Frivole utopie: cambiamo le parole di Zuckerberg

Si può criticare un sistema – facebook – dall’interno? Non parlo affatto di abolizione ma solo di correzione, per stimolare una maggiore consapevolezza in chi fa uso delle sue dinamiche e dei suoi meccanismi. Qui, per esempio, si propone di modificare il linguaggio che lo caratterizza e attualmente ne dà una rappresentazione di valore, per sostituirlo invece con una terminologia neutra che ribadisca più onestamente il suo essere mero strumento tecnologico.

Pensando ai tanti araldi della resistenza mediatica, della controinformazione partecipativa, della democrazia dal basso, insomma agli stanatori pneumatici di complotti che pur difendono a spada tratta questa piattaforma blu, c’è da chiedersi perché nessuno veda in essa un esempio di tirannia espressiva, un abnorme schedario detentivo dei nostri usi, gusti, abitudini, opinioni, finalizzato al lucro sempre maggiore di chi specula sulla nostra guinzagliata libertà di parola. Il contrario della democrazia, insomma. Non vi siete accorti che, per come è stato sviluppato, facebook è la sublimazione delle vite nostre in pubblicità?

L’autentica novità, però, è che stavolta siamo diventati prodotti volontari. La bacheca è la vetrina. Il prodotto si infiocchetta da sé e si poggia da solo in bella mostra. Non parlo delle aziende di vario tipo che, naturalmente, sfruttano in modo appropriato i social per espandere il loro marchio e fare più contatti, seppur ricorrendo a stalking di prima categoria. Parlo di noi persone. Se questa nostra incessante auto-promozione avrà spesso un magro riscontro nella realtà (se non affiancata da una pregressa e solida “presenza qualificante” sul campo) essa costituirà invece, a prescindere, l’ingente guadagno del padrone di casa. Eppure, qualcosa ci fa continuare spontaneamente per questa strada. Ecco la vera innovazione, la rivoluzione che a Zuckerberg frutta miliardi ogni anno: la trasformazione di ciascuno in prodotto volontario.

Fra poco ci cambieranno di nuovo la casa, cioè il profilo (termine che prima trovavi nelle statistiche di marketing o nei fascicoli dei servizi segreti). Lo spread di commenti a riguardo copre giudizi che vanno da “straordinario” a “spaventoso”; tutte valutazioni che, naturalmente, hanno lo stesso peso specifico: zero. Tuttavia, per non essere messi all’indice dai cosiddetti “amici” esprimendo un parere sulla novità, sembra che la scelta sia fra stare zitti, oppure sfottere chi manifesta un senso di inadeguatezza per le manovre del nostro mangiafuoco: dobbiamo essere tutti sempre contenti delle evoluzioni imposte da chi muove i nostri fili.

E il pensiero di chi si mostra contento è riassumibile in questa duplice calata di braghe: 1) se critichi tanto facebook, perché non ti cancelli? 2) benvenga il cambiamento, alla fine tutti si abitueranno senza pensare più alla versione precedente. Trovo agghiacciante l’appiattimento totale del senso critico, nei confronti di una tecnologia ormai tanto capillare e irreversibilmente entrata nelle nostre vite. Devono starsi tutti zitti, oppure calare la testa, oppure cancellarsi. Ma è su di noi che si regge l’intera baracca! Avremo, o no, il diritto “naturale” di dire la nostra? No. Cioè, sì, tanto non conta.

Non che ci si debba cancellare dal network, ribadisco, perché lo strumento non è il MALE in sé. Dico solo che è sempre più difficile usarlo bene, e che a volte sembra fatto apposta per indurre all’abbrutimento, al conformismo espressivo, a una misteriosa compulsione da sputtanamento personale, ad appelli psicologici ai limiti dell’autodenigrazione pubblica. Insomma, a fare tanti buchi nell’acqua. Per questo, apprezzo ma al contempo mi chiedo se abbia senso l’utopica lotta sopracitata, quella contro lo svanire della consapevolezza sul suo essere mero utensile virtuale che – così ci dicono – possiamo usare a nostro piacimento, piuttosto che venirne usati. Per questo, mi chiedo se sia possibile criticarlo dall’interno senza tirarsi addosso gli anatemi di chi si crede più “evoluto”, solo perché assente (voce del verbo assentire) al perenne cambiamento imposto dall’alto. Per questo, d’altra parte, invidio benevolmente chi riesce a usare questo strumento con meravigliosa aria di sufficienza, arginando la sua invadenza neuronale, l’enorme potenziale distraente, e scongiurando il condizionamento della sua grammatica aforistica sulla capacità di pensare e argomentare in autonomia. Cerco sempre di accostarmi a questo tipo di utilizzo felice del mezzo.

Non voglio tornare all’età della pietra. Mi auguro solo che questi sbandierati progressi tecnologici non prosciughino il nostro personale senso critico, piallando qualunque espressione autentica del pensiero, qualunque umile spunto di riflessione – come questo – in una forma di ebetismo attonito per l’ennesima ultima versione del teatrino. Perché, spesso, mi pare che lì dentro siamo solo burattini. Pecore, che fanno i criceti.

Autore: Marco Bisanti

mela penso

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