Diario milanese – Tentacoli e cornetti

milanoMi volto e mi rivolto, è mai possibile che sia diventato anch’io cieco alle differenze abissali che separano noi bagheresi da questi lombardi? È mai possibile che anch’io inizi a lamentarmi se il bus è in ritardo di soli 8 minuti? Milano giorno dopo giorno ti trasforma in Forrest Gump, corri così tanto che alla fine neanche ti ricordi perché. Tra una giacca da ritirare in lavanderia e il bucato che gela nello stendino ancora prima d’asciugarsi. Poi però arriva l’illuminazione. Ero con la mia Silvia – il dono più grande di questa vita nuova – a combattere il freddo sorseggiando una cioccolata calda in quei locali d’alluminio che vorrebbero ricreare piccole americanate nella città dei Navigli. Stanco per via del nuovo incarico che m’ha privato anche dei sabati e delle domeniche, dimentico che qui i cornetti si chiamano “brioche”. E dire che un amico napoletano m’aveva avvisato. Me lo ricordo ancora, eravamo alla presentazione d’un libro e Paolo mi ricordava il suo primo approccio con questa città tentacolare, capace di farti spiccare il volo o stritolarti per sempre. Paolo arrivava dalla Campania e s’infila in un bar. Da buon partenopeo chiede un cornetto. E il barista gli risponde che d’autunno non hanno gelati. Qui il cornetto è solo quello Algida. Consapevole di questo, da allora in poi nelle rare colazioni che mi concedo nella quotidiana guerra tra lo stipendio e il calendario, variazione negli anni precari del celebre paradosso d’Achille e la Tartaruga, ho sempre ordinato un “cappuccio” e una brioche. Oggi no. Ho chiesto un cornetto per accompagnare la cioccolata. E il cameriere m’ha portato un cono vuoto. Un cono da gelato. Io e la mia Silvia ci siamo visti, lei sempre più bella e pugliese e io sempre più canuto e siciliano. Ci siamo dovuti arrendere. Siamo nella loro città, dobbiamo seguire le loro regole.

E così faccio da quasi due anni. Capita sempre più spesso d’incrociare altri bagheresi. Tutti diplomati al glorioso liceo scientifico dei tempi del preside Galati, forgiati dalle lezioni puntellate dai giorni liberi che rappresentavano l’unica soluzione per stipare studenti e professori in quei magazzini accanto alla pizzeria Mineo’s. Con il vecchio amico di turno ci ripromettiamo di vederci, di andarci a mangiare almeno un’arancina in ricordo della terra natia. Non lo faremo mai. Lo sappiamo entrambi. La vita qui ti mastica per bene. Ti lascia spossato, con quell’ultima tacca d’energia che ti permette d’arrivare sino al bordo del letto prima di crollare davanti al lavandino con spazzolino e dentifricio che scivolano lenti sulla ceramica bianca. Ma ci sono sere che la nebbia – tornata qui dopo anni d’assenza – ti lascia scorgere una luna gigante sulle guglie del Duomo, quelle sere che come dice la mia fidanzata “Milano non sembra neanche Milano”. In quelle sere ti prende alla gola la consapevolezza che la tua vita è davvero qui, a millenovecento chilometri dall’edicola di Pippo e dalla “carnezzeria” del signor Casa. Lo sai già che in Sicilia ci tornerai solo per le vacanze con slanci di puro amore per il tuo vecchio divano, affamato di quel ritmo lento che ci accomuna ai messicani e a tutti i popoli cresciuti al Sud, quel “no pasa nada” che sentivo irrimediabilmente familiare quando ero in Uruguay tra consoli e ambasciatori a iniziare questo lavoro che ora mi porta ogni week-end qui, da dove sto scrivendo questo pezzo, nel megapalazzone di Sky. Tra una campagna pubblicitaria e l’altra la mia azienda m’ha spedito a dar una mano alla grande famiglia di Sky Sport per la gestione dei social network. Che sarebbe anche una bella notizia se proprio Rogoredo, la penultima fermata della linea gialla della metro, non fosse il posto dove nasce la nebbia. Un nebbione vischioso che ti s’appiccica al cuore e al cranio. E tra la nebbia t’avventuri con una sola speranza: che tutto questo andare abbia almeno un senso.

Da una puntata all’altra di questo diario gli amici con cui ho preso il treno che m’ha portato qui sono spariti. La città ci ha allontanato. Ha cambiato anche loro. Non provo rancore. Hanno fatto scelte diverse, forse hanno ridimensionato i loro sogni. Ognuno s’arrangia con problemi concreti. Ma so che anche loro quando scendono giù nella nostra isola provano le stesse sensazioni, una pesantezza vecchia di secoli. Perché qui – non mi smetterò mai di ripeterlo – hai sempre la sensazione che tutto dipenda esclusivamente da te. Abbiamo preso strade diverse per giustificare alle famiglie e noi stessi questo nostro restare qui. L’ho sperimentato sulla mia stessa pelle.

Un altro dei miei vecchi amici ha trovato quel folle coraggio che ti spinge a metterti sulla strada, a riempire una valigia per andare alla ricerca di te stesso. È arrivato in un momento in cui le varie agenzie di lavoro cercano, ancora più di prima, solo ingegneri. E proprio in memoria dei vecchi tempi e dell’amicizia che ci ha legato quando la vita m’ha strappato via mio padre e un pezzo di cuore, l’ho accolto come avrei voluto essere accolto io, sintetizzando in un fiume di parole quello che ho imparato sulla mia carne. Ho sbagliato. Deve sbattere anche lui il grugno su porte e portoni, capire come scandire i tempi del bucato per non restar senza mutande e camicie alla vigilia d’un colloquio. Imparerò meglio. E imparerà meglio anche lui. Qui imparano tutti.

Già pubblicato sull’Approfondimento di Bagheria, dicembre 2011

Un pensiero riguardo “Diario milanese – Tentacoli e cornetti”

  1. La demenziale riesumazione dei navigli buttando all’aria la città è assai peggio del ponte sullo Stretto, però viene chiamata mobilità dolce

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