27 gennaio 1945, le voci dai cancelli

poi si aprirono i cancelli. cioè, per chi ne parla oggi, arrivò quel poi in cui si aprirono i cancelli di auschwitz. i nazisti avevano già sterminato metodicamente milioni di persone. dovevano aprirsi prima quei cancelli. eppure, mi sembra impossibile nello specifico dibattere sulla questione del prima e del dopo, sulla questione del tempo: non si può neanche dire “fu troppo tardi”, quando aprirono i cancelli. perché quei cancelli non dovevano mai essere costruiti. ma c’erano e – chiusi – il tempo e l’uomo si annullarono.

per questo non si può dire che poi si aprirono: la loro chiusura ha cancellato ogni possibilità di misurazione delle cose, quindi anche di misura temporale, quindi anche di un poi accettabile. qualsiasi idea di misurazione, infatti, implica direttamente il senso di un livello intermedio, graduale, un “quando” plausibile nel compiersi di un evento, uno spazio in cui all’umano resta ancora la dignità della riflessione, l’autodeterminazione del pensiero. ma dietro quel ferro non ci fu niente di tutto questo: né misura delle cose, né più nomi di persone.

in tutto questo, però, c’era una persona dal nome ostinato: Primo. anche lui numero senza più misura, ma numero come era già stato il suo nome in un legame di battesimo indissolubile con l’idea di tempo, di successione. il suo nome diceva il tempo e l’uomo insieme. per questo, forse, riconsiderò l’orrore nella temibile ipotesi di un “dopo”, dicendo: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo. ai suoi occhi, il già vissuto non conobbe tregua. da quel campo cercarono continuamente di uscire, il tempo e l’uomo.

dubito che ce l’abbiano fatta. non penso sia uscito veramente qualcuno da lì. non persone, soltanto voci. Levi stesso, nel 1987, si stancò di essere soltanto voce e si raggiunse buttandosi nella tromba delle scale. neanche lui era riuscito ad andarsene dai cancelli aperti di auschwitz. parlando di quel posto, in effetti, cancelli aperti dovrebbe diventare ufficialmente un ossimoro. di traverso alle sbarre sono uscite solo voci, in un coro irripetibile. nessun ricordo di persona, solo memoria di voci.

Coro dei superstiti

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi –

Nelly Sachs, Opere (Utet, 1996)

 

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