About Marco Bisanti

mela penso

Salvatore Quasimodo,
l’anacronismo del vento

«Si vede che la Poesia ama le terre che galleggiano sul mare». Chi parla è Salvatore Quasimodo all’indomani del Nobel (1959), come spiegando la bella notizia e insieme la coincidenza con altri due già premiati all’epoca dall’accademia svedese, Deledda e Pirandello, anch’essi isolani. Quasimodo non ha certo bisogno d’essere difeso. Chi scrive invece si attacca a uno stupore provato l’altro giorno, come cercando una scusa (ormai quel giorno è scaduto e con lui l’attenzione al tema) per lottare ancora contro lo svanire, non certo del poeta siciliano, e capire cosa può esserci dietro un sorriso.

La traccia su Quasimodo per la prima prova alla maturità di quest’anno mi ha molto sorpreso: da vari commenti di addetti ai lavori ho scoperto solo ora che molti lo ritengono un poeta superato o non fondamentale, “anacronistico e non più vivissimo nella considerazione della critica”, ispiratore di coming out socialmente liberatori sulla sua marginalità o sopravvalutazione e, insomma, destinato all’oblio e compagnia bella.

Sorrido. Quarantasei anni fa il poeta ha raggiunto l’altra riva degli affetti e tanto sarebbe bastato per sminuirlo, in base a criteri la cui “dimostrabilità” soltanto potrebbe infondere a quel coro tanta fiducia e compiacenza nell’infallibilità del proprio giudizio. Come dire, Quasimodo è stato tutto un equivoco. Ho letto anche – forse a dimostrazione di tanta sua irrilevanza – che è scomparso o sta scomparendo dalle antologie delle scuole medie. Credo per inciso che fra quattro anni, al cinquantenario della scomparsa, parte dello stesso coro si unirà al suo prevedibile rispolvero editoriale.

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Dammi recensioni complesse

Credo che Leopardi, dopo aver scritto o solo ispirato il testo della prima pagina (7), abbia deciso di cambiare arte e di riporre con Gipi la sua fiducia nell’acqua (8). Si narra per sottrazione: le parole sono stanche, infide. Così il tema numero uno (9. – 10.) ti arriva diretto, senza mediazioni, dentro la testa (11. – 13.) spingendoti ai limiti dell’autismo (14. – 15.), finché non resta da dire: come ci sono finito qui (16)? In fondo questo è un fumetto. Perciò facciamo qualche disegno (17), magari lo capisci.

Lo vedi l’uomo? E l’altro uomo? Fanno un gioco che si chiama potere (18), stai attento. Ma forse a te piace di più il tennis col bisnonno, sì. Bene. Tanto la gente parla (21. – 24.) sempre e comunque, tu non preoccuparti, fai scelte tue. Il rischio, certo, è di cadere giù (25) ma volenti o nolenti siamo tutti in trincea (29. – 31.), e questo potrebbe essere il tema numero due (32): si va tutti incontro alla morte (33. – 37.), dalle baronesse ai cocchieri (38. – 41.), e anche quella che sembra un’altra storia (42) in realtà si lega al resto, ti lega al resto, ci lega al resto. Difficile è capirlo.
La gente non lo capisce (44. – 45.) questo legame; il lettore forse sì, se accompagnato da un’epoca all’altra (46), invitato a metterle in relazione, a vedere che fra le due epoche non c’è tempo ma solo uomini, che passano. Deh, lo capisce anche una scarpa! Non una qualunque: la scarpa di Luca (47. – 48.), a due passi da una violenza incomprensibile (49. – 50.), straniera, che ti viene solo da chiedere aiuto (51. – 52.).
Mi chiedo se sia altrettanto difficile capire che ognuno è solo, solo con le proprie storie (53. – 55.). È l’abc: solitudine (59) e neve (60. – 61.). Il bianco apre emorragie mentali, rimanda al tema numero uno (62. – 65.) e a te non resta che piangere (66). Però – io sono qui per questo – sappi che anche lei ti vuole bene (67. – 68.) e l’amore per le storie (69) che provi quando rileggi Emerson (70. – 71.) nessuno te lo potrà portare via. È il tuo marchio, nel bene e nel male.

Sarà con te, questo amore, quando ti misurerai con la tua coscienza (72. – 73.) e rivedrai lucidamente Caino e Abele (77. – 81.), prima di scegliere una volta per tutte come stare al mondo (82). Allora, un giorno, qualcuno potrà dire di te «era un poeta (83. – 84.) e la vita, per lui, era una promessa da mantenere (85. – 87.), attraverso il fuoco (88. – 89.) e la pioggia (90)». A questo qualcuno, tu da lontano risponderai in sussurri: «Il nostro cielo è lo stesso (91. – 94.), non parlare (95) né ora né quando la morte viene (96), stai zitto (97): tutto dipende da te (98)». Allora ci sarà soltanto la strada (99), ello dirà «sono pronto» (103. – 105.) rispondendo così al tuo invito: «silenzio: guarda e ascolta, amore» (106. – 110.).
Perché, ora mi chiedo, lei afferma di esistere davvero (111. – 112.) solo poco prima di abbandonarlo, quindi sparendo, non esistendo più, e facendolo in quattromila pezzi (113. – 114.)? Ricordo una poesia di Borges che si intitola Adamo è la tua cenere (115): qui sembra declinata al rovescio, ma il ritmo è lo stesso e il tempo, goccia dopo goccia, secondo dopo secondo, ci fa essere tutti parte di Unastoria (116. – 117.).
Una storia in cui, alla fine (118), cosa vale? Perdonarsi (119) e dall’abisso (120) tornare (121. – 122.), un giorno qualunque (123), forse al crepuscolo (124. – 125.) e ritrovarsi nuovamente uno davanti all’altra (126).

[in parentesi tonda, i numeri di pagina che per i loro contenuti - grafici, testuali, ritmici - hanno guidato ogni passo di questa perifrasi emotiva del nuovo libro di Gipi]

Ricordo di Salvatore Coppola

Chi resta umano non svanisce e credo di poter dire che Salvatore Coppola, con tutti i pregi e i difetti del caso, lo è rimasto fino alla fine. Vivo e impegnatissimo, gioioso anche ai margini del grande palco, ha creduto e si è speso in tante battaglie per la legalità, la cultura e i diritti: sognava e insieme a tanti altri “rompeva i coglioni” in modo splendido. La sua leggendaria magrezza mi ha sempre dato la sensazione, vedendolo in mezzo alla gente o anche solo venirti incontro per un appuntamento, che non avesse altro se non ciò che allora si portava dietro: una borsa o uno zaino, la sciarpa, la coppola e il tabacco da rollare. Viaggiava leggero, ecco, come chi sa volare.
Ed è stato un editore vero. Tutti sanno dei suoi pizzini. Io ci ho avuto a che fare quando ha deciso di pubblicare un libretto unico, una raccolta di testi scritti da bambini palermitani senza apportare correzioni sugli evidenti errori linguistici, grammaticali e sintattici. Sapeva che insieme agli errori si sarebbe cancellata anche la magia di quelle favole, incorniciata da un progetto a lui caro, sul teatro come palestra di fantasia e relazione. Nessun altro editore avrebbe avuto il coraggio di mandare in libreria un testo così spontaneo, senza alcun tipo di editing. Meno di due mesi fa l’avevo incontrato a Trappeto, in una manifestazione dedicata alla memoria di Danilo Dolci; era là per presentare un libro e come al solito mi è parso lieve, sempre pronto a scambiare due parole e regalarti il quadro astratto della sua bocca sorridente.
Ora non c’è più e molti lo hanno conosciuto e frequentato più di me. Così, forse, quel poco che ho scritto potrà essere smentito. In mezzo agli errori però – ho imparato – sa nascondersi anche la magia; quella che teneva magicamente in piedi il fil di ferro della sua figura, per cui lo ringrazio e lo ricordo a nome di tutti i Pupi.

Trame. 3 – Festival dei libri sulle mafie

«La trama è il filo che costituisce la parte trasversale del tessuto; avvolto sulle spole, viene introdotto per mezzo della navetta tra i fili dell’ordito per ottenere l’intreccio del tessuto». La Treccani conferma che la trama serve, molto in breve, a tenere insieme un tessuto; che sia di stoffa, vegetale, animale, sociale, narrativo, il dato già acquisito resta la sua coesione. Non potevano scegliere parola migliore – penso entrando per la prima volta a Montecitorio – per battezzare questo “festival dei libri sulle mafie” che si terrà per il terzo anno consecutivo a Lamezia Terme, dal 19 al 23 giugno. Iniziativa lodevole perché in alcune terre e contesti l’aggregazione serve e salva più che altrove. E potrei anche finirla qua: definizione, oggetto, luogo, raccomandazione.

Invece, poso gli oggetti antipatici al metal detector e passo con un cartoncino pinzato alla tasca – conferenza in sala Aldo Moro – da questa parte del Palazzo, «è necessario tenerlo sempre in vista, signore». Qui dentro sono tutti puliti, sistemati ecco, il vestito non fa una piega e sorridono quando ti guardano o camminano in sordina, è il loro lavoro; se no conversano in mezzo a tanto legno e ottone, tramando fili di voce nelle miriadi cubiche d’aria impassibile per i metri d’altezza ai soffitti dipinti. Qui si fa la nostra Storia, o almeno si ratifica quella che per lo più è decisa in case che non sono palazzi dove la gente sorride, per viuzze lontano da quel piazzale: l’Italia, spesso e non sempre, è un mistero che conoscono in tanti, il segreto di Pulcinella.

Ma non voglio andare fuori trama, e poi ho deciso di venire qui dando una tregua ad alcuni miei pregiudizi, già tanto solleticati dai tank media telematici: ai festival fiere saloni e compagnia bella sui libri si registra sempre tanta affluenza; con la galassia pubblicistico-immaginativa sulle mafie si fanno tanti bei dindi. Non dico sia facile, ma ogni tanto è bene ricordarsi che esistono anche le persone vere, ascoltare senza filtro le cose che fanno in carne e ossa, sentirle parlare della lotta che portano avanti lontano da qui, in una realtà ad aria compressa. Continue reading

Un cigno tenebroso e raro

Gianfranco Franchi è ciò che Borges definì un cigno tenebroso e raro, un buon lettore. Non l’ho mai incontrato personalmente, ma credo di poter dire che - in mezzo alla geografia disordinata di questo bel mondo - abitiamo lo stesso territorio e che ci siamo conosciuti diverso tempo fa. Tra le pagine di qualche libro profondamente amato. Per questo vi segnalo il suo colloquio con Paolo Zardi apparso su Grafemi intorno alla lettura, l’editoria, i letterati, i laterali, il Novecento letterario italiano e al senso di un bel po’ di cose. La trovate qui.

È lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica. Non c’è direttore di coscienza o club del libro che possa gestire la sua anima. Il suo modo d’accostarsi a un’opera di narrativa non è determinato da quelle emozioni giovanili che portano il lettore mediocre a identificarsi con questo o quel personaggio e a “saltare le descrizioni”. Il buon lettore, il lettore ammirevole, non s’identifica con il ragazzo o la ragazza del libro, ma con il cervello che quel libro ha pensato e composto. Non cerca in un romanzo russo informazioni sulla Russia, perché sa che la Russia di Tolstoj o di Čechov non è la Russia della storia ma un mondo specifico immaginato e creato da un genio individuale. Al lettore ammirevole non interessano le idee generali; ma la visione particolare. Gli piace il romanzo non perché gli permette di inserirsi nel gruppo (per usare un diabolico luogo comune delle scuole avanzate); gli piace perché assorbe e capisce ogni particolare del testo, gode di ciò che l’autore voleva fosse goduto, sorride interiormente e dappertutto, si lascia eccitare dalle magiche immagini del grande falsario, del fantasioso falsario, del prestigiatore, dell’artista. In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori.

Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura - trad. ital. di Ettore Capriolo, Milano: Garzanti, 1982 («Saggi blu»)