Appunti per un saggio sulla faziosità

L’opinione pubblica italiana non esiste. Non esiste la libera opinione, la riflessione intellettuale senza compromessi, rispettosa soltanto della propria coerenza e legittimità morale-razionale.

C’è sempre qualcosa sotto, sopra, dietro.

Gli italiani sono storicamente un popolo di analfabeti. Mentre nei paesi della Riforma si diffondeva l’alfabetizzazione – perchè la Bibbia si doveva leggere per conto proprio – nei paesi cattolici la Chiesa Apostolica Romana dichiarava peccato la lettura autonoma del testo biblico, senza la mediazione del clero.

Nel dopoguerra i giornali, gli intellettuali, i pensatori erano quasi esclusivamente, in un modo o nell’altro, legati alla politica. Erano di scuola comunista, socialista, cattolica, repubblicana. Tiravano – più o meno volontariamente – acqua a un qualche mulino. D’altronde la figura dell’ “intellettuale organico”, la strategia di guerra culturale chiamata “egemonia”, l’ha inventa Gramsci, italiano. Non è mai esistito un mercato autonomo della cultura, del pensiero, in Italia. Su tutto c’era l’influenza dei partiti politici. I giornali aprivano e chiudevano indipendentemente dai loro bilanci.

Le realtà che in qualche modo hanno provato a posizionarsi in modo diverso rispetto a questo contesto sono stati forse La Repubblica di Scalfari e Il Giornale di Montanelli, nati entrambi a metà degli anni ’70. Ma cosa sono diventati? Repubblica quasi una lobby di potere, Il Giornale letteralmente “comprato” e “arruolato” dal potere politico.

Con la seconda Repubblica, crollato il sistema partitico, è arrivato il sistema berlusconiano. L’intellighenzia si è prostituita a diversi interessi, a diverse fazioni, seguendo sempre lo stesso modus operandi della Prima Repubblica. In altre parole, in Italia, l’idea di “esprimere una opinione liberamente” quasi non esiste. Si esprime una opinione per supportare questa o l’altra causa o personaggio, o per attaccare qualcosa o qualcuno, o perché fa comodo in qualche contesto strategico-politico etc etc etc.

Parlare di onestà e ipocrisia intellettuale quasi non ha senso, in questo contesto. Sono categorie che appartengono ad un altro mondo. Anche oggi – Terzo Millennio, Terza Repubblica – la generazione dei 40enni sembra troppo incrostata da questa muffa politico-ideologica per avere idee proprie, mentre la generazione dei 20enni sembra troppo rincoglionita dal marketing e dai social network per andare oltre i soliti vuoti slogan. Per questo i Grandi Italiani sono I Grandi Provocatori, quelle personalità che hanno saputo toccare i tasti giusti e far saltare i coperchi del perbenismo, dei paraocchi, del politicamente corretto e delle opinioni formulate e espresse senza vera riflessione.

Provocatore era Leopardi, totalmente alienato, tanto disperato che ha avuto il coraggio di mettere a giudizio il mondo. Provocatori erano Pasolini – personaggio perverso e inaccettabile, per questo capace di scoperchiare verità inconfessabili, di dire “Io so ma non ho le prove” e far tremare l’Italia. Poi Sciascia, con la sua serenità intellettuale, il suo illuminismo sorridente e profondo, la sua timidezza esplicita e quell’integrità morale che lo ha preservato da ogni compromesso. Sciascia che, con il suo articolo “I professionisti dell’antimafia” ha lanciato la pietra nello stagno dei benpensanti, svelando abissi di stupidità. Delizioso era pure il bastian contrario Giampaolo Pansa, almeno prima che – come un Sado Maso – cominciasse a godere troppo delle strumentalizzazioni che subiva. E ora, che c’è da fare?

Per affrontare questa situazione, e se davvero si tiene alla qualità del dibattito pubblico e delle proprie opinioni, le armi migliori sono indubbiamente, la satira e la provocazione intellettuale. Perché ormai è troppo facile andare avanti per slogan e cause giuste. Bisogna ragionare pure, criticamente, sulle cose che sembrano intoccabili.

L’antimafia è un bell’esempio, con la schifosa volgarizzazione dei suoi “eroi” – Falcone, Borsellino e compagnia bella – diventati ormai spillette da attaccare alle giacche dei figli di papà che vogliono fare i comunisti. Semplici etichette svuotate di senso. La storia è stata così spazzata via. La complessità, la contestualizzazione, l’analisi: tutta roba troppo difficile per i multitasking fottuti da Facebook. Tutto è diventato slogan, salutiamo la mafia che ci sta ringraziando.

In questo modo infatti Falcone e Borsellino non possono insegnare più niente, ma servono soltanto a sponsorizzare gli eventi, i concerti e le manifestazione delle tante inutili carovane antimafia.

Bisognerebbe invece essere così onesti da analizzare e criticare tutto con il distacco necessario, senza tifo da stadio e livore da fazione. Tipo, nell’antimafia, individuare le cose di cui si potrebbe fare a meno, senza aver paura di far incazzare un sacco di persone. Ma è solo un esempio. Soltanto chi agisce in questo modo – con questo coraggio, onestà e spregiudicatezza – dovrebbe essere considerato “intellettuale”. 

Soltanto in questo modo l’intellettuale potrebbe servire a qualcosa, guardarsi allo specchio e non avere rimorsi di coscienza.

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