Mai dire nebbia a Milano, capriccio in forma diaristica

Non parlare mai del fascino della nebbia a un milanese. Perché lui ci vive, lì. Tu invece sei solo di passaggio, e guai se tradisci un interesse per la bruma nordica al pari di quello per il Duomo o per i Navigli. Certo, nella capitale lombarda il fenomeno in questione è tipizzante almeno quanto l’aguzzo mastodonte o il quartiere bohemien di ripa e alzaia. Eppure, ogni lieto riferimento a poetiche atmosfere da sogno, al salubre inghiottimento del mondo reale, alla sordina che strozza il ringhio metropolitano, verrà interpretato dal meneghino standard come un motivo in più per mandarti a dà via i’ ciapp. Chiuso argomento. Ad ogni modo, il desiderio segreto di ritrovarmi vaporizzato in mezzo a un nullificante biancheggiare d’aerosol atmosferico si è realizzato la settimana scorsa, nel mio breve soggiorno che qui contrappunta il diario del caro Tonino.

Lui sì che ci vive, lì. Da un paio di anni (generica deissi temporale rattoppa amnesia, comprensiva di scuse repentine e appropriazione indebita di licenza menzognera). Per acclimatarsi a quella vita – non che abbia perso ogni sana e letargica abitudine siciliana – ma almeno è riuscito a sconfiggere il fiatone neuronale e le insolvenze muscolari imposte dalle centometriste abitudini milanesi all’ultimo arrivato d’isolana genia (potete riprendere fiato). Questa leggerissima criticità, comunque, non dev’essere per forza mal giudicata.

La fretta con cui si macinano spostamenti, azioni, gesti e decisioni sotto la grigia volta della madonnina, fa sì che solo a fine giornata il placido mattarello serale spiani in forma di ricordo ciò che, nelle ore diurne, ha polverizzato l’energia minima atta a elaborare alcunché. Ed è allora, soltanto dopo, in una dimensione postuma prettamente narrativa, letteraria, che puoi vivere quello che hai fatto, finalmente realizzarlo appieno. Perciò, diverte immaginare il milanese chiudersi la porta di casa alle spalle – timbrato l’abituale aperitivo – e rilassare la poltiglia delle membra impiegatizie al boccheggiante stupore di un fulmineo travaso mnemonico. Guarda lo specchio di sguincio, e sfiata di riflessa agnizione: «Ecco cos’è successo!». Così, risale come un salmone la trafila del giorno appena consumato.

Più o meno lo stesso è capitato a me, al termine di un martedì in cui il socio mi condusse traverso alle righe ferrate dei tram e per il selciato scorbutico di Brera. Solo ora, in forma di album fotografico, mi rivedo come sua ombra, dopo un incontro nel chiostro arioso di sant’Ambrogio e una scrollata nella meravigliosa sede benedettina dell’attigua università. Ricordo che in mano stringevo già una rarissima prima edizione de “L’autunno del patriarca” di Marquez, gioiello feltrinelliano del 1975, superbamente tradotto da Enrico Cicogna che, in luogo di hawaiana corona floreale, Tonino elesse a regalo d’accoglienza. Quest’uomo sa come attirare la mia attenzione.

Ed eccomi portare in giro il Marquez/Cicogna, costeggiando il bel Palazzo Gonzaga e proseguendo, sotto i pomposi stendardi preconizzanti l’Expo, fino all’antica piazza dei Mercanti. Un pit stop in libreria (prima della metamorfosi multicentrica le chiamavano così) e il giungere famelico dell’ora mangereccia ci spinge a pieni giri verso una ghiotta pizzeria del centro (anch’essa esemplare di catena). Presto che è tardi! Luoghi come questo, per nordica filosofia di vita o puro nonsense, sbarrano l’accesso alle 14:30 – orario limite dopo il quale a Milano reputano inconcepibile pranzare e, ai primi cenni di languore fuoriorario, iniziano a guardarti come un tossicomane in astinenza, meritevole di forca. Così, mi ritrovo da Spontini, già consapevole della mannaia cronometrica che ci pende sulla testa, costretto a disintegrare il rancio alla velocità del neutrino. Che gioia, penserete, decifrare in terra straniera accenti familiari nella parlata di un vicino. Ti fa sentire a casa. Non sapete, però, quanto può rivelarsi deludente un cameriere conterraneo che ti accorcia la vita impalandosi al tuo fianco mentre, con la mozzarella, ingurgiti anche il suo ritornello: «forza che si chiude!».

Per questo, sfondati di cibo, usciamo dal locale piantandoci appena oltre la porta sigillata della pizzeria a bruciare la nostra paglia digestiva, brulicanti di tempo ritrovato. Una breve visita e un caffè turistico al rifugio del mio amico, e poi di nuovo in strada per conoscere la sua trincea lavorativa, dove, con le orecchie in festa, mi accorgo che i suoi colleghi hanno già appreso il senso palermitano e il corretto uso del vocabolo “canazza”. Merito esclusivo dei suoi pneumatici insegnamenti. Esempio di vera conquista! A quel punto, non gli restava che soddisfare la mia voglia di rendere omaggio al caro Buzzati, e all’Eugenio poeta e critico musicale, passando per via Solferino. Così, mi rendo effettivamente conto di come l’imponente sede del Corriere possa avere suggerito a Dino l’idea della fortezza Bastiani.

Con Tonino ci salutammo dopo un breve ritorno alla sua tana e un reciproco accompagnamento alla fermata del bus. Quell’ora, annaffiata da una birra preserale, passata a cercare di scorgere la parvenza di un tramonto, la ricordo ancora come l’inizio di una piacevole risalita. Lungo il fiume della rimembranza. Per uno stiloso contributo alla pintacudea diaristica milanese. Questo. E poi svanire. Come dentro la nebbia. Così.

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