C’era due volte
il commendatore Domenico Sputo

Quante volte scriverò il suo nome adesso? In genere evito le ripetizioni e sono un tipo scrupoloso. Ma alla fine di questa trasferta fulminea, nella carrozza di ferro che mi riporta a casa, apro C’era due volte il barone Lamberto del favoloso Gianni Rodari. A pagina 28 leggo: «L’uomo il cui nome è pronunciato resta in vita», e ringrazio di credere ancora che a volte il mondo mi parli, nel modo giusto al momento giusto.

L’anno scorso la commozione mi portò al fresco dei portici dove era il legno con – dissero – Lucio dentro: dalla stazione salire per via dell’Indipendenza, un’emorragia di anime coagulata a piazza Maggiore, i primi versi percepiti in megafonia sul Crescentone – «ma che bella mattina, il cielo è sereno» – ignari turisti che pensano di essere in coda per un biglietto, lo sguardo smarrito del sosia di Lucio che pare finalmente diventato più alto, la messa a san Petronio che invece il rito vero è per le strade, una paglia scroccata a Luca Carboni in fuga dai giornalisti, un pensiero consegnato ai frantumi di Marco Alemanno, due parole con un barista e le sue due a me di ritorno, lacrimoni in disparte e una città che per tre giorni era successa solo una cosa nel mondo.

Quest’anno no, mi dico, è solo un concerto. E poi a Lucio non piaceva festeggiare il compleanno. Ma qualcosa nel tardo pomeriggio mi spinge alla stazione: agguanto il treno e dal centro Italia sfreccio rosso fin dove non si perde neanche un bambino. Dove non si è perso Ragno, come lo chiamano gli amici. Lucio e la vecchia città dotta e sacerdotale si scambiano la pelle e volano su una tela invisibile che rimbalza di mattone in mattone.

Per questo, se arrivo solo mezzora prima dell’inizio e non riesco a piazzarmi davanti al palco, poco importa: Dalla no scorso per me Bologna è un solo concerto di Lucio, per voce dei palazzi e dei muri sulle piazze, un pentagramma lineare di travi medievali e portici come corridoi di una casa accogliente, paese dove accadono cose da ‘città importante’ e, mentre sei ancora sfiorato da qualche stimolo culturale, è naturale parlare col vicino sconosciuto.

Così, dribblando immigrati che vendono magliette sciatte con la sua faccia per conto del Carlino (sì, il giornale), mi faccio liquido scivolando verso il Nettuno azzurrato dall’impianto luci e aspetto che i miei gomiti scambino informazioni con altri mille loro fratelli. Siamo tutte le formiche del mondo in un buco stretto così. E rido perché intanto il prospetto merlato di palazzo d’Accursio ha la faccia in bianco e nero di Lucio che mi conferma: «ho molti amici intorno a me: gli innamorati in piazza Grande».

Ma l’amore ha tante declinazioni e può anche finire male. Come quando un innalzamento periodico della marea umana, dovuto agli scossoni di chi lascia e chi tenta di infilarla, si traduce in una giostra di pugni a pochi metri dai miei occhi attoniti o diventa lo sputo razzista che un mezzuomo italiano sulla sessantina destina al volto di un giovane bangladese, facendomi allungare un braccio mediatore fra i loro nasi. Il tutto mentre, più in là, Henna raccomanda: «Adesso basta sangue. Ma non vedi? Non stiamo nemmeno più in piedi». E in questo contrasto ritrovo un altro racconto di Lucio, racconto del presente e di un’Italia nervosa, sfibrata e pronta a esplodere.

Le suole, tuttavia, non restano incollate al selciato solo per l’impiastro di birra su cui sono finito: malgrado quegli episodi, i vatussi che ostacolano la visione del palco invitano ad alzare gli occhi al cielo di lucide stelle che pulsano sulle note di Cara, o tremano al riff misterico con cui Ricky Portera battezza Meri Luis. E se dico di essere andato al concerto per Lucio, parlo anche della bella mostra vista il giorno dopo, che lo ritrae in tanti scatti di fotografi bolognesi e mi fa conoscere l’addetto al catalogo e i suoi racconti di una Bologna molto più libera e creativa, secoli or sono, fra i ’60 e i ’70; o ripenso alla signora che davanti a L’ombra di Lucio, inchiodata dall’artista Martinelli sul fianco del suo palazzo in via D’Azeglio, mi chiede la strada per il Comune e dove viveva Ragno, beccandosi mentre l’accompagno una mia insalata di notizie e curiosità sul folletto Lucio Dalla, compreso il suo nome sul citofono del civico numero 15: commendatore Domenico Sputo.

E se il finale di questa cronaca è diventato l’incipit è perché la fine di Lucio io non la trovo. Cercando, ho trovato solo una stella piazzata al centro di Bologna, a terra in via degli Orefici. Quindi, adesso torno a casa, penso, e mi rimetterò in mutande.

Illustrazioni di Giuseppe Lo Bocchiaro e Andrea Pazienza

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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