La voce della città

di Giosuè Calaciura

Sentiva la città come una voce. Automobili, clacson, le sirene delle ambulanze, le grida dei bambini al parco, i rimproveri delle madri, le gru nei cantieri della tangenziale che aprivano la periferia ad altre periferie. Persino il tuono degli aerei che volavano basso in vista dell’aeroporto. Non erano più rumori. Una voce, una voce sola. Forse una preghiera, un suggerimento. Ma non riusciva a comprenderla. Per quanto si facesse aiutare dai compagni di cella che lo spingevano in alto sino alla bocca di lupo, per quanto afferrasse con le mani i ferri della feritoia, il senso di quella voce gli rimaneva oscuro.

Era caldo, era giugno nell’estate del carcere. I suoi cinque compagni decisero di placare quel calore di stufa chiudendo la finestra con una coperta bagnata. No, diceva, no, nel terrore di perdere anche un solo sussurro di quella voce. Non si fece valere. Quella notte scoprì che la voce si apriva altri varchi. La sentì risalire le condotte spagnole dell’Istituto, la sentì rimbalzare come un’eco nelle tubature del gabinetto. Poteva ascoltarla dal cesso alla turca, spostando le bottiglie d’acqua lasciate in immersione nei liquami affinché la corrente dello sciacquone le mantenesse più fresche. Stava lì, con l’orecchio vicino allo scarico, cercando di smorfiare un significato, una parola. E rimase in ginocchio per tutto il tempo d’intimità che gli era concesso. Avevano regolato l’uso del gabinetto secondo giri precisi d’orologio affinché ciascuno potesse soddisfare le proprie esigenze di uomini senza disturbo. Ma lui aveva smesso di masturbarsi ancora prima di sentire la voce, quella volta, quando si era guardato nel riflesso dello specchio spaccato sul muro del cesso scoprendosi spezzato in due lungo la linea della crepa.

Bussarono alla porta. Il suo tempo era finito. Tornò sul materasso. Per tutta la notte sentì la voce urlargli dentro, prima dalle caviglie, poi dai polpacci, dalle cosce, dai testicoli, poi dalla pancia, dal petto e infine dalla gola. Il suo corpo era la voce. Tutto quello che possedeva. AL mattino lasciò che i compagni uscissero per l’ora d’aria senza di lui. Prese il lenzuolo dal letto e approfittò della sedia. Senza l’aiuto dei compagni riuscì a passare una punta del lenzuolo sulla grata della feritoia, le impose un altro giro, la legò al collo e si lasciò andare. Ma i piedi toccavano il pavimento, si opponevano. Con un’ultima dolcezza li convinse a non sostenere altro peso.

Questo racconto è apparso oggi sul Domenicale del Sole24Ore, all’interno di una pagina che in vario modo riflette sul dibattuto rapporto in letteratura tra cronaca e fiction. Giosuè Calaciura è nato a Palermo ed è autore dei romanzi Malacarne, Sgobbo, Urbi et Orbi, La figlia perduta. La favola dello slum. Scrive per la radio ed è tra gli autori di “Fahrenheit”. Lo ringrazio del suo benestare alla pubblicazione su Pupi e, sempre a proposito di voci, segnalo il suo bellissimo documentario sonoro sul cibo di strada palermitano (metafora di una concezione del mondo), trasmesso sulle frequenze di Radio3, La lingua sul marciapiede, davvero prezioso. (Marco Bisanti)

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