Diario Polacco n.5 – Tre sacerdoti polacchi

Jerzy PopieluszkoTutti conoscono Karol Wojtyla, pochi sanno chi è stato padre Jerzy Popieluszko, quasi nessuno vedrà mai nella sua vita il prete di Tczew. Sarà il clima pasquale ma tutti e tre questi sacerdoti polacchi hanno accompagnato questi miei ultimi giorni, soprattutto quelli trascorsi a Danzica. Il primo perché con la sua beatificazione ha fatto impennare i costi dei voli tra Italia e Polonia, costringendomi ad un ritorno anticipato in quel di Torun. Il secondo perché mi ha fatto ancora più apprezzare e condividere il movimento di Solidarnosc. Popieluszko con le sue omelie e coi suoi discorsi, che furono anche ripresi settimanalmente da Radio Free Europe, a favore del sindacato autonomo contro il comunismo pagò con la sua vita le sue idee, finendo brutalmente ucciso il 19 ottobre del 1984 per mano di tre funzionari del Ministero polacco, ai tempi ancora comunista. Il terzo non ha grandi meriti e onori per finire nella memoria collettiva ma ha lasciato il segno sicuramente tra i miei ricordi.

Il prete di Tczew, città da 10mila abitanti vicino Danzica che ho avuto modo di conoscere per tre giorni grazie all’ospitalità del mio amico Lukasz, mi ha fatto capire tante cose sul funzionamento della chiesa polacca. Ho scoperto come, in un paese cattolico come la Polonia, il concetto di offerta sia completamente stravolto: per battesimo, comunione, matrimonio, funerale o semplice confessione prepasquale, i fedeli di Tczew sono obbligati a versare diversi zloty nelle casse della chiesa. Una sorta di tariffario, scritto a chiare lettere e numeri nella bacheca della Casa del Signore, regola ogni contenzioso coi sacramenti. Credendo che fosse un atto di avida pignoleria del prete di Tczew, ho chiesto se questa pratica fosse limitata solamente a questa città ma mi è stato risposto che è consuetudine di ogni chiesa polacca avere un listino prezzi. Per la cronaca: una confessione a Tczew in previsione della Pasqua vi sarebbe costato 20 zloty.

Trovandomi in chiesa, ho potuto assistere ad una messa polacca. Fa un certo effetto ascoltare la liturgia in una lingua non tua e quindi la mia mente vagava e si concentrava sui piccoli dettagli e sui gesti della gente durante la funzione. In primo luogo ho notato come la colomba che troneggiava sul leggio fosse identica all’aquila della bandiera polacca, segno di una continuità e di aderenza tra Chiesa e Stato. Stessa postura, stesse proporzioni, uguale atteggiamento. A cambiare erano solo le forme: più dure e aggressive quelle dell’aquila, naturalmente più addolcite e pacifiche quelle della colomba. Altro particolare che mi ha segnato è stato lo scambio della pace: nonostante oramai abbia capito come la società polacca sia poco incline al contatto fisico, non avrei mai pensato che, allo scambiatevi un segno di pace, la gente si limitasse ad un semplice sguardo, non porgendo la mano a chi siede accanto, davanti o dietro. Una cosa abbastanza strana che mi ha lasciato interdetto con una stretta di mano non ricambiata e con tanti sguardi addosso.

Dopo la messa domenicale è giunto il pranzo domenicale nella classica famiglia polacca allargata con nonni e nipoti e ho potuto apprezzare ancora una volta quanto sia bello viaggiare. Non fosse altro per farti cadere stereotipi su stereotipi ogni giorno che passa. Diventato Olek per conformità all’onomastica polacca, ho visto cadere ogni presunta compostezza e freddezza. Trattato in maniera molto gentile e accolto con grande disponibilità da tutti, mi sono tornate in mente la Sicilia, casa mia, i miei nonni, i piatti di mia zia. Sorridendo sulle semplici leggi matematiche dell’ospitalità che ad ogni latitudine rispondono alla stessa formula (più ti faccio mangiare, più sono ospitale con te), ho gustato il Golabki che, dopo attenta disamina tra le mie pupille gustative, è divenuto il mio piatto preferito polacco.

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