Nuova incarnazione della letteratura

dylanL’altro ieri è stata una giornata particolare. All’alba è morto Dario Fo e a pranzo hanno assegnato lo stesso premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan. La stampa ha definito la coincidenza come una sorta cambio di guardia, dal giullare al menestrello, per la stessa irregolarità che i due incarnano rispetto alla definizione più comune di letteratura. In effetti, non credo che gli interessati abbiano mai stretto la mano a qualcuno intendendo presentarsi come esponenti di quest’arte. Ogni volta, le mani tese dal cantautore e dall’uomo di teatro erano parte di una fisicità, una presenza effettiva – tradotta in suoni o gesti – che non si può scindere dal destino della loro opera; una corporeità sostanziale e insita nel concepimento di ogni riga di testo – di canzone o di spettacolo – da loro creato: ecco perché, ogni volta, nel loro caso le mani tese senza alcuna intenzione letteraria, hanno comunque sempre fatto parte di un corpo letterario.

Dopo l’annuncio svedese, gli appassionati di classificazioni, su cosa sia o no letteratura, hanno aperto cateratte di tele-giudizi polarizzando i commenti dei soddisfatti e dei musi storti. “I testi di Dylan sono vere e proprie poesie”, dicono in molti. Uno come Gian Maria Volontè l’aveva mostrato a suo tempo, leggendoli in purezza, senza musica. Come non pensare, poi, a De André stampato nelle ultime pagine delle antologie (non ci si arriva mai a fine anno scolastico, ma per fortuna arriva prima lui da altri canali). In fondo, la letteratura è quell’arte che utilizza la parola, così in pagina come a teatro, o in sala concerto. E gli aedi con la cetra? E Omero? Non fecero tutti letteratura? Certo. Poi però leggi questo bell’articolo di Scarpa e trovi inappuntabile la chiusa di commento su Dylan: “Hanno premiato un grande atleta. Peccato che sia un ciclista, e il Nobel per la letteratura è una gara a piedi”.

Il punto, per lui e per gli altri musi storti, è che l’opera letteraria pura, scritta e stampata, è priva della gestante fisicità di cui parlavo all’inizio. L’opera letteraria scritta, dice Scarpa, “è inerte, e richiede la forza motrice della lettura individuale. Le parole sono abbandonate sulla pagina, sullo schermo, non procedono da sé se non ci pensiamo noi a leggerle”, mentre la canzone si muove da sé e tu l’ascolti. Al contempo, “l’esperienza della lettura è anche questo: nessun appiglio, nessuna indicazione. La poesia destinata alla lettura individuale potrebbe essere definita come esperienza della soglia, nel momento del congedo delle parole, che sono ancora sempre presso chi le scrive, e già irrimediabilmente via da lui o lei: l’opera contiene questo pathos, lo scrive. Dylan è uno scrittore che non soffre del pathos del congedo, perché le sue poesie sono indissolubilmente legate al modo in cui le dice lui, non sono separabili dalla sua intonazione e pronuncia e dicitura”.

dario-fo-4Allo stesso modo, se non hai mai visto in azione Dario Fo, la semplice lettura dei suoi testi li rende già meno efficaci, perché tu non puoi sentire il suo tono, “la sua impostazione comunicativa: i gesti, il volto, la voce con cui accompagniamo ogni frase che ci esce dalla bocca, e che sono parte integrante del loro significato quando parliamo”. Se hai visto Fo in azione, il suo testo rilegato e inerte ti darà la sensazione di trovarti davanti a una traccia, a un residuo della sua opera. Come residuali sono i canovacci dei pupari che su quelle indicazioni di massima producono letteratura orale durante ogni singolo spettacolo, in presenza. La semplice verità, alla fine dei conti, è che non sapremo mai se i testi di Dylan e di Fo avrebbero avuto la stessa pregnanza senza l’intenzione performativa (la bicicletta di cui parla Scarpa) che partecipò al loro concepimento e poi si realizzò nelle singole performance sul palco.

Sappiamo però che questi testi hanno dignità, impronta letteraria, per quel che disse anche il professor Gordon Ball quando, proponendo Dylan al Nobel nel 1997, ne iscrisse l’opera agli apici della letteratura tirando in ballo la “tradizione orale” (lo scopro leggendo questo). Ora, non potendo tornare indietro nel tempo a testarne l’impatto senza la loro componente fisica, la dignità letteraria di questi testi resta fatalmente inscindibile dai singoli corpi, dalle singole corde vocali o dalla mimica dei loro autori. Questi ingredienti fanno parte integrante della narrazione; come narrazione è ovviamente anche la letteratura inerte su pagina. Per questo, sarebbe più esatto usare nei casi di assegnazioni irregolari la più ampia dicitura di premio Nobel per la narrazione, e non più per la letteratura.

Tuttavia, l’aspetto più interessante dei riconoscimenti a Dylan e Fo non è legato a beghe di mera classificazione delle arti. La cosa più interessante è invece che queste premiazioni si addicono benissimo a un’epoca in cui la scrittura ha perso gran parte dell’importanza che prima si attribuiva al cosiddetto “nero su bianco”, al famoso “verba volant, scripta manent”. Oggi infatti volano a raffica anche gli scripta: nelle pagine web (social e meno social) e nei cristalli dei cellulari, i testi non si usano più solo per i contenuti che devono rimanere, ma veicolano anche il più ottuso cicaleccio destinato a svanire subito dopo. E non di rado due persone nella stessa stanza possono trovarsi a comunicare scrivendo, così, per puro gioco.

leonardo_chitarraCosì, se il mondo equipara ormai il peso specifico della scrittura a quello volatile della dispersiva e divagante oralità, questi irregolari premi Nobel per la letteratura recuperano valore letterario in opere dove la generazione dei testi è concepita insieme al marchio di una presenza fisica, al peso di una corporeità che riporta il testo all’attenzione del qui e ora condiviso tra autore e fruitore mediante performance. Presenza fisica, necessaria compresenza corporea nella comunicazione umana, valorizzata in un momento storico in cui inizia a sembrare precaria, non più scontata come prima, eppure ancora insostituibile. In fondo, negli ultimi anni tanta narrativa e saggistica ha rimesso al centro del discorso la dimensione corporale, quasi come richiamo al suo necessario recupero in una società che non la ritiene più base unica per gli scambi interpersonali, affettivi, ludici o lavorativi che siano. E non penso solo ai romanzi che la esaltano o ai saggi che ne parlano dichiaratamente, ma anche ai testi che per esempio mettono il corpo nel titolo (come il recente Carne mia, di Roberto Alajmo) o alla febbre con cui si è ritenuto necessario trovare il corpo vivo di Elena Ferrante. Nessuno può negare che le opere di questi Nobel irregolari facciano uso di testi; nessuno può omettere che il corpo di questi “testi” esista realmente, cammini sulla terra e abbia una vita come quella che abbiamo tutti.

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