DIARIO POLACCO N. 6. Cinque giorni tra Cracovia e Varsavia

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Alle gallerie di re dal lontano passato con le loro tombe maestose sotto la Cattedrale di Cracovia si accostano a pochi chilometri di distanza le gallerie di visi scavati e di occhi solchi, fotografie in bianco e nero di ebrei e non solo sterminati nei campi di concentramento di Auschwitz, nome tedesco della città polacca di Oswiecim. Le mie parole non sarebbero altro che retorica nel raccontare quanto orrore ci sia nel vedere le baracche, le latrine comuni, le camere della morte, cucine vuote e abbandonate, camicie rigate e numeri impietosi. Tralasciando la Polonia degli orrori provocati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, più consolante è parlare di Cracovia e della sua atmosfera rinfrescante, delle sue strade aperte alla primavera e del quartiere ebraico con le sue sinagoghe e zapiekanke speciali. Posso dire con assoluta certezza che Cracovia è la città più bella della Polonia: ha uno spirito fortemente europeo, pieno di bellezze, di sorrisi rassicuranti, di tranquillità tra i suoi vicoli che si sganciano dalla Piazza centrale, dove troneggiano il Mercato dei Tessuti e un pullulare di chiese e chiesette adibite a festa per la beatificazione del Papa polacco Giovanni Paolo II, appena beato a Roma.

Dopo aver trascorso tre giorni a Cracovia in compagnia di due amici biotecnologi che lavorano con topi da laboratorio e proteine, ho preso un treno, abbastanza lento a dire la verità, con direzione Varsavia. Arrivato nella stazione gigantesca e confusionaria della capitale polacca, la ricerca del grigio ostello, da cui gioirò immensamente per il Palermo vittorioso sul Milan visto in streaming con una connessione a scatti, è un’odissea. Varsavia, più metropoli più americanizzata di Cracovia, è un labirinto di sottopassaggi, di strade enormi dove campeggiano pubblicità enormi. E’ una città ricostruita interamente dopo la distruzione dopo la seconda guerra mondiale, dove l’insegne del comunismo non sono ancora scomparse. Una città dove persino castelli e chiese sono rifatte ad immagine di un passato che è stato drammaticamente cancellato. E’ un cantiere aperto dove spesso si vedono operai con pale in mano e birre mezze vuote appoggiate sul muretto. E’ città che ti conquista a poco a poco, ma che non ti rimane nel cuore perché non riesci a trovare la misura dei tuoi passi, troppi per spostarti da una direzione all’altra, troppi per dare un senso d’appartenenza ai tuoi piedi.

I miei due amici biotecnologi li ho salutati alla stazione di Varsavia dopo cinque giorni da ottimi compagni di viaggio. Io tornavo a Torun dove mi aspettavano lezioni e Juvenalia, loro proseguivano, seguendo il vento dell’est e raggiungendo prima Vilinius e poi Riga, non sapendo bene cosa li aspettasse se non fosse per lo stufato di castoro, a quanto pare piatto prelibato che si mangia da quelle parti.

 

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