Trent’anni di sano orgoglio terrone. Pantacalze da neve a parte!

Eccomi al giro di boa dei fatidici 30 anni. Qui in questa città che giorno dopo giorno è diventata la mia casa. Come dice un’altra illuminata neo-milanese “le radici le senti più forti quando lasci la tua terra”. Mesi vissuti come sempre schiacciando a tavoletta sull’acceleratore questi ultimi che ci separano dalla scorsa puntata.

Progetto dopo progetto, proprio un paio di giorni fa ho firmato il contratto che mi legherà per un altro anno alla città della Madonnina. Già la certezza semestrale era stata un passo avanti, ora si fa sul serio. Un anno intero. Posso finalmente prenotare con generoso anticipo i biglietti aerei per tornare a Bagheria. Sarà che come dice il Professor Monti “il posto fisso non esiste più”. E chi l’ha mai voluto. È vero, il paradigma del lavoro assicurato dalla culla alla tomba ha creato mostri come Fantozzi. Ma tra un caffè e una sigaretta fumata nelle troppe poche pause che la Lombardia concede, ho avuto modo di confrontarmi con i miei coetanei cresciuti ad altre latitudini. Uno spaccato completo del Belpaese. Nessuno vuole il posto fisso, basterebbe soltanto lo stipendio assicurato! A guardare i ragazzi che dividono con me le stanze del nostro ostello di lusso, il mondo sarà dominato da infermieri e ingegneri gestionali e informatici. Tutti qui, pronti a inamidarsi camicie e calzini spargendo curricula.

Ho vinto pure le ultime remore, il gruppo per cui lavoro ha una web-tv e anche se ogni volta che apro bocca escono ancora fichi d’india e fiori di zagara, m’hanno spedito a far la mia prima video intervista. Nel format finale la mia faccia non si vede, né si sentono le mie vocali spalancate, ma ho una mano così fotogenica! Son soddisfazioni, mentre prendo a martellate la bacinella con boxer e calzini dimenticata per l’ennesima volta nel balcone. Qui il termometro è sceso sino a -8 gradi, con punte di -11. E malgrado i quasi due anni milanesi sul groppone, il mio corpo ancora non ci crede alla panzana che il freddo da neve si sente meno perché è secco, così esco da casa che l’Omino Michelin al confronto è un anoressico: doppia giacca, doppio cappello, tripla sciarpa, pantacalze da neve sotto i jeans di fustagno, stivaloni. L’effetto sembra quello di Fantozzi sulla neve o Jack Nicholson nel finale di Shining. Insomma un ghiacciolo di quasi 80 chili. E in quelle notti ripenso alle volte che sentivo freddo nella mia umida e immensa stanza di Bagheria, lì, sotto piumone, ammantato per bene tra le lenzuola di flanella che mi son ovviamente portato dietro qui. Ogni tanto il Don, prontamente ribattezzato Padre Picciuli da me e dagli altri siculi del convitto, entra nella mia stanza e mi guarda strano. E ti credo! Da buon siciliano ho esteso con abilità innate lo spazio disponibile, manca solo il soppalco e la verandina nel terrazzo e ho tutto. Dio benedica l’Ikea. Ho comprato tutti quei prodotti dai nomi che sembrano spasmi da gastrite. Un appendiabiti, un portascarpe, lampada alogena da vecchio e irrecuperabile divoratore di libri, cuscini, centrifuga per insalata, posate e portacomputer. Non abito più in una stanza, sembra un’offerta della Mondialcasa! Sì, sono e resterò sempre “terrone inside”. Con tutta la soddisfazione e le perversioni del caso. Sì, la vita al di là del lavoro mentre il Duomo pare un gigantesco palazzo di cioccolato bianco, come ha giustamente annotato la mia compagna nel suo diario di viaggio, ha un tremendo effetto collaterale. Vado al self service dell’Ipercoop di uno sperduto centro commerciale di Sesto San Giovanni e appena chiedo un’insalata “gustosa”, la cameriera m’imita e dice “di dove sei?” E io rispondo prontamente: “di Bergamo bassa, non si sente?”. Lei sorride e dice: non ti preoccupare mia madre è pugliese e mio padre siciliano”, come se mi dovesse consolare dei miei oscuri natali. Ma che oscuri e oscuri! E chi sono il figlio di Voldemort? Ho avuto 25 anni di luce piena, la luce accecante del Sud che scalda cuore e anima. Poi, altra scena, stesso copione.

Vado a prendere un panino, un semplice panino. Vedo un’inequivocabile moffoletta. La chiedo e la signora: una cosa? Quello è il pane senza lievito degli arabi. Sì, l’antico panificio lombardo se lo son comprati loro. E la signora, da ex direttrice ora fa la commessa part-time. Perché la crisi ha richiamato in campo i veterani: la signora è dovuta tornare a lavorare per aiutare il figlio che ha perso il lavoro pochi mesi al ritorno del viaggio di nozze dopo aver firmato un mutuo che forse durerà più del matrimonio. Esco dal panificio con la mia moffoletta inumidita di lacrime, facendo ben attenzione a non sciddicare sul lastrone di ghiaccio che è diventata Milano. E credetemi, quello che dicono sui milanesi, sono tutte minchiatissime. Se scivoli, ti accerchiano per darti una mano, quando c’è uno sciopero dei mezzi siam tutti lì a sparar veleno sul neo-sindaco. Solo le nobildonne di 130 anni a cui continuo a offrir il posto sul bus non le capirò mai. Vecchie come il peccato originale non lo accettano mai: “Scendo alla prossima!”. E le vedi col loro culo rachitico scendere praticamente al capolinea dall’altro lato di Milano.

L’altra sera per rifugiarci dai pinguini e dallo Yeti io e la mia fidanzata siamo entrati in un Mc Donald’s. Lei ha preso una cremiziosa, che sarebbe ‘na specie di ricottina predigerita al cioccolato. Altro che quella di Don Fortunato a Trabia! Provo e riprovo ad aprirla. Invano. Si alzano dal tavolo due sgallettate nella loro divisa d’ordinanza, coi loro bellimbusti pronti ad agire. Io stringo più forte la mia bella e lo zaino col Mac. Loro si scagliano sulla cremiziosa. Provano e riprovano. Alla fine vado dal direttore del locale che è lì che smuzzica un paninazzo. Mi chiede scusa, quella al cioccolato non si apre come quella ai frutti di bosco! Mi tengo per me la sicilianissima espressione che mi lampeggia in testa e torno a sedermi. Come dice Bisio in “Benvenuti al Nord”, “Milano dà a tutti una possibilità”. Anche al direttore di un Mc Donald’s!

Già pubblicato sull’Approfondimento di Bagheria, febbraio-marzo 2012

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