LIOTRU di Salvatore Piombino

liotruIl cielo mattutino era terso, privo di nuvole, sulla città di Catania. Leone II ormai noto ai più come “il Taumaturgo” osservava dalla sua finestra le volute di fumo che si dipartivano dalle case ricoperte da un sottile strato di fuliggine. In silenzio il vescovo accarezzava l’estremità della sua barba scura. Foschi pensieri si addensavano nella sua mente mettendolo in uno stato crescente di inquietudine e rabbia. Quel demonio del Copronimo era ormai adulto sullo scranno di Imperatore di Bisanzio e, neanche a dirlo, aveva deciso di continuare la scellerata politica iconosclasta di quel miserabile di suo padre. A complicar le cose poi ci si era messo pure Liodoro: il dannato necromante che teneva in pugno la città di Catania.

Leone II volse lo sguardo verso i fogli sul tavolo al centro della stanza. Il suo giovane fidato Matteo inviava con regolarità dispacci narranti le mirabolanti imprese di Liodoro. Scriveva che i suoi incantesimi riuscivano a distorcere la realtà e che i più poveri, i malati e gli indifesi sembravano essere i suoi obbiettivi prediletti. Faceva apparir loro vicine le cose lontane, sapeva tramutare uomini e donne in bestie e donare l’illusione della ricchezza e del benessere. Pur riconoscendo la natura infernale dei suoi poteri la gente lo amava perché era in grado di creare per loro un regno ingannevole e colorato in cui ridere, burlarsi del colpo gobbo al proprio vicino e dimenticare la natura miserrima della propria condizione. Matteo lo descriveva come un uomo basso, quadrato, dall’espressione artefatta e ferina, diceva avere occhi piccoli e pelle stranamente traslucida, infine – summa della vanità – aveva lo scalpo calvo pittato con un certo unguento segreto dello stesso colore dei pochi capelli che gli erano rimasti sulle tempie e sulla nuca.

“Monsignore. Monsignore mi perdoni è appena arrivato Matteo e chiede di essere ricevuto”.

Leone il Taumaturgo si girò e guardò la donna che aveva osato disturbarne i ragionamenti con occhi dardaneggianti che però stemperarono presto in una frugale e sbrigativa dolcezza.

“Oh Agatina sei tu, perdonami, ero in preghiera.-E si capisce Monsignore, allora faccio entrare Matteo?”

“Sì Agatina cara digli pure di salire”.

“Sta bene Monsignore”.

Dopo una rapida occhiata in sù Agatina si profuse in un inchino (che al vescovo sembrò troppo pronunciato) e uscì dalla stanza.

Matteo non tardò e entrato corse a inginocchiarsi al cospetto del Taumaturgo che però lo invitò subito ad alzarsi per raccontare ciò che stava accadendo intorno a quell’imbonitore di Liodoro.

Matteo si mise a sedere senza togliersi la cappa scura e prima di iniziare a parlare bevve un generoso sorso d’acqua dalla brocca sul tavolo. Leone II aveva notato la secchezza delle labbra del suo fidato e il colorito emaciato delle sue gote nonché i graffi e il fango incrostato sui suoi stivali. Doveva aver viaggiato molto all’inseguimento del necromante.

“Eccellenza quell’uomo è il figlio diretto di Lucifero. È abile e scaltro, sceglie luoghi affollati per le sue imprese in modo che il popolo possa riderne e acclamarne il nome. L’altro giorno per esempio ha fatto vincere i giochi circensi a un giovinetto sudicio e scarmigliato ma non appena questi stava per essere incoronato il cavallo lo ha disarcionato per poi sparire nel nulla. Al suo posto ecco Liodoro gridare di star calmi e di prenderla a ridere che si trattava solo di uno dei suoi demoni da lui tramutato in animale per burlarsi delle istituzioni della città”.

Il Taumaturgo sospirò e socchiuse gli occhi come faceva di solito nei momenti di rabbia poi battè tre volte il piede sul pavimento.

“Conosco la storia però mi pare che in quell’occasione le guardie condussero lo scellerato in carcere, no?”

Matteo strinse le labbra e si passò una mano sulla cotta di maglia rossa come il sangue di Cristo sulla croce.

“Eccellenza l’infingardo è riuscito a guadagnarsi la libertà con uno dei suoi trucchi prediletti: offrire false libbre d’oro. Le guardie che avevano intascato cotanto bottino si erano poi ritrovate in mano una manciata di rocche d’arenaria ma per quel momento Liodoro era già fuggito in groppa al suo enorme e velocissimo liotru”.

“Mi hanno descritto quella bestia. I paramenti demoniaci con cui ne ha addobbato il dorso, le piume di pavone albino che ornano le sue tempie e quell’oscena protuberanza rivestita di lamine d’oro…”

“Esatto Eccellenza. Liodoro usa il liotru per i suoi spostamenti e lo coinvolge spesso nei suoi scherzi e nelle frodi (per lui assai remunerative!) alla popolazione che continua ad amarlo e a invocarne il nome”.

“Non posso credere che Eraclio non abbia potuto fare nulla per fermarlo! È proprio vero che quell’avanzo di Stige di Costantino è capace solo di bruciare le immagini sacre… sia lui maledetto!”

Il Taumaturgo aveva allargato le gambe e lanciato entrambi i pugni in aria così rapidamente da lasciare Matteo ammutolito. Il fidato sapeva – come tutti coloro che lo frequentavano in quel periodo – che il Vescovo di Catania non tollerava l’iconoclastia dell’imperatore, era insomma un argomento vietato. Vietato perché se sua Eccellenza prendeva quella via…

“Eraclio ci ha provato ma Liodoro, che è primo discepolo di Satana, ha saputo divincolarsi più d’una volta! Ricevuti gli armati inviati dal ministro dell’imperatore il necromante li ha indotti con moine e battute a prendere il bagno insieme a lui. Quale sconcerto sui loro volti nel ritrovarsi di colpo nudi nel palazzo dell Imperatore a Costantinopoli!”

Il Taumaturgo lo ascoltava e non lo ascoltava. Strascicava i piedi avanti e indietro e ogni tanto batteva le mani gridando «iconoclasta figlio d’un cane!»: era rimasto alle beghe di Costantino.

Matteo fece spallucce e continuò.

“Ma la cosa più sorprendente è stata la sua fuga dal patibolo. Nel momento in cui stava per eseguirsi la condanna il mago ha chiesto di grazia una bacinella d’acqua e immersovi il capo dentro… vi è sparito. L’eco della sua voce (seguita dalle sue grasse risate) era risuonata allora nella stanza «Chi mi vuole cari miei mi cerchi in Catania!»”.

Il Taumaturgo era ormai irrefrenabile e Matteo ebbe la certezza che non stava affatto ascoltando: ancheggiava e alzava le ginocchia assecondando un ritmo noto solo alle sue orecchie (chissà forse proveniente dalle sfere celesti) e al solito di tanto in tanto gridava «mistificatore!» o «Giuda!». Matteo continuò ugualmente col racconto.

“Si dice che Costantino in preda a un furore mai visto aveva ordinato a Eraclio di ripartire per Catania. Giuntovi il ministro era rimasto sconcertato da Liodoro che fattosi trovare al porto si era docilmente imbarcato con lui per Costantinopoli. Tutto l’equipaggio sostiene che la nave aveva raggiunto la città dell’imperatore rapidamente e senza l’aiuto di remi. Eraclio giura grazie a certi incantesimi pronunciati da Liodoro che aveva passato tutto il viaggio incatenato all’albero maestro. Giunto alla corte dell’imperatore Costantino il mago era stato però aggredito dalla moglie di Eraclio che inviperita per gli scherzi giocati al marito si era arrischiata a sputargli addosso ricoprendolo di appellativi davvero poco adatti alle labbra di una donna. Non lo avesse mai fatto. Liodoro l’aveva guardata ridendo indi l’aveva minacciata dicendole che si sarebbe presto pentita di essere stata così avventata. Eccellenza non ci si crede ma da quel momento in città e nelle terre vicine si era estinta ogni fiamma, ogni fuoco, senza che nessuno riuscisse più a riattizzarli. Monsignore può immaginarsi lo sconcerto quando si scoprì che l’unico fuoco possibile era generato dal… perdoni la mia sfrontatezza Eccellenza… generato dal posteriore della moglie di Eraclio!”

Il Taumaturgo che in quel momento stava facendo scattare la testa a destra e sinistra passandosi una mano sulle labbra si fermò attirato dalla sapida immagine della moglie di Eraclio come moderno Prometeo.

“Basta, è intollerabile!”

Matteo si chiese se si stesse riferendo ancora a Costantino l’iconoclasta o a Liodoro.

“Non possiamo permettere che continui a farla franca spalleggiato da chissà quali demoni! Raduneremo i fedeli, i catanesi tutti e…”

“Che ne pensa delle Terme Achillee Monsignore?”

“Sì, le Terme Achillee andranno benissimo. C’è molto spazio all’aperto e tutti potranno assistere ma ci occorrerà un’azione forte, simbolica, che riporti le pecorelle smarrite al gregge di nostro Signore”.

“Si potrebbe inveire contro i culti pagani che ancora vengono celebrati qui a Catania, non so, additare qualche officiante”.

“Di più mio caro Matteo! Occorre fare di più!”

“Terrorizzare la gente minacciandola di chissà quali nefandezze future se continuerà a seguire l’ombra di Liodoro?”

“Mio pio Matteo non servirebbe a niente… ho trovato: distruggeremo i templi dedicati a Demetra e a Cora, al posto loro faremo invece erigere una bella cappella in onore della Santa Vergine”.

“Ottima idea Eccellenza, darò ordine di procedere immediatamente”.

“Bene, conclusa la costruzione celebrerò lì una solenne funzione per scacciare Liodoro, ho già qualche idea in mente…”

“Consigliatavi da Nostro Signore?”

“Come al solito Matteo, che domande sono queste?”

 

Le spartane vestigia delle Terme Achillane sovrastavano l’altare voluto dal Vescovo proprio sulla piazza sottostante. Questa si era riempita di fedeli. Fra loro c’erano già molti gentili e persino qualche giudeo. Matteo sapeva che Liodoro sarebbe stato fra loro, camuffatto chissà in quale modo non avrebbe mai perso l’occasione di presenziare a una funzione in qualche modo a lui dedicata. Quello che lo stolto necromante non poteva immaginare era la sorpresa che Leone II aveva fatto scavare per lui in prossimità dell’altare.

La funzione stava per cominciare, Leone II aveva spalancato le braccia e pronunciato le prime parole del rituale d’apertura quando la folla fu percorsa prima da urla e poi da fragorose risate. Matteo avvertì uno strano prurito in testa e portatosi una mano fra i capelli si accorse che questi non erano più lì. Sconcertato si accarezzò lo scalpo nudo mentre qualcuno urlava «ha tolto i capelli a chi ce li aveva e fatto crescere criniere ai calvi: evviva Liodoro!» e giù altre risate ancora più fragorose. Nuove urla avevano attirato l’attenzione di tutti verso i margini della folla dalle quali si muovevano verso l’interno decine e decine di naiadi con le pudenda in bella mostra. Queste volteggiavano facendo roteare ampi mantelli di piume policrome spesse come pelliccia e distribuivano bacche rosse staccandole direttamente dai copricapi fatti di foglie intrecciate sulle loro teste. Leone II era livido e sull’altare aveva preso a muovere le spalle a scatti battendo le mani a tempo.

Matteo girava sconcertato per la piazza dove fra le risate e gli schiamazzi scovava uomini con enormi e puzzolenti barbe da montone, altri con corna di cervo, bue o caprone, altri ancora con becchi neri e lucidi di cornacchia o lunghe orecchie pelose di asino. Si era finiti dentro una Gomorra eretta lì in pochi minuti certamente da Liodoro.

Matteo sgomento fissò l’altare sul quale stava sospeso il Taumatugo come se volasse. Osservandone le labbra il fidato poté intuire qualche frase (Per Christum Dominum meum, nihil hic valebunt magicae artes tuae…) finché questi fu trasporato – forse da uno stormo di serafini – fra la folla.

La lunga barba del Taumaturgo sembrava in fiamme così come i suoi occhi. Al suo passaggio la folla si apriva come le acque del Mar Rosso per Mosé. Il Vescovo di Catania continuava a far scattare le spalle e a schioccare le dita. Scivolava fra la folla lanciando urla – aaaah! Aaaaah! – che mettevano i brividi e cancellavano all’istante risate e schiamazzi. Al tocco del Taumaturgo i malcapitati e derisi incroci animaleschi tornavano a essere umani fra la sorpresa e il ritrovato silenzio di coloro che fino a pochi secondi prima erano vinti dalle risa più sguiate. Uno strano ritmo aleggiava sulla folla. Matteo avrebbe giurato provenire dall’aura dello stesso Taumaturgo che ora piegava le ginocchia in maniera innaturale e portandosi una mano (oh Maria Vergine perdono!) alle pudenda lanciava un altro urletto tramutando le sfrontate naiadi in caste dame che inginocchiatesi in cerchio iniziavano a snocciolare con voce monocorde un rosario. Intanto la folla si era aperta su Liodoro che indossava una ricca tunica blu scuro e aveva pittato col solito unguento la miserrima piazza sullo scalpo. Il necromante arretrava, quadrato e goffo, sussurrando nella lingua di Lucifero ma ormai era chiaro che il Taumaturgo stava per avere la meglio su di lui. Si udì un colpo di frusta e il Vescovo di Catania fece una piroetta che lo portò faccia a faccia col mago. Deduxitque ad locum, cui nomen Achilleus ibique flammis ad urendum dedit… la stola del Vescovo, rossa come la sua barba, si posò rapida sulle spalle di Liodoro a cui era ormai sparito il sorriso demoniaco sostiuito da una smorfia orribile che ne metteva in risalto i grotteschi piccoli denti.

Matteo capì che quello era il momento concordato e corse ad aprire le pesantissme ante della fornace costruita insieme alla cappella. Dall’enorme apertura vennero fuori alte fiamme e un calore che fece arretrare di almeno dieci passi coloro che si erano inebetiti di fronte alla scena. Il Taumaturgo, con lo sguardo fisso su Liodoro, aveva ghermito le spalle del necromante entrando con lui nella fornace. Un urlo sovraumano aveva annichilito ancora di più la folla e Matteo piangendo pensava già al magnifico santuario che avrebbero eretto lì per il martire che aveva ucciso Liodoro. A quel punto si udì provenire dalla fornace ancora spalancata quella che a tutti sembrò ancora la voce del Vescovo. Erano parole che gelarono il sangue nelle vene a tutti Tua terga mea sunt recta dico tibi! Ostende tuum vultum sub clara luce. Fiamme brune si levarono alte fra quelle vermiglie ed ecco fra i fumi spessi e grigi comparire Leone II con il volto nero come le pendici del Mungibeddru d’estate. Il vescovo fissò gli astanti con occhi severi e dopo essersi spazzolato le vesti bruciacchiate lanciò un altro urletto – ouuuch! – provocando nella folla gaudio e giubilio che durarono per tutto il giorno e la notte a seguire.

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