Il Teatrino delle Beffe,
contro lo svanire della fantasia

C’erano una volta due uccellini, uno si chiamava Tic e l’altro Tac; che si incontravano sempre in un albero di pere. Un giorno Tic non arrivò, e Tac stava in pensiero; e decise di andarlo a cercare. Mentre Tac cercava udì una voce: «Aiuto, aiuto, aiutoooo…», e dirigendosi verso quella voce trovò le impronte di un gatto e le piume di Tic. Allora Tac, spaventatissimo, andò a cercare aiuto, e strada facendo incontrò il gatto che si mangiò anche lui. L’aiuto che aveva cercato Tac era inutile, perché loro due non avevano amici, così Tic e Tac restarono per sempre dentro la pancia del gatto.

Questa è la prima storia, senza alcuna modifica né correzione. La seconda storia è quella del bambino che scrisse la prima, esattamente così come è stata riportata. Nel 1997 partecipò a uno dei tanti laboratori creativi del Teatrino delle Beffe, uno spazio di Palermo, allora già aperto da due anni e dedicato ai più piccoli, un’officina dell’immaginazione che lavora a suon di musica e di colori: giochi, feste, spettacoli, costruzione di burattini con materiali di riciclaggio, lavorazione della creta, modellismo di palloncini, e poi ancora l’incontro con i coetanei e gli stimoli offerti dal fondatore del teatro, Ludovico Caldarera, attore, visionario, narratore di storie. La naturalezza e la freschezza poetica che emerge dalla fantasia del piccolo autore dei Due uccellini in pericolo – racconto profondo di solitudini, morte violenta e amore eterno – mi hanno sempre sorpreso. Poi però ho capito che ci sono posti in cui certe cose possono accadere, certe storie liberarsi, certi spiriti incontrarsi, esprimersi, ascoltarsi. Crescere.

Un giorno improvvisamente ci trovammo in un mondo pieno di “A”: sedie, tavoli, letti, bambini, animali e perfino le case erano a forma di “A”. Ci meravigliammo tanto di essere gli unici a non essere dette “A”. Camminavamo nella nostra macchina “A”, insomma tutto era “A”, tranne noi. Noi pensammo che in America forse era diverso, invece era uguale, girammo paesi e paesi, ma tutto era uguale. L’indomani ci svegliammo e capimmo che era stato un magnifico sogno.

Questa è la terza storia, senza alcuna modifica né correzione. La quarta è quella della bambina che scrisse la terza, esattamente così come è stata riportata. Oltre al senso della meraviglia che mi trasmette, il tesoro di unicità che ogni sguardo sul mondo ha il diritto di rivendicare, quello che più mi piace del Mondo delle “A” è il narratore, il soggetto: lo sguardo è unico ma non esiste un io, c’è solo quel noi ripetuto. È l’autentica condivisione di un sogno; persino il risveglio nell’ultima frase è un moto sincronizzato. Ma non c’è malinconia per il sogno finito. Nel passaggio dal sogno alla realtà si sente invece lo stesso sapore gioioso, perché una cosa è rimasta immutata: quel noi. Così, capisco che la storia non parla di un semplice sogno ma è un racconto profondo sullo stare insieme, dimensione che travalica e magnifica il singolo.

Poi ci sono altre storie, di tanti altri bambini. E oltre a queste, ci sono anche quelle di bambini un po’ più cresciuti: quelle di tantissimi attori e compagnie, palermitane e non, passate al Teatrino delle Beffe per provare spettacoli che hanno avuto successo altrove; quelle di musicisti, tecnici e artisti di strada che hanno affiancato il lavoro di Caldarera nei suoi spettacoli di burattini e ombre; quelle di fotografi e di pittori che hanno trovato in quei locali una casa accogliente per mostrare la loro arte; quelle di tanti ragazzi che lì hanno formato le loro attitudini al teatro e al canto, grazie a vari laboratori e corsi di formazione tenuti da altrettanti professionisti. Da tutte queste storie capisco che questo prezioso cantuccio, da oltre quindici anni, non è mai stato proprietà di un singolo individuo ma patrimonio collettivo, crocevia di un’attività culturale e artistica più ampia al servizio della città.

Ora quest’attività rischia di chiudere per la poca fantasia del mondo, che molesta chi gli vuol dare un minimo di senso, restituire un po’ di umanità, sempre con il solito problema: quello dei soldi. Dunque, siccome il mondo non sa inventarsi altro, il Teatrino rischia di lasciarci per mancanza di fondi: moneta spesso già lavorata ma non sempre poi riscossa per il trito buco dell’amministrazione.

A pensare di vederlo chiuso però è venuto a tutti da ridere. Che volete farci? C’è gente che ha ancora fantasia! E questa è la quinta storia: come un’onda spontanea gigante, tanti attori, musicisti, fotografi, giornalisti, disegnatori hanno messo a disposizione la loro arte e nutrito un calendario di spettacoli in continua evoluzione, per vedere di racimolare qualcosa. Soldi che, come si legge nel gruppo di coordinamento dell’iniziativa, “non verranno utilizzati per consentire al Teatrino delle Beffe di andare in tournée in tutta Italia, tutto pagato, a far conoscere le proprie produzioni, ma per alleviare i rancori e i malumori di quella santa donna che è la proprietaria dei locali (la signora S.) che con infinita pazienza sopporta i ritardi nei pagamenti, addirittura da mesi (e mesi…)”. Ecco allora come, grazie ai tanti già coinvolti, a quelli che vorranno dare il loro contributo e a quelli di passaggio, voglio immaginare la Storia del teatrino: senza alcuna modifica né correzione.

Autore: Marco Bisanti

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contro lo svanire della fantasia”

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