Diario milanese: “da qui se ne vanno tutti”

 

Passano i giorni e questa città ti entra sempre più dentro, infischiandosene di chi sei o da dove sei venuto. Tutti qui hanno la loro storia, il loro tributo l’hanno già pagato solo per sbugiardare tutti quelli che ti davano per spacciato. Perché qualunque sia la tua meta, volevi solo la possibilità di varcare una frontiera. Di attraversare quell’invisibile perimetro di sconforto che ti gravava sul cuore e sul cranio e ti appannava i sogni e anche le più innocue illusioni. Bagheria resta sullo sfondo, memoria lontana d’un tempo che fu. Ricordo ancora piccoli insignificanti particolari: la moka e il barattolo del caffè nel mobile color ciliegio della cucina in pieno sole, il guinzaglio di riserva della mia cagnolona, l’orologio a cucù che papà salvò dall’oblio della discarica. Quando la mattina la luce del sole lecca la stanza tra le vertebre della serranda, Milano mi sembra sempre più la Fiera del Mediterraneo. Il mio personalissimo Paese dei Balocchi. Quando finiva la scuola era un appuntamento fisso con mio padre che mi diceva di non lasciargli mai e poi mai la mano, ci separavamo sempre: io con mio padre a veder forni, libri e animali e mia sorella con mia madre alla ricerca di chincaglierie. Il Duomo con la Madonnina ha rimpiazzato la gigantesca caffettiera che troneggiava sul viale della Fiera, uguale è il senso d’immensità. Uguale la paura di perdersi.

Di colleghi diventati amici che hanno appeso la penna al chiodo ne ho una mezza dozzina, maciullati dalla vita e dalla crisi che tutto azzanna e tutto divora. Ma c’è pure chi non ha mai smesso di inseguire il proprio sogno, curandolo notte dopo notte. Afferracazzintallaria li chiamavano da noi, ora sono editor, autori e traduttori di fumetti, c’è anche chi per affinare la lingua in questo globo sempre più stretto l’ha imparata così bene da diventarne uno dei traduttori di punta di giovani e coraggiose case editrici. Qualcun’altro è sparito per sempre nelle sabbie dello sconforto, le paludi della tristezza in cui Atreiu tra le pagine della Storia infinita vedeva affondare il suo cavallo Artax.

Ho detto addio alla cronaca bianca e nera, mi son ritrovato, io che odiavo il marketing e il suo lessico d’Oltreoceano, a scriverne quotidianamente. Di campagne e budget, di operazioni di viral e guerrilla, di lanci in grande stile. Scoprire zone nuove di questa città è un po’ come quelle domeniche mattine con i pollici attaccati al controller del Nintendo 8 bit quando si scoprivano nuovi livelli di Super Mario. Brera, Moscova dove s’erge maestosa la sede del Corriere della Sera, i Navigli. Le varie Esselunga, alleate d’ogni buon emigrato, aperte sino a tardi con piatti pronti a riempire stomaci per la gente che corre verso un traguardo sempre più lontano. Siamo partiti e questa città ci ha rivoltato come un calzino. Cambiato sguardo e prospettive. La meraviglia è sbiadita presto. I giorni s’inseguono nell’abbraccio rassicurante dell’abitudine. Gli stessi bus, lo stesso tram che prendi senza neanche guardare più il numero.

Mi vedo ancora con gli amici con cui ho preso quel treno un anno e mezzo fa. Chi ha scelto il servizio civile senza l’insostenibile zavorra del patrocinio politico anche per far un anno di volontariato, chi continua a lavar piatto dopo piatto, certo che ogni carico di lavastoviglie lo avvicini alla sua piena realizzazione. Perché è questo che ci accomuna, malgrado tutti i percorsi diversi che ci hanno portato qui. Aver detto addio allo sconforto, la sensazione sempre più concreta che le cose giù da noi non sarebbero cambiate sino al Giorno del Giudizio. Siamo venuti qui a giocarci tutte le nostre carte e cartucce. “Metti nella valigia la collera e scappa da Malinconia” canta Caparezza in “Goodbye Malinconia”, il più riuscito inno di questa nostra generazione a cui vogliono togliere la speranza. Quest’estate non ce l’ho fatta ad aspettare notte dopo notte l’alba in uno dei tanti chioschi a guardare dozzine di amici veri, con le loro barbe pungenti, le mani sudate e l’alito da posacenere, tutti affratellati dalla stessa sensazione: svacantati. Ancora lì a maledire questa terra che rigurgita solo sogni già bucati. Perché anche se non invitata arriva sempre lei: la domanda. Quella che schivi ogni giorno che marchi con una x su ogni dannato foglio di calendario. Cosa fare di questo futuro che sempre più appare sotto un cupolone di plexiglass in cui pian piano l’aria va esaurendosi? E serve a poco confortarsi con il numero crescente di compagni di sventura, che l’insoddisfazione accomuni tutti non la rende meno amara. Vogliamo affermarci, saremmo pronti – a suon di proclami e parole, ben inteso – a spenderci nei lavori più umili. Poi quando ci mettono a far fotocopie ripensiamo con aria trasognata alla laurea incorniciata nel salotto buono della casa natìa. E il riscatto così non arriverà mai.

Un anno e mezzo dopo rifarei tutto. Quel biglietto di sola andata, quella scelta da cui non si torna più indietro uguali a prima. Perché quando nasci qui o ti pieghi alle logiche irrazionali che mai nessuno senza cromosomi terroni neanche capirà o ti aggrappi ostinato alla speranza, persa quest’ultima, si sopravvive solo masticando rabbia e rancore, freddo e grigio come un anno bisestile, come una metafora inutile, come un cane che sogna la carezza di un padrone che non c’è.

Già pubblicato sull’Approfondimento di Bagheria

La foto viene da qua

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