Una giornata a Torino

La metropolitana di Torino è anti suicidio, l’hanno fatta o rifatta da poco – non so – ieri era la mia prima volta al Salone del libro: dalla stazione Porta Nuova alla fermata Lingotto – capolinea. È anti suicidio perché all’ipotetico disperato non offre la possibilità di buttarsi nei binari su cui generalmente soffia il vento dell’imminente treno in arrivo. Una sorta di rivestimento modello veranda con porte scorrevoli, infatti, fa da baccello trasparente al convoglio che si ferma sulla banchina in perfetta corrispondenza con le aperture di questo budello di plastica dura. Un accorgimento tanto efficace quanto semplice e spiazzante al pensiero che nelle altre città – stando alla geografia circoscritta delle mie conoscenze – di una cosa così non v’è traccia né sentore progettuale. Nelle altre città l’arietta sotterranea è libera di circolare e, spinta dalla talpa meccanica, si alza ogni tre quattro minuti sperando di non incontrare mai i pensieri neri di chi non ce la fa più.

Una metropolitana anti suicidio è una cosa bella, per quanto l’epico prezzo da pagare – quello di inscatolare il vento – possa infastidire qualche nostalgico amante dell’aria aperta. Peccato che, appena scesi al Lingotto, la più famosa vetrina italiana del libro non sia munita di un contraccettivo per la nascita di pensieri altrettanto auto distruttivi. Forse esagero, ma talvolta il segreto sta nel cedere a un’iperbole, per quanto – si sa – le cronache non hanno mai riferito di uccisioni auto inferte a causa del roboante nulla che suggella la manifestazione con i mediatici record infranti. Dietro le quinte di questo babelico teatrino ci stanno le quarte di copertina col prezzo in bella mostra:

– Posso pagare col bancomat?
– No, ma in fondo a quella fila chilometrica c’è uno sportello in cui ritirare i contanti.

Al che, uno spillo di luce ravviva la grigia materia: perché oltre al viaggio fin qui dovrei sorbirmi pure la fila per scaricare altri soldi, se lo stesso libro lo trovo nella libreria della mia città che sta sotto casa? La ragione per cui si viene qui è un’altra. Si dice infatti che sia la fiera dei “grandi”. Così uno può anche pensare ingenuamente di incontrare gente delle case editrici più grosse, quelle che mancano alla fiera dicembrina di Roma per intenderci. Fatto sta che i vari recinti colossali tipo Mondadori, Einaudi e compagnia bella non sembrano altro che succursali intasate dei vari megastore, con tanto di scaffali e registro di cassa all’angolino.

Eppure, probabilmente, dopo ore di volenterose scarpinate intellettuali tra gli stand che apparecchiano un’illusione di protagonismo e partecipazione, il visitatore anulare rischierà di scoprire il suo unico reale status passivo di compratore (pile di libri appioppati) e spettatore di una tv incarnata e ossificata nelle pose dei tanti ospiti glamour (mani gonfie di applausi). Così, tra una presentazione e un reading concerto, immersi nella folla, a destra e a sinistra, avanti e indietro, il paesaggio delle espressioni facciali varia dal risolino perplesso davanti a pubblicazioni improbabili fino alla stanchezza che dalle gambe raggiunge le altezze confuse del tedio, per la ripetitività imposta da corridoi che fanno perdere la bussola. Bimbi, è ora di tornare a casa.

Povera carta, invece, è il pensiero che frulla in testa dando un’occhiata a chi nel settore cerca ottusamente di entrare e affida il seme delle sue esperienze a un pacco di biglietti da visita e/o curriculum con cui annaffiare gli editori nei padiglioni del salone. Pratica universalmente riconosciuta inutile quanto puntualmente reiterata dalle migliaia di aspiranti scrittori e lavoratori in generale nel campo dell’editoria. Andare a pesca di un ingaggio direttamente in loco richiede una buona dose di intraprendenza e salubre faccia tosta. E nessuno saprà mai cosa si nasconde veramente dietro gli occhi entusiasti e gli slanci energici di chi timidamente, o al contrario scortato da un’ombra di pavone, cerca di offrire i propri afflati letterari o i servigi manovali ai capi di questa industria rilegata in salsa di evento.

Tutto dipende dalle aspettative con cui l’avventuriero free lance si lancia nella frustrante operazione, il cui preventivato esito fallimentare gli risparmierà almeno il successivo rimorso dei tentativi non fatti. Quanta fatica masticare gli sbuffi dei noi non prendiamo curriculum, manda tutto via mail, inghiottire le altere sopracciglia dei guarda me lo prendo ma sappi che è inutile, digerire i consigli dei l’unica è avanzare col tuo profilo anche una proposta editoriale (confidando nella serietà di chi poi non la fa sua – talora succede anche questo). E con l’eco della protesta dei redattori precari ancora nelle orecchie, mi sovviene l’utopica immagine di una ribellione delle tante anime che il medesimo sogno piega al massacro di montare, presenziare, gestire e smontare gli stand di chi forse – finito questo stage gratuito – potrebbe premiare la loro buona volontà e un giorno riconoscere dignità alla loro dedizione (oltre al puro e semplice fatto che il lavoro va pagato).

Alzatevi tutti, gente mai e mal pagata, abbandonate le postazioni da cui vendete i libri del capo, chiedendo dallo stesso banchetto l’elemosina di un lavoro, e vediamo quanto resiste questo castello di carta! Che visione! Chi da piccolo non ha mai sognato di presentarsi davanti a un editore, tirare fuori il proprio curriculum e rispondere alla sua tolleranza indignata strappandoglielo in faccia? Che riscatto! Che gesto eroico, catartico! “Se mi dite che tanto poi lo strappate, questo odioso curriculum formato europeo, datemi il piacere di farlo io davanti ai vostri denti di squalo”. Povera carta!

Così, al cercatore d’oro in questo Klondike di cellulosa e inchiostro non resta che imboccare la via del ritorno a fine giornata, e giudicare davanti a un lingotto non suo l’efficienza del proprio setaccio in base a una nuova consapevolezza: se voglio riuscire, è alla mia fantasia che tocca la prima mossa, perché l’oro in questione si trova scavando in posti ancora invisibili, ma fuori da qui. Appena superati i cancelli, mi infilo nel buco della metropolitana. La direzione Porta Nuova suona come un auspicio e, allo spuntare senza vento del verme robotico, so che, da parte mia, la prudente Torino non avrebbe avuto comunque nulla da temere.

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