata. Si vive, piuttosto, in molte cose della vita e più importanti, l’assottigliarsi graduale della sopportazione di un fenomeno o stato in cui ci si trova e, per affrontare il quale, cerchiamo rifugio e salvezza proprio in ciò da cui si dovrebbe scappare, in quanto causa prima di quel fenomeno o stato. Detto in altri termini, la dinamica della tossicità sembra congenita all’umano, come si formasse nell’utero insieme al resto fin dalla prima scissione dello zigote.

Continue reading

Il caso La Gioia, ovvero la ferocia del web letterario

Oggi è uscito quest’altro articolo su La Ferocia di Nicola La Gioia e sempre più nella mia mente si sta creando uno spazio nuovo, accanto a quello dedicato alla morte, che prima non c’era e si potrebbe riassumere così: nella vita, di certo c’è solo la morte e il fatto che l’ultimo romanzo di Nicola La Gioia sia un bel libro, o come definito in quest’ultima recensione, “un formidabile affresco” (quanta stanchezza nel frasario della cosiddetta critica).

A me Nicola La Gioia piace e non ho alcun motivo di nutrire pregiudizi negativi sui suoi testi. Tanto più che non ne ho ancora letto nessuno. Quel che mi piace di La Gioia deriva dall’ascolto delle sue puntate di Pagina Tre, i cui argomenti anticipa la mattina in un post su facebook; quel che mi piace di La Gioia deriva dalle foto che su facebook ho visto del suo tour promozionale nelle librerie, tra cui anche alcune siciliane, e in cui l’ho visto sorridere insieme a librai e editori che conosco e stimo; quel che mi piace di La Gioia deriva insomma da una serie di informazioni che per ciascun testo formano la galassia in cui si creano e sviluppano le attese di un lettore.

Ma la ferocia con cui negli spazi preposti si è spinto il suo romanzo – blog letterari, recensioni sui quotidiani, elogi in radio, entusiasmi ubiqui e variopinti, classifiche dei libri più venduti – mi impedisce, al momento, di accostarmi serenamente alle sue pagine. Mi mancherebbe quel silenzio interiore, quella solitudine del lettore che è necessaria per ri-creare nel mio spazio interpretativo e intimo il libro che sto leggendo, per viverlo con i miei occhi e muovermi al suo interno come qualunque lettore fa ogni volta che legge un libro. Di pagina in pagina, infatti, mi verrebbero in mente i fiumi di elogi sperticati che stanno facendo scomparire il romanzo di La Gioia nello spazio di certezza che prima era dedicato solo alla morte.

Continue reading