La vita, i panzerotti e tutto quanto

Perchè io Milano non posso abbracciarla tutta, ma sono stata sul punto di farlo ogni volta che mi sono trovata in piazza Duomo di sera alla fine di una giornata pesante a guardare la Madonnina luminosa, ogni volta che ci ho fatto la pace

Silvia B. torna sulle colonne dei Pupi dopo il suo bellissimo esordio, 4 densissime pagine scritte mentre il treno la riportava a casa per Natale, da Milano a Bari.

Partenza la mattina alle 8.00 dalla nuova casa, e planning definito, solito schema.

Colazione educata al bar degli sciuri sotto casa. E vabbene, facciamola anche oggi sta’ parte:”una brioche per cortesia” con voce ferma che non tradisce le origini, come dire, non proprio “Gioa style”. Ma quello si chiama cornetto, gran pezzo di scemo ingessato dietro il bancone, che sembra tu venda rubini e diamanti, sono cornetti come quelli che hai in testa. Il mio ragazzo da bravo esponente del partito dei terroni, contrariato dall’assenza del solito Caffarel nel piattino del cappuccio (anche qui…. cappuccino!) ne frega due nel cestino riposto insieme alle stoviglie pulite. E io lo guardo con gli occhi colmi di orgoglio e ammirazione.

Ci sono stati e ci sono momenti in cui in me prende il sopravvento un senso civico spudorato e tutto milanese, e disapprovo questo genere di iniziative. Ma non oggi, io oggi sono arrabbiata, sono tre notti che non dormo e che non respiro, non ci sento più da entrambe le orecchie, ho ancora mal di gola. Io oggi sono arrabbiata e se potessi prenderei a cazzotti sul muso anche la nebbia.

Quindi affanculo barista mister puzza sotto il naso che non ci ha dato il cioccolatino. Le mie valigie non sono vuitton, il mio piumino non è un moncler, e non vedo che ore sono su un rolex. Ma esigo il mio cioccolatino. E se non me lo dai tu, tu che ti credi figo come no Martini no party, sarò costretta a prendermelo da sola.

Non so esattamente quanto questa città mi abbia cambiato il carattere. Ci sono episodi che mi fanno pensare che devo al maestoso Duomo e a tutte le sue sfumature un pò di grinta in più, un pò di determinazione che prima non avevo. Anche se non me la sono cercata con intenzione. Perchè questa grinta è un contatore che si alimenta ogni giorno, ad ogni speronata all’anima che Milano mi offre. Ma se non ci fossero state queste prove così amare… sarei quella che sono oggi? Non forte, piango ancora, mamma mia quanto piango! Ma oggi ho la sensazione di sapere, magari non sempre ma almeno il 60% delle volte, che se ho un posto che voglio raggiungere, attraversando fiumi di gente e correnti opposte, io lo raggiungerò. E che c’è una parte di me, che è salita piano piano come un’edera, svezzata da questa nebbia e questo freddo tagliente, che non è disposta più ad ascoltarsi in silenzio mentre le pestano i piedi.

Come tre settimane fa. Pioveva fortissimo, era sera, la sera in cui avrei visto alcuni amici per brindare al mio compleanno. Camminavo tranquilla su una delle grandi strade della grande Milano e ad un certo punto ho visto acqua in faccia, e dolore.

Una tizia. Sulle sue. Con una specie di pelliccia triste. E dei capelli ancora piu tristi, ad incorniciare occhi spenti. Con il suo ombrello, violento. Sul mio viso.

Ah…. milanese, le strade della tua città sono abbastanza pulite, visto che non hai neanche il pensiero di dover scansare i ricordini dei cani che non hanno padroni abbastanza educati, perchè non alzi gli occhi? Capisco che sei stanco del grigio, ma me lo insegni tu, questa città non è affatto male.

Fatto sta che la tipa prosegue il suo percorso come se io non fossi mai esistita. MA IO ESISTO. E voglio il mio cioccolatino. Adesso. E mi sono resa conto di aver fatto una cosa che non toglieva dolore al mio dolore, non mi asciugava i capelli bagnati di pioggia dell’ombrello della sciura, non mi riparava gli occhiali che mi sono caduti in mano inermi.

Ma asciugava e riparava il mio amor proprio. L’ho fermata, con la voce, quasi urlando per raggiungerla ormai sull’altro isolato (tutto si può dire al polentone ma non che non sia veloce) e le ho fatto presente la mia esistenza e la sua maleducazione. Esempi di vita a cui mamma Bari non mi ha mai educato.

Non bisogna eccedere però in questa caratteristica. Milano ha questo vantaggio, rende più forti, crea un’invisibile corazza e impari a non accettare tutto, esigi. Ma può indurre alla schizofrenia. E sono problemi, davvero. Sono problemi se hai radici nel sottoventre italico.

Perchè se sei di Torino, di Bologna, di Venezia, ti guardi intorno tutto spaesato per un pò, ma dopo una settimana di prova sei lì a berti i bianchini alle 10.00 di mattina con i vecchietti sotto il Duomo o alla peggio a scambiarti ricette con la “e” chiusa con donne che fingeranno di essere cuoche provette e infileranno in forno il loro piatto forte, lasagne dell’esselunga spolverate da un’abbondante manciata di speranza che nessuno se ne accorga (le lasagne non possono avere tutte lo stesso sapore, quindi lo sanno tutti che sono finte, e poi la besciamella è cartonata, patetico. Andate a fare un controllo in ogni quartiere milanese, istituite una sorta di finanza delle lasagne. (Che facciamo uscire pure nuovi posti di lavoro).

Ma se sei il tacco dello stivale, come fai a insegnare al signor Luini che l’arte del panzerotto passa da fasi ben precise?
Come gli spieghi che il panzerotto necessita di una catena di montaggio composta da professionisti altamente specializzati, che hanno affinato le loro competenze in anni e anni di esperienza? C’è quella che “tromba” la massa. Oh, che vuoi, si dice così. E deve avere le “mani calde” se no viene “nervosa”. In genere è una personalità generosa, che abita un corpo dalle dimensioni ancora più generosa. Viene quasi venerata dalla famiglia (qualsiasi cosa di intenda per famiglia) e riceve per questo molte attenzioni. C’è l’addetto al ripieno, ovvero colui che riempie, dopo essersi preoccupato di mettere a scolare la mozzarella (fatta con il latte vero e dal sapore salato, non acidulo). È una persona dotata di grande senso della misura, per questo del segno zodiacale della bilancia, della vergine, o al massimo, del capricorno. Le sue mani sono giuste, come tutto il resto, dotate di un’armonia che consente all’esperto di andare “ad occhio” e di metterci poco.

La celerità è fondamentale nel processo che porta al panzerotto. In ultimo, il ruolo fondamentale di “quello che chiude”. Questo ruolo vive della competenza dei ruoli precedenti, come nelle migliori catene di montaggio. Se la massa non è nervoso e il ripieno è soddisfacente ma non troppo o troppo acquoso, colui che chiude ha l’onere di far sì che l’oggetto del desiderio non si apra durante la frittura. Le mani sono magre ma dalla presa forte, la personalità è molto meno morbida di quella del trombatore, anzi a tratti fondamentalmente incazzata, ma buona nel midollo e sostanzialmente innocua. Soprattutto se non provocata.

Decidere di fare i panzerotti in una famiglia rappresenta un momento di grande unione. Se ci sono disaccordi o tensioni, queste si riflettono sull’esito del lavoro. E possono accadere cose spiacevoli, come ad esempio dei fermi nella catena di montaggio, una frittura poco calibrata, o una pentola piena di olio bollente e mozzarella fritta, e in ultimo la peggiore delle sciagure, il panzerotto ciccioso. (Sì, come quello di Luini).

Ci vuole dell’impegno per il tacco dello stivale, molto impegno per apprezzare sto benedetto risotto alla milanese. È del riso. Chiedo venia per l’ossimoro, ma è un riso triste. Giallo. Che poi è il mio colore preferito (almeno) con lo zafferano (insapore) e il burro (…non extravergine).

Rimini. Sono a rimini. “Scendo” in treno oggi per natale. Da tre anni, scendere e salire per me sono verbi che hanno senso solo se nella stessa frase c’è la parola aereo o treno. O valigia. Basta. Non si scendono le scale e non sale la pressione. Solo io. Io salgo e scendo.

Comunque, c’è anche la cotoletta. Ma io ho la sfortuna di non poter apprezzare neanche quella, per motivi strettamente personali, la cotoletta è solo quella che faceva mia nonna e che ho imparato a fare anche io. Doppia impanatura.

Vabbe. Basta a fare la terrona. Non esiste solo il cibo. Il terrone del tacco ha un problema a non diventare schizofrenico per mille altre ragioni.

Il punto è che Milano ha un life mood diametralmente opposto a quello del sud. Sono del tacco e per sapere di cosa parlo, parlo del tacco e non del sud in generale, ignorando le varie categorie estendibili alle diverse regioni del sottoventre.

Per una persona organizzata e precisa come me, Milano è stata il colpo di grazia. Tutto è organizzabile e gestibile. E la cosa orgasmica per i marciatori come me, è che ci riesci. Quindi, da tre anni circa, campo compilando liste e riempiendo gli spazi di vita calcolando tempi e metodi delle azioni piu semplici. Sui post it faccio liste, della qualsiasi. A volte faccio la lista di cosa vorrei fare nel week end, o delle cose da sbrigare in casa. L’insostenibile difficoltà del caos, continuo e quotidiano, tra casa ufficio e affetti non mi vincerà. Mai. Quindi io senza più timore di perdere la faccia con me stessa scrivo su un pezzetto di carta fosforescente che vorrei andare al cinema, all’outlet di calzedonia e cucinare un dolce. Poi lo attacco dietro il cellulare e mi sento più sicura. Ho fermato i miei desideri, non li trascinerà via la prossima metropolitana tra un minuto e mezzo di attesa.

A casa mia, a casa mia non c’è granchè. Non posso lamentarmi, Bari è commercialissima. Oltre che splendida (spegiudicatamente di parte). La Milano del sud. Ma rispetto ai mezzi che girano fino a tardi ogni giorno anche a Natale (Pisapia a parte), ai teatri bellissimi, al Duomo, alle case secolari e ai palazzi ricchi, agli eventi culturali e alle mostre d’arte, a tutti i negozi del mondo che vuoi… la mia Bari potrebbe intimidirsi.

Invece succede una cosa strana. Quando scendo riesco a fare tutto senza programmare niente. Quando salgo non riesco a fare niente programmando tutto.

Potrebbe essere una mia personale sindrome della metropoli. Anche se dopo trentasei nuove pagine di calendario, sono più avvezza alle grandezze fisiche alle strade pluricorsie a metterci un’ora per andare da un posto all’altro.

C’è una scioltezza nei tanti aspetti della vita del tacco, un legame così fragile con le scadenze e le chiusure che è molto diverso dalla precisione garantita dalla mia casa adottiva.

Giro la testa verso il finestrino alla mia sinistra, finalmente il mare.
Solo questo azzurro è in grado di riempire gli occhi.

Se a Bari non ho fatto la spesa trovo Cecilia aperto per prendere mozzarella e prosciutto anche alle 21.35. Questa è una normalità. Quella donna vive dietro quel bancone. A Milano, scendo, prendo la metro e arrivo in duomo il 25 minuti, mezz’ora al massimo. Arrivo al Billa di via Torino, saluto il tipo di colore simpatico che controlla l’ingresso e prendo un’insalata gia pronta. O una zuppa gia pronta. O una pizza gia pronta. Insomma una cosa gia pronta, già mi girano le balle che ci metto altri 30 minuti e cara grazia a tornare a casa.

Ma la cosa più tipica della schizofrenia da terrone da asporto è che ti abitui, maledettamente, alle consuetudini del luogo. Perche se ci fosse una sola e santa verità, ti troveresti bene in un posto e male in un altro. Sarebbe semplice, o quasi. Ma non un casino totale.

Invece, parlo per me, io sono una persona molto aperta alla comprensione del diverso. Mi piace capire qui come parlate, dove andate, cosa fate (avendo visto che quello che mangiate non è granche). Quindi mi abituo. Al freddo, al caos. E sfrutto la mia Milano. La uso, la consumo, a seconda di quello che posso. Faccio le mie liste tranquillizzanti, mi diletto nel capire dove una piega ai capelli non mi costa un quinto di stipendio, dove trovo quello che mi piace. Vado spesso al cinema di inverno e vivo per strada d’estate. Sì, con l’autan. Succhio ogni stilla di linfa vitale dai mesi teneri, maggio e settembre.

Quando torno a casa, devo tenere alto l’orgoglio pugliese e non deludere nessuno. Devo disprezzare tutto quello che ero fino al giorno prima, e mettere da parte i miei spazi. La mia vita. Ma non sto male, con i giorni… mi sento sempre più comoda. Quando vado via, come dice Caparezza, mi porto la Puglia nel cuore, buona o cattiva che sia stata. Quando scendo spero sempre nella clemenza della mia terra, che mi voglia ancora un pò di bene. E questo teatrino è in fondo fatto per farle capire che io non la tradisco, salendo sull’ennesimo Ryanair diretto a Bergamo per chiudere gli occhi e riaprirli tra la neve, e non la rinnego neanche attraversando questo Paese su un frecciabianca che mi meraviglia ogni volta quando all’improvviso fa scoppiare il mare dal finestrino.

Sapessa mamma Bari, che fino a ieri sera bestemmiavo il giorno che ho fatto le valigie pensando che ne sarebbe valsa la pena. Sapesse come ho vissuto questi tre anni da straniera in casa propria, e quante volte la notte penso di aver fatto un grandissimo errore. Quante volte ho immaginato di rifare le valigie al contrario e quante volte ho avuto paura di doverle fare. E come ci si sente soli, fino al giorno in cui non senti più niente.

Ancona. E la voce di Elisa dalle cuffie del mio lettore mp3 intonatissima…. “you can go, you can go, you can go I’ll be fine”. E penso che vorrei tanto sentirmelo dire da mia madre. Chi va via manca, e nulla potrà mai cancellare questa verità.

Dopo un po’ di tempo che sei via capisci che cosa ti sta succedendo, non aiuta, non consola dai saluti strazianti alle varie stazioni di partenza. Ma almeno lo sai.

Già nel viaggio di ritorno reinquadri il tuo mood e spingi ON sul bottoncino Milano.

Milano non ha bisogno di teatrini. Non devi farti riaccettare da lei. È come una Onlus, che aiuta tutti indistamente, o una puttana, che basta che paghi.

Non ce la fai a legarla a te, è troppo grande per abbracciarla tutta. Una settimana fa sono scesa a casa. E mi sono scoperta commossa ad ascoltare “Milano Milano” degli Articolo 31. Vedevo nella mente i posti descritti dalla canzone. E quando dice “e tra chi nomina il tuo nome invano, ci sono anch’io, Milano Milano” sentivo gli occhi umidi di vita. Le mie mani hanno ancora i segni di quando mi sono aggrappata a lei con ogni forza, una, due, tre volte.

E oggi. Quattro. Come dicevo ieri sera piangendo e bestemmiando quel giorno che sono partita, “fino a che per me ne vale la pena”.

Perchè anche qui ho i momenti miei, le mie cose, le mie abitudini. Perchè se dovessi lasciarla, sarebbe come lasciare il fidanzato storico, come risvegliarsi da un brutto sogno. Perchè c’è della gratitudine nel coraggio di ogni mattina, quando inizio una giornata che non avrà mai senso del tutto. E non sarà mai a tempo indeterminato.

Perchè io Milano non posso abbracciarla tutta, ma sono stata sul punto di farlo ogni volta che mi sono trovata in piazza Duomo di sera alla fine di una giornata pesante a guardare la Madonnina luminosa, ogni volta che ci ho fatto la pace.

And I thought It would never ends…

Il cielo e il sole mi dicono che stiamo scivolando velocemente verso la casa, una valanga il cui destino è già scritto da sempre.

Questa volta mi impegno a portarmi su, ma che dico… a “salirmi”, olio pomodoro e mozzarella. E magari passo da Luini a raccontargli una storia.

foto CC by stijn

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