Il testamento dei marinai

Il 18 ottobre di 161 anni fa veniva pubblicato “Moby Dick”, capolavoro dello scrittore e critico statunitense Herman Melville. Per invitare alla lettura del romanzo, amato dai più e giunto in Italia per somma voce del traduttore Cesare Pavese ne riportiamo un estratto, preceduto dalle parole dello stesso Pavese:
“Si legga quest’opera tenendo a mente la Bibbia e si vedrà come quello che potrebbe anche parere un curioso romanzo d’avventure, un poco lungo a dire il vero e un poco oscuro, si svelerà invece per un vero e proprio
poema sacro cui non sono mancati né il cielo né la terra a por mano”.
Qui trovate un altro meraviglioso brano del romanzo, letto ad alta voce dal grande Piero Baldini per Radio 3.

Ecco dunque che, da tre testimoni imparziali, avevo una ponderata esposizione del caso. Considerato perciò che colpi di vento e capriole in acqua, coi conseguenti bivacchi sull’abisso, erano casi di cronaca ordinaria in questa specie di esistenza; considerato che, nell’istante superlativamente critico dell’accostamento, io dovevo rassegnare la vita nelle mani di chi governava la lancia, – sovente un tale che in quello stesso istante stava, tant’era vispo, per aprire una falla nello scafo con pazzesche pestate di piedi – considerato che il disastro particolare della nostra particolare lancia era specialmente da imputarsi alla guida di Starbuck intesa a buttarci addosso alla balena quasi nelle fauci della raffica, e considerato che ciò nonostante Starbuck andava famoso per la sua grande cautela nella pesca; considerato che io appartenevo alla lancia di questo straordinariamente prudente Starbuck; e finalmente, considerato in che razza di caccia demoniaca io fossi immischiato per via della Balena Bianca: tutte queste cose considerate, dico, pensai che potevo benissimo scendere sotto coperta e tracciare un primo rapido abbozzo del mio testamento.

– Quiqueg, – dissi – venite; sarete il mio avvocato, esecutore e legatario.

Può parere strano che, di tutti gli uomini, siano proprio i marinai a pasticciar tanto le loro estreme volontà e testamenti, ma non c’è altra gente al mondo più amante di questo diversivo. Era la quarta volta che nella mia vita marinara facevo la stessa cosa. Dopo che la cerimonia fu finita anche stavolta, mi sentii tanto meglio; una pietra mi era stata levata dal cuore. D’altra parte, tutti i giorni che avrei ora vissuto sarebbero stati altrettanto belli quanto i giorni che Lazzaro visse dopo la resurrezione; un netto profitto di tanti mesi e settimane supplementari, quanti ne porterebbe il caso. Sopravvivevo a me stesso: la mia morte e il mio funerale erano chiusi nel mio baule. Mi guardavo intorno tranquillo e soddisfatto, come un pacifico fantasma dalla coscienza tranquilla, che sieda dietro sbarre di un comodo sepolcreto di famiglia.

E dunque, pensavo, rimboccandomi senza volerlo le maniche del camicione, vada per un buon tuffo quieto nella morte e nella distruzione, e che il diavolo si porti chi sta indietro.

Herman Melville, Moby Dick – dal capitolo XLIX, La Iena

L’illustrazione è del pittore Rockwell Kent

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