Sulla lontananza dell’amico dilettissimo (1986)

Federico Incardona (Palermo, 1958 – 2006) è stato un altissimo compositore. Intese e visse la musica come genere supremo di filosofia. Di teoria musicale non me ne intendo ma, come tutti, due orecchie le ho anch’io e, come quasi tutti, ci sento – per quel sentire che è voglia sincera di aprirsi all’alterità. Inoltre, se uno studioso o un “divulgatore” dell’opera di Incardona volesse scrivere di lui e dei suoi lavori, i Pupi sarebbero felici di ospitare qualsiasi contributo.

Queste orecchie ignoranti, comunque – dicevo – non mi vietano di percepire un senso nella dialettica delle sue composizioni. Ritengo, certo, fondamentale un bagaglio teorico per poter entrare appieno nel discorso musicale contemporaneo. Ma è per questo, per le mie mancanze, che la curiosità per l’arte di Incardona diventa ascolto quasi magico, frutto di un’apertura che mi avverte su quanto c’è ancora da imparare; quanto poco sappiamo quando crediamo di sapere; quanto può essere lontano un amico dilettissimo.

Per chi non è stato formato alla musica severa, prendere in considerazione brani come questo – lo riconosco – richiede quasi un atto di fede. Compiuto questo moto d’abbandono, però, sulle ali impertinenti ma devote della vostra ignoranza potrebbe capitarvi di rivivere istanti primordiali, come è successo a me. Risalire misteriosamente ad attimi che – sono sicuro – ognuno ha vissuto nei periodi successivi alla nascita e di cui serba una memoria fisica. E fisicamente ricordarsi che neanche all’epoca riuscivamo a decifrare i suoni emessi dalle braccia che ci tenevano sospesi a mezz’aria. Eppure, prima ancora del tempo in cui avremmo ceduto alla schiavitù discretiva dell’intelligenza, sapevamo di poter attribuire un senso a quei suoni, lo percepivamo. E percepivamo uniti il suono e il senso, senza distinzione d’intelletto; e da questa percezione sgorgava contemporaneo un duplice flusso di fiduciosa continua meraviglia attrattiva e repulsivo ripetuto grave smarrimento. In questo coincide la mia agnizione al primo ascolto di Incardona.

A volte, ancor oggi che sono diventato grande e la schiavitù a cui accennavo prima è diventata un vanto, la pulsione contrastante che mi suscita la musica del compositore palermitano riesco ad accostarla alla meraviglia che suscita il miracolo della lingua in coloro che amano la letteratura e si sorprendono ancora davanti a una poesia. Lo stesso sentimento che provo quando traduco un testo, davanti all’inevitabile perdita di senso che avviene nel passaggio tra due lingue diverse. Con l’unica differenza – fra musica e letteratura – che questi rimasugli di senso che ti ritrovi in mano, per esempio, quando traduci, in musica non si producono. Ed ecco l’eccezione! La musica non perde pezzi, la musica è senza rimasugli. La musica tiene ancora insieme la centrifuga dispersione di Babele. La musica è l’indicibile compimento di quella torre.

Qui, quiquiqui, alcune sue tracce sparse nel web.

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