Uno vale uno, sempre lo stesso

Il Movimento 5 Stelle, circa due mesi fa, ha mandato alle redazioni dei giornali una sorta di glossario “di riferimento” con cui è preferibile esprimersi tutte le volte che lo si nomina. L’iniziativa poteva sembrare eminentemente fascista, ma denotava anche la consapevolezza che una grande rivoluzione culturale, in quanto tale, deve investire anche il linguaggio. Parole nuove in base al contesto veicolano significati nuovi perché il M5S propugna una nuova chiave di interpretazione del mondo odierno, per dire. Discutibile o meno, mi aveva colpito questa attenzione al linguaggio. Ora, però, l’incombente campagna elettorale, trasformando quel linguaggio in slogan, ha messo le parole sottovuoto e io non posso fare a meno di notare certe sue derive ridicole che ricordando il mitico Flaiano (La situazione politica italiana è grave ma non seria) tendo a definire potenzialmente drammatiche.

Parole, ovvero quando gli slogan non funzionano e, anzi, nascondono la verità o qualche magagna da infiocchettare. “Uno vale uno”, per esempio: suggestivo ma ingannevole più di ogni altra cosa in un contesto che si definisca politico, promotore cioè di una visione del mondo condivisa, rispetto alla realtà circostante, che poi riesca a trasformarsi anche in processo decisionale collettivo. Tralasciando le molteplici varianti del primo aspetto, quello positivamente visionario per cui (quasi) ogni idea di Paese deve avere diritto di cittadinanza, si può infatti sindacare sul secondo aspetto: quello del processo decisionale.

In tal senso, “uno vale uno” sarebbe slogan onesto e verosimile in qualunque ambito decisionale in cui gli individui aventi diritto di parola fossero solo due, una situazione in cui entrambi possono esprimere liberamente ciò che pensano e valutare ascoltando le opinioni dell’altro, le quali, a loro volta, devono avere lo stesso peso specifico, quindi garantire a ciascuno il diritto di veto. Naturalmente, in caso di disaccordo, questa organizzazione immobilizzerebbe il processo decisionale in una tipica situazione di stallo alla messicana, tanto cara al regista Tarantino. Essendo invece il M5S una realtà fatta da più di due persone, il suddetto slogan non può che definirsi disonesto, inverosimile, fuorviante. Il tentativo forzato di farlo diventare onesto, verosimile, rappresentativo, anzi, basta a smascherare la realtà che esso cerca di promuovere. Mi spiego.

“Uno vale uno”, sì, sempre lo stesso: Beppe Grillo o, al limite, vale due: lui e Roberto Casaleggio, proprietari di un marchio che “in fede” gestirà i soldi stornati dal rimborso elettorale, un marchio che nel logo si rifa a V per vendetta, grande opera che però termina con la distruzione di tutto, epilogo di una reazione incontrollata, e il sacrificio finale pseudo-cristiano del suo promotore. Ed ecco come, nella magnetizzazione del consenso, l’orientamento telematico fideistico verso il duro e puro prende oggi il posto di quello televisivo leaderistico per il capo azienda, che aveva funzionato ieri. E “se pensate che io sia anti-democratico, fuori dalle palle!”, dice Grillo. Come dire: se pensi che sia favorevole alle armi ti sparo. Perché esprimere il dissenso dentro il movimento, secondo lui, corrisponde a fare “guerre dentro”.

“Uno vale uno” dunque è un’espressione vuota che in realtà si legge: “voi non siete nessuno” e riporta ai tempi monicelliani di quando il Grillo era marchese. Ad ogni modo, ammetto che il M5S, questo mix manipolato di sedicenti onesti e video-comprovati freak che vivono di carisma riflesso, mi ha fatto comunque capire la profonda differenza tra la reazione a un problema e la sua soluzione, nonché – da corollario – il legame ineludibile di necessità consequenziale che lega le due fasi di superamento di un dato problema.

Considero allora il M5S come la reazione generata dal problema italiano e, per questo, ancora in stretta continuità con esso, ancora troppo macchiata dai suoi difetti. Tuttavia penso si tratti di una reazione necessaria, secondo la definizione logica di necessità, come prima di ogni soluzione c’è la reazione.

Basterebbe che Grillo si facesse da parte dopo le politiche, ottenuto lo scopo di far entrare dei “cittadini onesti” nei vari gangli del potere, e tornasse a essere realmente uno che vale uno (cioè niente in politica), oppure si dichiarasse per quello che è: il capo di un’anonima massa volenterosa di avventizi. Una maggiore coerenza e trasparente sincerità, forse, aiuterebbe a fare un passo in avanti nel lento cammino verso la tanto agognata soluzione.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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