About Marco Bisanti

mela penso

Un’altra ruga di Palermo

Ricopio il bell’articolo di Daniele Billitteri uscito ieri sul Giornale di Sicilia. Da due anni il quartiere Vergine Maria di Palermo ha ripreso una storica festa di borgata, unendo all’intrattenimento anche la denuncia sul rischio che si perda tutto un mondo, una cultura e un’identità storica locale che per secoli ha ruotato intorno alla meravigliosa tonnara Bordonaro.

Ufficialmente è una festa. Di fatto è una protesta. Ma le due cose decidono di convivere e mettono su casa insieme diventando una festosa protesta. La borgata di Vergine Maria, per il secondo anno consecutivo (e dopo una pausa, chiamiamola così, di 30 anni), ha festeggiato i pescatori con una serie di manifestazioni iniziate giovedì scorso e finite ieri sera. Per rinfrescare la memoria, per parlare a tutta la città, per dire che il destino di una borgata non può essere quello di un satellite che gira attorno al Pianeta, che c’è una cultura che non va persa. Specie se con essa si perdono identità, connotati e cuore a vantaggio di un concetto di divertimento uguale dappertutto.

Gisella Taormina è la presidentessa dell’associazione “Nostra Donna del Rotolo”. “Noi – dice – con questa festa abbiamo raccontato la storia di Vergine Maria, una borgata bellissima, dal passato prestigioso”. E uno dei responsabili dell’associazione, Giuseppe Alessi, sottolinea: “Tanti anni fa Vergine Maria era un opificio a cielo aperto. Ma lei lo sa che qui si costruiva il cordame usato nella marineria di tutta Italia?”. E Agostino Prestigiacomo, 84 anni, racconta di essere stato anche lui un cordaro al punto di avere fatto di tutto con le corde: modellini di barche, perfino un presepe lodato dall’Arcivescovato. Ora lo invitano nelle scuole a insegnare ai ragazzini a fare i nodi marinari: il Savoia, il Parlato, le Gasse d’amante, la Bandiera.

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Palestina

Fra poco la morte cambierà nome: si chiamerà palestina; i morti, palestini. Allora succederà che un uomo, raggiunto l’ultimo buco di culo non ancora esplorato del pianeta, lo battezzerà morte e la tribù che ci viveva – insieme all’arrembante nuova “civiltà” – si chiameranno morti. E se ne parlerà in toni perfettamente normali, perché la paura e l’angoscia si saranno spostate su quell’altra parola.
Quando palestinerà il vecchio capo tribù, l’intera comunità costruirà un monumento in suo onore indicendo il lutto nazionale. Per spiegare la cosa ai loro figli, le madri diranno che il vecchio capo ha raggiunto i nonni, nella terra bagnata dal Giordano di cui parlano i testi sacri e che un giorno, prima o poi, raggiungeremo tutti. Qualche bambino, ancora troppo piccolo per capire il concetto di palestina, farà spallucce e tornerà a giocare spensierato in giardino, sotto il cielo sereno di morte.

Salvatore Quasimodo,
l’anacronismo del vento

«Si vede che la Poesia ama le terre che galleggiano sul mare». Chi parla è Salvatore Quasimodo all’indomani del Nobel (1959), come spiegando la bella notizia e insieme la coincidenza con altri due già premiati all’epoca dall’accademia svedese, Deledda e Pirandello, anch’essi isolani. Quasimodo non ha certo bisogno d’essere difeso. Chi scrive invece si attacca a uno stupore provato l’altro giorno, come cercando una scusa (ormai quel giorno è scaduto e con lui l’attenzione al tema) per lottare ancora contro lo svanire, non certo del poeta siciliano, e capire cosa può esserci dietro un sorriso.

La traccia su Quasimodo per la prima prova alla maturità di quest’anno mi ha molto sorpreso: da vari commenti di addetti ai lavori ho scoperto solo ora che molti lo ritengono un poeta superato o non fondamentale, “anacronistico e non più vivissimo nella considerazione della critica”, ispiratore di coming out socialmente liberatori sulla sua marginalità o sopravvalutazione e, insomma, destinato all’oblio e compagnia bella.

Sorrido. Quarantasei anni fa il poeta ha raggiunto l’altra riva degli affetti e tanto sarebbe bastato per sminuirlo, in base a criteri la cui “dimostrabilità” soltanto potrebbe infondere a quel coro tanta fiducia e compiacenza nell’infallibilità del proprio giudizio. Come dire, Quasimodo è stato tutto un equivoco. Ho letto anche – forse a dimostrazione di tanta sua irrilevanza – che è scomparso o sta scomparendo dalle antologie delle scuole medie. Credo per inciso che fra quattro anni, al cinquantenario della scomparsa, parte dello stesso coro si unirà al suo prevedibile rispolvero editoriale.

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Dammi recensioni complesse

Credo che Leopardi, dopo aver scritto o solo ispirato il testo della prima pagina (7), abbia deciso di cambiare arte e di riporre con Gipi la sua fiducia nell’acqua (8). Si narra per sottrazione: le parole sono stanche, infide. Così il tema numero uno (9. – 10.) ti arriva diretto, senza mediazioni, dentro la testa (11. – 13.) spingendoti ai limiti dell’autismo (14. – 15.), finché non resta da dire: come ci sono finito qui (16)? In fondo questo è un fumetto. Perciò facciamo qualche disegno (17), magari lo capisci.

Lo vedi l’uomo? E l’altro uomo? Fanno un gioco che si chiama potere (18), stai attento. Ma forse a te piace di più il tennis col bisnonno, sì. Bene. Tanto la gente parla (21. – 24.) sempre e comunque, tu non preoccuparti, fai scelte tue. Il rischio, certo, è di cadere giù (25) ma volenti o nolenti siamo tutti in trincea (29. – 31.), e questo potrebbe essere il tema numero due (32): si va tutti incontro alla morte (33. – 37.), dalle baronesse ai cocchieri (38. – 41.), e anche quella che sembra un’altra storia (42) in realtà si lega al resto, ti lega al resto, ci lega al resto. Difficile è capirlo.
La gente non lo capisce (44. – 45.) questo legame; il lettore forse sì, se accompagnato da un’epoca all’altra (46), invitato a metterle in relazione, a vedere che fra le due epoche non c’è tempo ma solo uomini, che passano. Deh, lo capisce anche una scarpa! Non una qualunque: la scarpa di Luca (47. – 48.), a due passi da una violenza incomprensibile (49. – 50.), straniera, che ti viene solo da chiedere aiuto (51. – 52.).
Mi chiedo se sia altrettanto difficile capire che ognuno è solo, solo con le proprie storie (53. – 55.). È l’abc: solitudine (59) e neve (60. – 61.). Il bianco apre emorragie mentali, rimanda al tema numero uno (62. – 65.) e a te non resta che piangere (66). Però – io sono qui per questo – sappi che anche lei ti vuole bene (67. – 68.) e l’amore per le storie (69) che provi quando rileggi Emerson (70. – 71.) nessuno te lo potrà portare via. È il tuo marchio, nel bene e nel male.

Sarà con te, questo amore, quando ti misurerai con la tua coscienza (72. – 73.) e rivedrai lucidamente Caino e Abele (77. – 81.), prima di scegliere una volta per tutte come stare al mondo (82). Allora, un giorno, qualcuno potrà dire di te «era un poeta (83. – 84.) e la vita, per lui, era una promessa da mantenere (85. – 87.), attraverso il fuoco (88. – 89.) e la pioggia (90)». A questo qualcuno, tu da lontano risponderai in sussurri: «Il nostro cielo è lo stesso (91. – 94.), non parlare (95) né ora né quando la morte viene (96), stai zitto (97): tutto dipende da te (98)». Allora ci sarà soltanto la strada (99), ello dirà «sono pronto» (103. – 105.) rispondendo così al tuo invito: «silenzio: guarda e ascolta, amore» (106. – 110.).
Perché, ora mi chiedo, lei afferma di esistere davvero (111. – 112.) solo poco prima di abbandonarlo, quindi sparendo, non esistendo più, e facendolo in quattromila pezzi (113. – 114.)? Ricordo una poesia di Borges che si intitola Adamo è la tua cenere (115): qui sembra declinata al rovescio, ma il ritmo è lo stesso e il tempo, goccia dopo goccia, secondo dopo secondo, ci fa essere tutti parte di Unastoria (116. – 117.).
Una storia in cui, alla fine (118), cosa vale? Perdonarsi (119) e dall’abisso (120) tornare (121. – 122.), un giorno qualunque (123), forse al crepuscolo (124. – 125.) e ritrovarsi nuovamente uno davanti all’altra (126).

[in parentesi tonda, i numeri di pagina che per i loro contenuti - grafici, testuali, ritmici - hanno guidato ogni passo di questa perifrasi emotiva del nuovo libro di Gipi]

Ricordo di Salvatore Coppola

Chi resta umano non svanisce e credo di poter dire che Salvatore Coppola, con tutti i pregi e i difetti del caso, lo è rimasto fino alla fine. Vivo e impegnatissimo, gioioso anche ai margini del grande palco, ha creduto e si è speso in tante battaglie per la legalità, la cultura e i diritti: sognava e insieme a tanti altri “rompeva i coglioni” in modo splendido. La sua leggendaria magrezza mi ha sempre dato la sensazione, vedendolo in mezzo alla gente o anche solo venirti incontro per un appuntamento, che non avesse altro se non ciò che allora si portava dietro: una borsa o uno zaino, la sciarpa, la coppola e il tabacco da rollare. Viaggiava leggero, ecco, come chi sa volare.
Ed è stato un editore vero. Tutti sanno dei suoi pizzini. Io ci ho avuto a che fare quando ha deciso di pubblicare un libretto unico, una raccolta di testi scritti da bambini palermitani senza apportare correzioni sugli evidenti errori linguistici, grammaticali e sintattici. Sapeva che insieme agli errori si sarebbe cancellata anche la magia di quelle favole, incorniciata da un progetto a lui caro, sul teatro come palestra di fantasia e relazione. Nessun altro editore avrebbe avuto il coraggio di mandare in libreria un testo così spontaneo, senza alcun tipo di editing. Meno di due mesi fa l’avevo incontrato a Trappeto, in una manifestazione dedicata alla memoria di Danilo Dolci; era là per presentare un libro e come al solito mi è parso lieve, sempre pronto a scambiare due parole e regalarti il quadro astratto della sua bocca sorridente.
Ora non c’è più e molti lo hanno conosciuto e frequentato più di me. Così, forse, quel poco che ho scritto potrà essere smentito. In mezzo agli errori però – ho imparato – sa nascondersi anche la magia; quella che teneva magicamente in piedi il fil di ferro della sua figura, per cui lo ringrazio e lo ricordo a nome di tutti i Pupi.