Author

Alessandro Buttitta

Alessandro Buttitta has 11 articles published.

Pesci d’acqua dolce nel grande mare salato

by

Caro pupo di zuccaro,

devi sapere che, in Italia, tutti vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri. Lo diceva Flaiano cinquant’anni fa, lo penso ancor oggi quando ritorno nella scuola che per un giorno si è trasformata in seggio elettorale. Si dirà che viviamo tempi liquidi, fluidi, che non hanno bisogno di contenuti ma soltanto di qualche flessibile contenitore. Si dirà che vogliamo vivere di sensazioni, rinunciando ai ragionamenti. Si dirà, appunto.

In questo Paese al quale non interessa più il percorso ma il risultato, stiamo perdendo di vista cosa abbiamo sotto i piedi: una strada dissestata, lastricata di pressapochismo e qualche buona intenzione. Si parla di responsabilità in modo irresponsabile verso la propria storia, si discute di confronto in un dialogo che si tramuta presto in affronto, si cerca di trovare profondità in pozzanghere vaste come le nostre sicurezze.

Arrovellandoci in argomentazioni funzionali alla sopravvivenza delle nostre bolle, non sappiamo più in quale direzione andare. Idealizziamo una rotta che non riusciamo a seguire, incapaci di affrontare le onde di una realtà che travolge ogni tipo di aspettativa. D’altronde non sappiamo più dove si trovino la poppa e la prua, interessati come siamo a dir per primi di aver avvistato la terra ferma. Pesci d’acqua dolce, ci siamo trovati nella vastità del mare salato.

Sempre tuo, Alessandro

Caro pupo di zuccaro…

by

Caro pupo di zuccaro,
devo confessarti che da un po’ di tempo, nel buio delle sale cinematografiche, al riparo da occhi indiscreti, capita spesso di commuovermi dinanzi a storie che poggiano sulla delicatezza dei sentimenti, sulla pienezza dei silenzi che non imbarazzano, sulla solidità dei pochi principi che ci poniamo come guida.

Sarà che troppe gocce iniziano a perdersi in quella fiumana che chiamiamo vita. Sarà che le domande sono sempre più delle risposte e le certezze, le mie certezze, hanno bisogno di essere alimentate dalla dolcezza dei piccoli gesti. Sarà che ho cominciato a distinguere con più chiarezza quali sono le priorità nel sempre più ristretto campo delle possibilità.

Le nostre sono cronache contro lo svanire. Così dicevamo quando la letteratura ci sembrava l’unico modo per confrontarci e misurarci con la realtà. Del resto, pur ingenui com’eravamo, abbiamo sempre saputo che non siamo altro che il ricordo che lasciamo. Oggi non ti nascondo che credo meno nelle parole: nella loro presa, nella loro resa, nella loro difesa. Chissà domani.

Sempre tuo, Alessandro

 

Diario romano – Roma è un sogno

by

Roma è un sogno che la Chiesa tenacemente custodisce
Leo Longanesi

Quando il primo ottobre ho messo piede sui sampietrini con la consapevolezza che, se mi fossi giocato bene le mie carte, Roma sarebbe diventata la mia nuova città, ho rivolto i miei primi pensieri ai tantissimi preti e alle tantissime suore che con me salivano e scendevano regolarmente su e giù da bus, metro e tram. Una compagnia per me rassicurante che si univa a quella di turisti con mappe spiegate alla ricerca della Fontana di Trevi e di Piazza Venezia. Non credo sia dovuto ad un fatto di fede, anche se gli eventi successivi dei miei primi sei romani confermano assai poco banalmente come le vie del Signore siano infinite.

Certamente nelle mie visioni mattutine ha influito la sede della mia nuova redazione, quella di Rai 4 per la precisione, situata in zona Vaticano tra strade che facevano incrociare, in un confuso sistema di sensi unici, menti eccelse come Boezio e Virgilio, Orazio e Ovidio. Sta di fatto che le istanze di Santa Romana Chiesa, pur non toccandomi direttamente, hanno accompagnato le mie prime settimane all’ombra di San Pietro. Keep Reading

Serie tv come nuova letteratura?

by

 

Lost

La serialità televisiva, da metà anni Novanta in poi, in qualche occasione è riuscita a creare piccoli gioielli che non hanno nulla da invidiare, per caratterizzazione dei personaggi e significato intrinseco dell’opera, al grande cinema o ai capolavori della letteratura mondiale. Vedere le serie televisive in maniera sociologica/antropologica non basta più. Hanno chiavi di lettura che vanno al di là della classica rappresentazione della società e dei suoi mutamenti, per quanto queste considerazioni siano degne di massimo rispetto e meritino notevole attenzione. Alcune serie tv non si limitano più ad intrattenere. Riescono a cogliere sfumature, dettagli con acume e sensibilità incredibile, dando spazio a riflessioni e considerazioni di altissimo livello. Ecco i personali magnifici sette di serie tv che hanno questa tanto decantata dignità letteraria. Iniziate a vederle, se non lo avete fatto. Se avete già visto parzialmente o totalmente, diffondete il verbo. E’ ora di fare sul serial. Keep Reading

Ma quanto è banale il populismo degli indignados televisivi?

by

enrico brignano ieneManuale per ricevere applausi, consensi e tanti elogi in tv. Prendere un argomento inviso a tutti, la politica e i suoi privilegi. Fare un discorso retorico, condito da banalità su banalità, usando parole chiave come casta e denaro pubblico, sventolando scontrini e documenti, criticando tutti inopinatamente senza un minimo di riflessione costruttiva. Quello che si è visto marcatamente prima con Enzo Iacchetti coi suoi video su Youtube, poi a Le Iene (Italia Uno) mercoledì sera e successivamente a Servizio Pubblico, la nuova creatura cross-mediale di Michele Santoro, sono lo specchio banale di un’indignazione giusta ma profondamente superficiale.

Partiamo dalle iene e dai monologhi anti-casta di Enrico Brignano. Dieci minuti circa dove con nomi e cognomi, riferimenti precisi e populismo dilagante, dove il nuovo conduttore del programma si scaglia contro gli sperperi della politica che danneggiano la gente comune. Concetto condivisibile e pienamente azzeccato, ci mancherebbe, ma ci sono due cose che stonano: il senso di mancata autorevolezza di chi parla e l’ovvietà di quello che si dice. Enrico Brignano è un comico, ma ci sono comici con dichiarata coscienza civile e comici che trovano in etichetta la parola più vicina ad etica. Lui rientra nella seconda schiera. Il curriculum di chi si piazza a fare l’indignato, seppur facendo la parte del personaggio vicino alla gente e ne fa parte, deve contare. Non si può dall’oggi al domani cambiare registro ed ergersi come voce dell’indignazione di punto in bianco, dopo aver fatto da protagonista in film di una demenzialità unica come Un’estate ai Caraibi, Sharm el Sheikh e compagnia bella. I tanti proclami, accompagnati da una violenza linguistica fuori luogo ma necessaria per nascondere le pochezze della riflessione fatta, non hanno nessun peso. Nel suo discorso, come in quello di Iacchetti su un video postato su Youtube, non c’è nessuna considerazione, nessuna critica costruttiva, nessuno spunto. Solo parole, parole e ancora parole che, alla fin dei conti, sono il giusto contraltare ai discorsi della politica. Vuoti e inconcludenti allo stesso modo. Keep Reading

DIARIO POLACCO N. 6. Cinque giorni tra Cracovia e Varsavia

by

Alle gallerie di re dal lontano passato con le loro tombe maestose sotto la Cattedrale di Cracovia si accostano a pochi chilometri di distanza le gallerie di visi scavati e di occhi solchi, fotografie in bianco e nero di ebrei e non solo sterminati nei campi di concentramento di Auschwitz, nome tedesco della città polacca di Oswiecim. Le mie parole non sarebbero altro che retorica nel raccontare quanto orrore ci sia nel vedere le baracche, le latrine comuni, le camere della morte, cucine vuote e abbandonate, camicie rigate e numeri impietosi. Tralasciando la Polonia degli orrori provocati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, più consolante è parlare di Cracovia e della sua atmosfera rinfrescante, delle sue strade aperte alla primavera e del quartiere ebraico con le sue sinagoghe e zapiekanke speciali. Posso dire con assoluta certezza che Cracovia è la città più bella della Polonia: ha uno spirito fortemente europeo, pieno di bellezze, di sorrisi rassicuranti, di tranquillità tra i suoi vicoli che si sganciano dalla Piazza centrale, dove troneggiano il Mercato dei Tessuti e un pullulare di chiese e chiesette adibite a festa per la beatificazione del Papa polacco Giovanni Paolo II, appena beato a Roma.

Dopo aver trascorso tre giorni a Cracovia in compagnia di due amici biotecnologi che lavorano con topi da laboratorio e proteine, ho preso un treno, abbastanza lento a dire la verità, con direzione Varsavia. Arrivato nella stazione gigantesca e confusionaria della capitale polacca, la ricerca del grigio ostello, da cui gioirò immensamente per il Palermo vittorioso sul Milan visto in streaming con una connessione a scatti, è un’odissea. Varsavia, più metropoli più americanizzata di Cracovia, è un labirinto di sottopassaggi, di strade enormi dove campeggiano pubblicità enormi. E’ una città ricostruita interamente dopo la distruzione dopo la seconda guerra mondiale, dove l’insegne del comunismo non sono ancora scomparse. Una città dove persino castelli e chiese sono rifatte ad immagine di un passato che è stato drammaticamente cancellato. E’ un cantiere aperto dove spesso si vedono operai con pale in mano e birre mezze vuote appoggiate sul muretto. E’ città che ti conquista a poco a poco, ma che non ti rimane nel cuore perché non riesci a trovare la misura dei tuoi passi, troppi per spostarti da una direzione all’altra, troppi per dare un senso d’appartenenza ai tuoi piedi.

I miei due amici biotecnologi li ho salutati alla stazione di Varsavia dopo cinque giorni da ottimi compagni di viaggio. Io tornavo a Torun dove mi aspettavano lezioni e Juvenalia, loro proseguivano, seguendo il vento dell’est e raggiungendo prima Vilinius e poi Riga, non sapendo bene cosa li aspettasse se non fosse per lo stufato di castoro, a quanto pare piatto prelibato che si mangia da quelle parti.

 

Go to Top