La deca-danza di Giulio Mozzi

La lista delle cose che ogni giorno ci possono irritare è infinita e altrettanto variegata. Ognuna di queste, poi, risulta più o meno fastidiosa in base al grado di cazzeggio in cui scivolano i giorni a bassa intensità lavorativa o, ugualmente, sfiata il contraccolpo dello stress feriale. Di solito, maggiore è il livello di nullafacenza e distrazione, maggiore è l’orticaria trasmessa da quelle che, in altre circostanze, definiresti ragionevolmente inezie.

A questo proposito, tempo fa, una visita al blog di Giulio Mozzi mi regalò un prurito molesto. Il motivo, all’inizio, pensai fosse solo l’antipatica frequenza con cui vibrisse sfornava elenchi in dieci punti per argomentare su tematiche diverse, non solo legate al mondo della scrittura. Poi ho capito che c’era qualcosa di più, che andava oltre il primo addebito: in una parola, l’uso ripetuto e il consumo di forme espressive che presto diventano cliché e il tedio che la loro deteriorante meccanicità mi trasmetteva. E non parlo solo della suddetta deca-danza, ma anche di altri “topoi” che circondano artificiosamente la figura, l’immagine di Mozzi, che sul web diventa lo stereotipo di se stesso.

Niente è più detestabile della noia, ancor più se registri che tanti altri non si stufano come te. Anzi, più loro si mostrano interessati e stimolati da una cosa per te uggiosa, più te la prendi non capendo il motivo di questa differenza. Dici, cambia canale. Ma l’ho detto: ero in fase di cazzeggio. (Domanda lecita: come ora?).

Così dedico al curatore di vibrisse la mia giocosa impertinenza azzardando un esercizio di stile – inutile e antipatico per chi non coglie i riferimenti o non ne condivide le premesse – che proietti alcuni fastidiosi cliché della comunicazione telematica mozziana in un testo iperbolico, nato più per sfogare il suddetto prurito che per velleità letterarie. Come (quasi) ogni parto della noia, incompleto. Il dedicatario lo consideri, in extrema ratio, come un appello all’autoironia.

In dieci paesi disincantati c’era dieci volte Giulio Mozzi.

Alt! Come può essere che il nostro si trovi in dieci paesi diversi allo stesso tempo, si dirà. – E per di più, tutti disincantati!

Be’, semplice: venti. La risposta è venti. Non di quelli che soffiano a marzo sui nuovi prati, ma venti del giorno che precede la primavera e della specie che in matematica fa dieci due volte. Venti. Le due curiosità iniziali sulla storia del Mozzi, infatti, non potrebbero che insistere su dieci buoni motivi per ciascuna di essere in questo e in nessun altro modo. E dieci più dieci, come si diceva, fa venti. In tutte le stagioni.

Nei dieci inverni di quegli anni, lo scrittore, scopritore di dieci talenti, consulente editoriale e docente nei migliori dieci corsi di scrittura sparsi in tutta Italia, si alzò di buon mattino con una sensazione familiare: l’urgenza di scrivere qualcosa di molto efficace a livello comunicativo grazie alla formula del dieci, qualcosa che – basta farla in dieci – per calamitare l’attenzione di dieci anatre svogliate con la testa sott’acqua per la fame.

Espletata l’ineludibile funzione fisiologica (che quelle volte produsse “dieci cose che il nuovo vescovo di Roma deve fare subito”) il Mozzi decise poi che era anche il caso di andare in toilette. L’alba di un sorriso lo scortò nel tragitto dallo studio alla porta vetrata in fondo al corridoio. Sorrise tutte e dieci le volte. Poi, entrò.

– Buongiorno, Giulio Mozzi.
– Buongiorno a voi, Giulio Mozzi, rispose allo specchio nove volte lo scrittore.

Parlare in terza persona era stata la più grande scoperta degli ultimi dieci anni, l’uovo di Colombo che ora gli permetteva di gestire con disinvoltura questa curiosa deca-danza. Certo, il passo falso era sempre in agguato e ancora gli capitava di esprimersi sul social network con una soggettiva: tutto si offuscava, gli sembrava di rimpicciolire, di ridursi a un decimo di quello che era. Vero è che ormai non succedeva quasi più. Ad ogni modo, col tempo aveva imparato a controllare anche la prima reazione di panico.

Dieci mosse per riprendere il controllo: fare un respiro profondo, venti flessioni, sciacquarsi la faccia, contare fino a dieci, toccarsi il gomito sinistro con dieci dita diverse (la seconda cinquina era sempre un problema), consultare le carte dell’oblique strategy personalizzata, tornare al computer, sedersi senza guardare lo schermo, cancellare e finalmente correggere: «Giulio Mozzi invita a leggere questo articolo», oppure, «Giulio Mozzi ha trovato in un cassetto un saggio scritto quando aveva sedici anni», oppure, «Giulio Mozzi nota che nel giardino del vicino è fiorita la magnolia giapponese bianca. Ora aspetta quella rosa, che è lì lì». Naturalmente, in media “a 44 persone piace questo elemento”, perché espresso in modo pulito, illuminante e scritto con l’esattezza di dieci lezioni americane (quattro in più delle canoniche calviniane).

Parlare in terza persona, dunque, era ciò che gli permetteva di convivere con gli altri se stesso e gestire le sue dieci libere professioni. In fondo, se conosci il mestiere, con il linguaggio tieni a bada anche i ciclopi. Chiedete a un certo Ulisse.

Dopo aver onorato con qualche flatulenza e uno sguardo riconoscente il vecchio tomo di Omero, sopravvissuto ai terremoti calcarei della lavatrice incuneata tra il water e il lavabo, Giulio Mozzi si vestì e scese dieci volte di casa. Destinazione: i dieci bar in cui era solito far colazione (impresa che gli occupava, sempre, almeno mezza mattinata).

– Buon dì, – disse all’ultimo dei dieci baristi, – per favore, dieci caffè un po’ lunghi.
– Dieci. – Era un ragazzo in prova, scarso in matematica e assunto il giorno prima.
– Dieci.
– Aspetta qualcuno?
– Che sappia, no. Certo, potrebbe sempre incrociare qualche sconosciuto alla fermata del bus che gli darà lo spunto per scrivere un fatterello quotidiano in forma di epifania minimalista, ma la cosa non autorizza a parlare di un vero e proprio appuntamento. Del resto, se anche fosse, a Giulio Mozzi non andrebbe affatto di chiederle dieci caffè per poi fare il giocoliere andando a portarli alla suddetta fermata del bus… Scusi, sono un po’ nervoso, questo è l’ultimo bar di stamattina.
– Fortuna che mi hanno già parlato di lei, dottore. Ma non capisco gli altri… hmm… nove caffè. Per chi sarebbero?
– Ma sono per i Mozzi degli altri paesi.
– … sì.
– Disincantati.
– Prego.

Bus. Fermata numero dieci. I tremori della caffeina farebbero venire in mente a chiunque “dieci buoni motivi per chiedere al comune di Padova di installare un distributore automatico di camomille a fianco delle pensiline Aps”. Ma è ora di pensare alla prossima lezione del reportage fotografico a parole. Di pensarci almeno dieci volte. Almeno dieci. Dieci volte dieci.

– Venti! – No, cento.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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