CineZak | Un’acqua molto in forma. Sott’acqua con Del Toro

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Da oggi collabora con Pupi di Zuccaro anche Marco “Zak” Marincola che si presenta così:
“Studi classici. Ingegneria. Economia.
E quantità non convenzionali di arti grafiche.
Ha 2 figli che educa in base a tutto quanto scritto nelle righe sopra”.
Debutta sulle nostre colonne con le sue visioni. Iniziamo con il capolavoro di Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua.
Le sue vignette sono caratterizzate da un tratto nervoso ed essenziale che spalancano piccoli mondi, anche l’illustrazione del pezzo è ovviamente sua.

Prima analisi superficiale: Del Toro, con il personaggio di Abe Sapien, ci è entrato in fissa. La creatura è praticamente identica (sempre di Doug Jones si tratta), fino anche alla dieta.
Volendo parlarne un po’ più seriamente, Del Toro un giorno ha guardato il calendario e ha detto “Ohibò, sono più di 10 anni non faccio un film devastante che usi il fantasy per parlare di questioni personali e politiche che si intrecciano, devo rimediare!”. E ha rimediato.
Il paragone più diretto con i suoi film è con Il labirinto del Fauno, ma qui va oltre.
In particolare, lì l’elemento fantastico sottolineava il rifiuto di un mondo grigio e sterile, mettendone in evidenza i limiti. Qui questo stesso elemento evidenzia da una parte l’assoluta alterità del diverso, con tutte le paure, le differenze, ma anche le meraviglie e i doni che questa diversità porta con sé.

In entrambi i casi comunque, come sa fare lui, Del Toro utilizza come già detto questo elemento fantastico per parlare di due questioni: una personale, della costruzione di un rapporto, del superamento di barriere, l’altra è politica, di opposizione a un modo di intendere i rapporti sociali che è praticamente fascista.

Poco importa che Strickland sia americanissimo: è un parente stretto del capitano Vidal. È la prepotenza di un potere che non vede dignità in chi potere non sembra averne, di chi si fa forte di un sistema che lo protegge per aggredire chi non ha i mezzi per reagire.

E la sconfitta arriva quando chi è ultimo entra in contatto con qualcosa che trascende la realtà, con l’aggiunta, qui, che questa esperienza il prepotente di turno la può vivere, ma è incapace di viverla in senso costruttivo (ed è una colpa personale: essere immersi in un sistema non è una scusa per restare ciechi, e il film lo fa vedere chiaramente).

Poi c’è il piano personale, di un incontro che nobilita chi è ultimo e calpestato, di una relazione così piena di difficoltà da non sapere dove iniziare. Una relazione vera, che è mistica (godetevi i versi a fine film) e carnale, che parte da piccole cose concrete e poi viaggia alto.

Tutto ciò, raccontato per immagini, coreografie e colori (gustatevi l’uso precisissimo del rosso in una fotografia fatta di colori freddi).

Del Toro dà al suo film un’atmosfera da Amélie dark, con questi colori ipersaturi. Però prende Amélie e la rende densa di contenuti e invece di una cartolina (che a distanza di anni dall’averla ricevuta possiamo definire un po’ stucchevole) ci regala un quadro surrealista (forse più Ernst che Dalì).

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